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NON
CI RESTA CHE ABBAIARE
Sostiene
il paleontologo Stephen Jay Gould che gli uomini sono animali narratori
di storie: storie divertenti e storie avventurose, storie commoventi
e storie istruttive. Eppure, per una sorta di nemesi, molte di queste
storie, per essere narrate efficacemente, richiedono la partecipazione
di attori non umani: quante storie del nostro tempo, quanti film, libri,
cartoons, fumetti hanno protagonisti a quattro zampe, o a due zampe
e due ali, o ancora con uno svariato numero di pinne? Cosa c'è
nella comunicativa di uno strusciarsi felino, di un'occhiata canina,
di un galoppo nella prateria, di una nuotata a tuffi sincopati che ci
fa sentire così partecipi, così vivi, così distanti
eppure così vicini, così uomini eppure così gatti,
cani, cavalli, delfini? Insomma, la domanda è: meglio un cane
attore o un attore cane?
di
Fabrizio
Pezzana
C'era una volta
Probabilmente
si tratta di una sensibilità antica, di storie che precedono la
Storia: secondo Freud, padre della psicoanalisi, nella preistoria si originò
il fenomeno del totemismo, ovvero l'attribuzione da parte degli umani
di allora ad un animale, dapprima singolo, poi a tutta la sua specie,
del carattere di nume tutelare e di capostipite della tribù; il
totem animale rappresentava un simbolo capace di suscitare sentimenti
di identificazione e di appartenenza al gruppo nonché di autorità
morale e normativa, dettando le leggi di comune convivenza ed esigendone
il rispetto.
In qualche migliaio di anni i totem animali si trasformarono nelle divinità
zoomorfe egizie e greche, di cui sono ben note incisioni e mitologia:
per metà animali eppure per l'altra metà così terribilmente
umane, con le loro storie d'amore e di conflittualità, di corna,
di beghe e di ripicche, tanto da far assomigliare l'Olimpo più
ad un rissoso condominio dei nostri tempi che ad una dimora divina.
Qualche anno ancora e per gli animali, strappati ad una tranquilla vita
di sopravvivenza e catapultati sul proscenio dell'immaginario psichico
collettivo, nulla sarà più come prima: sul panorama letterario
compare, tra il VII e il VI secolo a.C., Esopo, un greco frigio che la
leggenda vuole gobbo e balbuziente, e successivamente Fedro (15 a.C. -
50 d.C.) uno schiavo affrancato, anch'egli di origine greca, che si incaricano
di modificare in maniera radicale il rapporto tra uomo ed animali. Questi
ultimi, nelle favole di Esopo e Fedro, perdono tutte le caratteristiche
tipiche della loro natura non umana: parlano come gli uomini, pensano
come loro e come loro hanno vizi e virtù. Ogni animale diventa
simbolo di un particolare vizio o virtù dell'uomo, dando vita ad
una rappresentazione che risulta più fedele all'indole umana che
alla vera natura animale; insomma, le volpi e gli agnelli, i cani e le
rane di Esopo e Fedro parlano fra loro, si confrontano, si ingannano l'un
l'altro, ma in realtà si rivolgono al lettore umano.
Un
uomo allo specchio
In
questa tradizione si colloca tutta l'attinente produzione culturale
successiva: dalle allegorie pittoriche rinascimentali agli attuali cartoons,
dai bestiari medioevali alla letteratura contemporanea, l'uomo non smetterà
più di utilizzare gli animali come metafora della propria condizione,
come specchio nel quale ritrovare la propria immagine un poco più
stemperata, a tinte meno fosche, così da poterne sopportare la
propria immagine riflessa. Così le espressioni proverbiali ed
il lessico popolare, i libri, i film, i fumetti, insomma tutte le tecniche
con cui l'uomo contemporaneo racconta le sue storie si riempiranno di
furbe volpi, di timorosi coniglietti, di lupi cattivi e di pacifiche
colombe, e così via, barrendo, miagolando, squittendo, abbaiando.
In un tale serraglio, in una produzione artistica che lievita di giorno
in giorno, è difficile, sia pure per linee sommarie, dare conto
dei principali filoni che vedono impegnati protagonisti non umani; ma
soprattutto è difficile riuscire a distinguere fra storie spazzatura,
dove l'animale viene impiegato per suscitare quel tocco in più
di commozione, di paura, di divertimento a quella che altrimenti sarebbe
una trama o una sceneggiatura scialba e scontata, e storie che, rispettando
l'identità animale, riescono a farsi ascoltare e comprendere
e ad istruire lo spettatore ed il lettore umano; insomma, se stiamo
parlando, con tutto il rispetto, di botteghino, od invece di quel sentimento
di contiguità (per la cronaca, circa il 98,4% del DNA umano è
uguale a quello dello scimpanzé) e di condivisione di questo
spazio, la Terra, e di questo tempo che lega l'uomo all'animale.
Uccellacci
e uccellini
Così,
in un gioco di specchi che lega non solo uomo ed animali, ma anche spettatori
ed attori, protagonisti e lettori, ci possiamo sentire attratti dalla
parte misteriosa, istintiva, irrazionale della animalità: una
metamorfosi in stile kafkiano che scalfisce la nostra parte razionale
e ordinata e che ci rappresenta come animale che lotta con gli altri
animali. Dagli uccelli di Hitchcock in avanti, tra squali ed altre creature
terrificanti che sgusciano dalle profondità marine o dalle penombre
delle foreste, tra dinosauri resuscitati e ragni assatanati, tra orche
assassine e scimmie psicopatiche, è tutta una lotta all'ultimo
sangue tra bestialità ed umanità, che deve essa stessa
degradarsi ad animalità e combattere per la sopravvivenza: nessun
codice morale, nessuna rispettabilità, solo lotta per la vita.
Oppure ci possono piacere le storie commoventi e a lieto fine; buonismi
caratterizzati dalla lacrima facile e dal tenero sorriso. Occhi languidi,
traversie da superare grazie all'innocenza e alla bontà d'animo,
umani ritratti a tinte grottesche nella loro avidità e cattiveria:
ci riferiamo ad esempio alla produzione disneyana, fatta di depressi
elefantini orecchiuti e di innocenti cerbiatti, di strampalati jazzisti
felini o di branchi di cani a pois, di leoni che lottano per la supremazia
nelle gerarchie del branco o degli psichedelici animali del mondo delle
meraviglie.
O ancora, tra attualità e debolezza dell'anima, tra sentimenti
e fatica di vivere, ci si può chiedere se riusciamo a vedere
le nostre ossessive inquietudini nella caccia che il capitano Achab
conduce vita natural durante alla balena Moby Dick; se ci sentiamo vicini
alla paziente ineluttabilità e all'irriducibilità alla
sconfitta che anima Santiago nella sua lunga caccia al marlin; se la
capacità di comunicare sussurrando ai cavalli non contenga un
insegnamento su come stabilire relazioni umane decenti, magari sussurrandogli
all'orecchio, con il compagno di banco o il collega d'ufficio.
Ancora, se anche noi ci sentiamo galline in fuga, che le ristrutturazioni
del mercato del lavoro costringono ad una disperata corsa verso la salvezza
e lontano dai soprusi; se a volte ci capita di avere voglia di tralasciare
responsabilità ed esteriorità per ballare con i lupi in
una qualche prateria urbana; se è anche un nostro sogno realizzare
con il cuore quello che la mente reputa impossibile, dedicandoci ad
insegnare a volare ai gabbiani.
E poi ancora Topo Gigio e la mucca Carolina, il papero Saturnino e Calimero
pulcino nero, Braccobaldo e Napo orso capo, Bugs Bunny e Daffy Duck,
il Muppets Show con la rana Kermit, l'orso Pozzie e la maialina Piggy,
Magilla gorilla e Jo Condor, il gatto Silvestro e Titty, Beep Beep e
Willie Coyote, la famiglia dei paperi e quella dei topi, il lupo Akela,
il serpente Ka, la tigre Shere Kan e l'orso Baloo, Svicolone, Yoghi
e Bubu, Rin Tin Tin e il commissario Rex, Furia e Lassie, Spirou e Hobbes,
Snoopy e Woostock, gli Archeopterix, i serpenti di BC, Lupo Alberto
e la fattoria tutta: animali ognuno dei quali racconta una storia, interpreta
una filosofia, trasmette una visione del mondo, ma che soprattutto ci
insegnano che per divertire, per narrare, per sentire, per vivere, non
sono necessarie sofisticate costruzioni mentali: a volte sono sufficienti
un osso o un'aringa da sgranocchiare, un prato verde su cui correre
o uno specchio d'acqua in cui nuotare, e soprattutto un cuore forte
abbastanza da sopportare tanta felicità.
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Info
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Quel pollo di un cronista
Il Pollo Gino, creato per my-tv.it dal geniale autore di cartoon
Andrea Zigoni in breve tempo è diventato il pollo-cronista
più famoso della rete.
L'unico pollo che non solo parla come mangia ma mangia mentre parla,
come dicono i suoi autori, si è subito conquistato le simpatie,
non solo dei giovani, ma anche di personaggi dello spettacolo e
della cultura. E non potrebbe essere altrimenti, per un pollo che
smaterializzato, finito in internet, si trova invece in un cyberpollaio
e da lì guarda il mondo con ironia e una verve esilarante.
Personaggio comico e paradossale è salito definitivamente
agli onori della cronaca extra-rete col successo di "Tu vuo'
fa' o talebano", rivisitazione di uno dei brani più
noti di Renato Carosone che, oltre a essere diventata un tormentone
delle e-mail e degli sms, ed essere stata intonata in Parlamento,
si è trasformata in un vero e proprio successo planetario.
Un'affermazione non esagerata visto che, tra il 4 e il 7 dicembre,
due di quei due milioni di contatti registrati dal browser venivano
dall'Afghanistan. www.my-tv.it |
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