articoli maggio/giungo 2002
SPECIALE







 

 


LA LISTA ROSSA
Viene chiamata "lista rossa", probabilmente a sottolinearne il contenuto gravoso: sono oltre 11.000 le specie animali che contiene, associate secondo il criterio di un destino comune:
l'estinzione.

di Manuela Catania
Questa lista, stilata e aggiornata periodicamente dalla Word Conservation Union (un'organizzazione internazionale per lo studio e la conservazione dell'ambiente), raggruppa ben il 24% delle diverse specie di mammiferi e il 12% degli uccelli, per non parlare di anfibi, rettili e pesci, la quale percentuale si aggira attorno al 25%; è significativo sapere che nel 90% dei casi, questa graduale scomparsa ritrova una diretta responsabilità nell'uomo: la deforestazione incontrollata e la diffusione degli insediamenti urbani sono infatti alcune delle ragioni più frequenti di tali disagi. Scimmie, testuggini e orsi sono tra i soggetti più a rischio, ma in realtà l'elenco è veramente vario.
Parlando d'estinzione, sicuramente emblematico è il caso del Panda Gigante: simbolo della Cina oltre che del WWF, questo grosso orso bianco e nero vive sostanzialmente nelle foreste di bambù della Cina Occidentale ad un'altitudine che varia tra i 1800 e i 3000 metri. Possiede mascelle tanto potenti da triturare il metallo, motivo per il quale è classificato come predatore carnivoro, tuttavia il paradosso nasce dall'apprendere che il panda si nutre esclusivamente di bambù. Il basso apporto energetico fornito da questa pianta li porta a passare la maggior parte della giornata mangiando, mentre il resto è dedicato al riposo. Non attacca l'uomo né altri animali, è anzi una creatura solitaria a tal punto da non volere frequentare nemmeno i suoi simili. I panda sono veramente in pericolo, se ne contano infatti solo 1000 individui. Le minacce più grandi sono costituite dalla deforestazione del suo habitat e dal bracconaggio. Molti di essi sono ospitati in zoo dove cercano di farli riprodurre per conservarne la specie. Purtroppo, i panda nati in cattività, una volta liberati, spesso muoiono in quanto non in grado di procurasi adeguatamente il cibo.
Diverso il tipo di habitat ma medesimo il problema per i gorilla: vivono nell'Africa centrale in comunità composte da 12-16 componenti in cui il membro con più esperienza diventa una sorta di capo da cui il resto della famiglia si sente protetto. Nella vita del "clan" è sempre presente il bisogno di sicurezza e consapevolezza di ogni singolo membro. Le femmine di gorilla partoriscono solitamente un piccolo a gravidanza e il periodo di gestazione dura 250-280 giorni; questa prerogativa rende già di per sé ogni piccolo particolarmente prezioso. Ma la difficoltà principale che incontrano i gorilla è causata dalla crudeltà dei bracconieri che li cacciano per ricavarne posacenere dalle mani e trofei dalle teste, per l'assurda vanità di chi, visitando il luogo, ricerca tali macabri souvenir.
Anche per gli scimpanzé (lontani parenti dei gorilla) sopravvivere non è certo cosa da poco; essi vengono cacciati per le loro carni come selvaggina e perché danneggiano le coltivazioni, oppure vengono catturati per rivenderli a compratori che li utilizzeranno per ricerche bio-mediche o come intrattenimento. Fortunatamente provvedimenti come per esempio l'aumento delle restrizioni legi-slative hanno ridotto l'esportazione di questi animali, ma il pericolo non è assolutamente svanito.
Immagine festosa del mondo acquatico, il delfino non ha però una altrettanto felice prospettiva per il suo futuro. Tra le minacce cui vanno incontro i delfini c'è sicuramente la caccia da parte delle popolazioni indigene, ma il problema più grande è quello legato alla loro cattura accidentale dovuta alle reti derivate (un particolare tipo di reti che vengono utilizzate per esempio per la cattura dei pesci spada); una volta impigliatisi, infatti, i delfini non sono in grado di riemergere per respirare (non possedendo branchie come i pesci) e quindi affogano. Sono migliaia i delfini che ogni anno vanno incontro a questa triste sorte. Non di minore importanza è l'aspetto legato all'inquinamento delle acque e alla distruzione dell'habitat a causa del processo di urbanizzazione, anch'esso ad opera dell'uomo.
Nell'immaginario degli occidentali questa sinistra sagoma che volteggia su morti e moribondi è associata a sventure, a cattivi presagi; nel mondo orientale ha invece spesso una valenza positiva: citato nella bibbia come simbolo di maestà e potenza, delegato dagli indiani che gli affidano il sacro compito di consumare le salme dei propri defunti. Stiamo parlando dell'avvoltoio. Distribuito perlopiù nella fascia mediterranea, possiede una caratteristica testa calva che gli permette di nutrirsi, scavando nei resti di grossi animali con facilità; anche i suoi artigli, decisamente poco sviluppati, sono inadatti alla cattura di prede vive. Tuttavia, questo animale non troppo affascinante ha un ruolo ecologico peculiare, essendo considerato lo spazzino della natura; elimina, infatti, in maniera efficace le carcasse di animali morti che altrimenti causerebbero problemi di carattere sanitario. L'avvoltoio rischia fortemente l'estinzione, purtroppo non solo a causa dell'ostilità che l'uomo gli ha sempre mostrato. È significativo sapere innanzitutto che l'avvoltoio dà vita a un solo figlio all'anno. Nel caso il piccolo non sopravviva, dovrà dunque passare un periodo di tempo notevole prima che proliferi nuovamente. Inoltre, lo smaltimento di carcasse che le regole sanitarie di molti stati impongono, hanno drasticamente ridotto le risorse alimentari. Altra importante difficoltà è costituita dalla presenza più o meno diffusa di elettrodotti ad alta tensione che questi animali utilizzano a volte come posatoi, correndo il rischio di rimanere fulminati.
Senza andare troppo lontano, lo stesso lupo appenninico, presente a inizio secolo in tutta Italia (Sardegna e sole minori escluse), è stato pericolosamente vicino all'estinzione; sostanzialmente la causa è da attribuire alla persecuzione diretta da parte dell'uomo; il lupo, infatti, ha sempre avuto la fama di essere un animale pericoloso e un abile cacciatore di bestiame. Fortunatamente, dopo una pausa durata un decennio, intorno agli anni '80 questo animale è ricomparso: ciò è stato reso possibile sia dal graduale abbandono delle montagne da parte dell'uomo, sia dalla protezione legale della specie. Ora la sua distribuzione interessa l'intera catena appenninica, dall'Aspromonte fino alle Alpi Marittime, oltre che diverse zone collinari dell'Italia centrale e centro-settentrionale.
Chiariti i problemi, restano offuscate le soluzioni: con un pizzico di ironia e un po' più di riflessione, viene però da chiedersi se non sia forse il caso di insegnare ai delfini a stare alla larga dalle reti o ai lupi di avere un'espressione più cordiale; se avvisare gli avvoltoi di non poggiarsi sui cavi elettrici o abituare le testuggini ad un ambiente che non è il loro e dove sono state portate con la forza. Si potrebbe. Ma sarebbe solo la punta di un ice-berg chiamato presunzione umana.

Info

 


S.OS. Animali selvatici

Se trovate dei piccoli animali selvatici feriti (es. pipistrelli, rondini, anatre, scoiattoli...) potete rivolgervi al servizio tutela della flora e della fauna della provincia di Torino, che penserà ad accoglierli.
Agli animali feriti verranno prestate le prime cure presso la Facoltà di Medicina Veterinaria di Torino. Non appena le condizioni generali lo rendano possibile, gli esemplari verranno ricoverati per la degenza e la riabilitazione presso il Centro Recupero Volatili di Gassino Torinese gestito in collaborazione con l'Associazione Green Heron oppure Il Centro di Recupero della fauna ungulata di Caprie.

Queste le sedi:

  • Servizio Tutela della fauna e della flora via Lagrange 2, Torino
    tel 011.861.3554-3553-3980 dal lunedì al giovedì dalle ore 8.30 alle 16.30 il venerdì dalle ore 8.30 alle 12.00.
    In orario serale e notturno dopo le ore 16.30 e prima delle ore 8.30, e nei giorni prefestivi e festivi, rivolgersi alla:
  • Clinica Veterinaria ANUBI Str. Genova 299/a, Moncalieri tel. 011.6813033
 
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