articoli maggio/giungo 2002
SPECIALE



 

 


NON CI RESTA CHE ABBAIARE

Sostiene il paleontologo Stephen Jay Gould che gli uomini sono animali narratori di storie: storie divertenti e storie avventurose, storie commoventi e storie istruttive. Eppure, per una sorta di nemesi, molte di queste storie, per essere narrate efficacemente, richiedono la partecipazione di attori non umani: quante storie del nostro tempo, quanti film, libri, cartoons, fumetti hanno protagonisti a quattro zampe, o a due zampe e due ali, o ancora con uno svariato numero di pinne? Cosa c'è nella comunicativa di uno strusciarsi felino, di un'occhiata canina, di un galoppo nella prateria, di una nuotata a tuffi sincopati che ci fa sentire così partecipi, così vivi, così distanti eppure così vicini, così uomini eppure così gatti, cani, cavalli, delfini? Insomma, la domanda è: meglio un cane attore o un attore cane?

di Fabrizio Pezzana

C'era una volta…
Probabilmente si tratta di una sensibilità antica, di storie che precedono la Storia: secondo Freud, padre della psicoanalisi, nella preistoria si originò il fenomeno del totemismo, ovvero l'attribuzione da parte degli umani di allora ad un animale, dapprima singolo, poi a tutta la sua specie, del carattere di nume tutelare e di capostipite della tribù; il totem animale rappresentava un simbolo capace di suscitare sentimenti di identificazione e di appartenenza al gruppo nonché di autorità morale e normativa, dettando le leggi di comune convivenza ed esigendone il rispetto.
In qualche migliaio di anni i totem animali si trasformarono nelle divinità zoomorfe egizie e greche, di cui sono ben note incisioni e mitologia: per metà animali eppure per l'altra metà così terribilmente umane, con le loro storie d'amore e di conflittualità, di corna, di beghe e di ripicche, tanto da far assomigliare l'Olimpo più ad un rissoso condominio dei nostri tempi che ad una dimora divina.
Qualche anno ancora e per gli animali, strappati ad una tranquilla vita di sopravvivenza e catapultati sul proscenio dell'immaginario psichico collettivo, nulla sarà più come prima: sul panorama letterario compare, tra il VII e il VI secolo a.C., Esopo, un greco frigio che la leggenda vuole gobbo e balbuziente, e successivamente Fedro (15 a.C. - 50 d.C.) uno schiavo affrancato, anch'egli di origine greca, che si incaricano di modificare in maniera radicale il rapporto tra uomo ed animali. Questi ultimi, nelle favole di Esopo e Fedro, perdono tutte le caratteristiche tipiche della loro natura non umana: parlano come gli uomini, pensano come loro e come loro hanno vizi e virtù. Ogni animale diventa simbolo di un particolare vizio o virtù dell'uomo, dando vita ad una rappresentazione che risulta più fedele all'indole umana che alla vera natura animale; insomma, le volpi e gli agnelli, i cani e le rane di Esopo e Fedro parlano fra loro, si confrontano, si ingannano l'un l'altro, ma in realtà si rivolgono al lettore umano.

Un uomo allo specchio
In questa tradizione si colloca tutta l'attinente produzione culturale successiva: dalle allegorie pittoriche rinascimentali agli attuali cartoons, dai bestiari medioevali alla letteratura contemporanea, l'uomo non smetterà più di utilizzare gli animali come metafora della propria condizione, come specchio nel quale ritrovare la propria immagine un poco più stemperata, a tinte meno fosche, così da poterne sopportare la propria immagine riflessa. Così le espressioni proverbiali ed il lessico popolare, i libri, i film, i fumetti, insomma tutte le tecniche con cui l'uomo contemporaneo racconta le sue storie si riempiranno di furbe volpi, di timorosi coniglietti, di lupi cattivi e di pacifiche colombe, e così via, barrendo, miagolando, squittendo, abbaiando.
In un tale serraglio, in una produzione artistica che lievita di giorno in giorno, è difficile, sia pure per linee sommarie, dare conto dei principali filoni che vedono impegnati protagonisti non umani; ma soprattutto è difficile riuscire a distinguere fra storie spazzatura, dove l'animale viene impiegato per suscitare quel tocco in più di commozione, di paura, di divertimento a quella che altrimenti sarebbe una trama o una sceneggiatura scialba e scontata, e storie che, rispettando l'identità animale, riescono a farsi ascoltare e comprendere e ad istruire lo spettatore ed il lettore umano; insomma, se stiamo parlando, con tutto il rispetto, di botteghino, od invece di quel sentimento di contiguità (per la cronaca, circa il 98,4% del DNA umano è uguale a quello dello scimpanzé) e di condivisione di questo spazio, la Terra, e di questo tempo che lega l'uomo all'animale.

Uccellacci e uccellini
Così, in un gioco di specchi che lega non solo uomo ed animali, ma anche spettatori ed attori, protagonisti e lettori, ci possiamo sentire attratti dalla parte misteriosa, istintiva, irrazionale della animalità: una metamorfosi in stile kafkiano che scalfisce la nostra parte razionale e ordinata e che ci rappresenta come animale che lotta con gli altri animali. Dagli uccelli di Hitchcock in avanti, tra squali ed altre creature terrificanti che sgusciano dalle profondità marine o dalle penombre delle foreste, tra dinosauri resuscitati e ragni assatanati, tra orche assassine e scimmie psicopatiche, è tutta una lotta all'ultimo sangue tra bestialità ed umanità, che deve essa stessa degradarsi ad animalità e combattere per la sopravvivenza: nessun codice morale, nessuna rispettabilità, solo lotta per la vita.
Oppure ci possono piacere le storie commoventi e a lieto fine; buonismi caratterizzati dalla lacrima facile e dal tenero sorriso. Occhi languidi, traversie da superare grazie all'innocenza e alla bontà d'animo, umani ritratti a tinte grottesche nella loro avidità e cattiveria: ci riferiamo ad esempio alla produzione disneyana, fatta di depressi elefantini orecchiuti e di innocenti cerbiatti, di strampalati jazzisti felini o di branchi di cani a pois, di leoni che lottano per la supremazia nelle gerarchie del branco o degli psichedelici animali del mondo delle meraviglie.
O ancora, tra attualità e debolezza dell'anima, tra sentimenti e fatica di vivere, ci si può chiedere se riusciamo a vedere le nostre ossessive inquietudini nella caccia che il capitano Achab conduce vita natural durante alla balena Moby Dick; se ci sentiamo vicini alla paziente ineluttabilità e all'irriducibilità alla sconfitta che anima Santiago nella sua lunga caccia al marlin; se la capacità di comunicare sussurrando ai cavalli non contenga un insegnamento su come stabilire relazioni umane decenti, magari sussurrandogli all'orecchio, con il compagno di banco o il collega d'ufficio.
Ancora, se anche noi ci sentiamo galline in fuga, che le ristrutturazioni del mercato del lavoro costringono ad una disperata corsa verso la salvezza e lontano dai soprusi; se a volte ci capita di avere voglia di tralasciare responsabilità ed esteriorità per ballare con i lupi in una qualche prateria urbana; se è anche un nostro sogno realizzare con il cuore quello che la mente reputa impossibile, dedicandoci ad insegnare a volare ai gabbiani.
E poi ancora Topo Gigio e la mucca Carolina, il papero Saturnino e Calimero pulcino nero, Braccobaldo e Napo orso capo, Bugs Bunny e Daffy Duck, il Muppets Show con la rana Kermit, l'orso Pozzie e la maialina Piggy, Magilla gorilla e Jo Condor, il gatto Silvestro e Titty, Beep Beep e Willie Coyote, la famiglia dei paperi e quella dei topi, il lupo Akela, il serpente Ka, la tigre Shere Kan e l'orso Baloo, Svicolone, Yoghi e Bubu, Rin Tin Tin e il commissario Rex, Furia e Lassie, Spirou e Hobbes, Snoopy e Woostock, gli Archeopterix, i serpenti di BC, Lupo Alberto e la fattoria tutta: animali ognuno dei quali racconta una storia, interpreta una filosofia, trasmette una visione del mondo, ma che soprattutto ci insegnano che per divertire, per narrare, per sentire, per vivere, non sono necessarie sofisticate costruzioni mentali: a volte sono sufficienti un osso o un'aringa da sgranocchiare, un prato verde su cui correre o uno specchio d'acqua in cui nuotare, e soprattutto un cuore forte abbastanza da sopportare tanta felicità.

Info


Quel pollo di un cronista

Il Pollo Gino, creato per my-tv.it dal geniale autore di cartoon Andrea Zigoni in breve tempo è diventato il pollo-cronista più famoso della rete.
L'unico pollo che non solo parla come mangia ma mangia mentre parla, come dicono i suoi autori, si è subito conquistato le simpatie, non solo dei giovani, ma anche di personaggi dello spettacolo e della cultura. E non potrebbe essere altrimenti, per un pollo che smaterializzato, finito in internet, si trova invece in un cyberpollaio e da lì guarda il mondo con ironia e una verve esilarante. Personaggio comico e paradossale è salito definitivamente agli onori della cronaca extra-rete col successo di "Tu vuo' fa' o talebano", rivisitazione di uno dei brani più noti di Renato Carosone che, oltre a essere diventata un tormentone delle e-mail e degli sms, ed essere stata intonata in Parlamento, si è trasformata in un vero e proprio successo planetario. Un'affermazione non esagerata visto che, tra il 4 e il 7 dicembre, due di quei due milioni di contatti registrati dal browser venivano dall'Afghanistan. www.my-tv.it
 
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