ARIA

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maggio/giugno 2001







 

 

 


EMOZIONARIA

di Aldo Ferrari Pozzato
Tempo di viaggi. Viaggi che quasi sempre si accompagnano con la conoscenza di sé: come me la caverò, mi piacerà, chi incontrerò? Per saperne di più su se stessi è necessario vedere che tipo di impressioni ci arrivano dal mondo.
Le ragazze e i ragazzi che vengono ad ARIA iniziano un viaggio, più o meno lungo alla scoperta di se stessi, con un unico compagno: l'operatore di ARIA. Non è quindi strano che ci facciano domande più o meno velate su quello che sentiamo nei loro confronti, che emozioni, quanto affetto.
Spesso con l'aria di chiedere qualcosa di quasi proibito. Eppure sono proprio gli elementi dell'emozione che danno il senso del modo di stare insieme.
E allora la risposta è che sì, proviamo delle emozioni, alle volte anche forti, sempre prolungate nel tempo ben oltre la fine degli incontri e che se non fosse così tutto il resto non avrebbe senso.
Sono però delle emozioni che non vanno verso la soddisfazione o il compimento, se non attraverso il parlarne e chiarirsi all'interno del dialogo che si stabilisce ad ARIA.
Mi spiego: rispetto a quello che avviene di solito, non c'è la ricerca della conferma della reciprocità (Ti amo. E tu?) e nemmeno si è tesi alla soddisfazione che l'emozione in qualche modo prefigura (Che bello! Stiamo insieme?).E ancora: se faccio qualcosa per un amico e non ci sono motivi per non crederlo, mi aspetto che da questo derivi un rinsaldarsi dell'amicizia e anche un riconoscimento di quanto fatto.
Se sto bene con una persona, il mio desiderio è di vederla il più possibile e ogni incontro aumenterà la probabilità dei successivi.
Ad ARIA invece lo scopo è rendere il più chiaro possibile il modo in cui la persona che è lì con noi suscita e prova quelle determinate emozioni e non altre. Eventualmente si cerca di rendere queste emozioni più simili a ciò che la persona vuole, pensa e sa di se stessa. Questo in generale.
Ma partiamo dall'inizio e dal concreto.
Quando io vengo a sapere, o dall'agenda o da una telefonata, che arriverà una persona nuova, che non ho mai visto, cosa succede dentro di me?
Prima di tutto, è evidente che dopo quasi dieci anni non è come dopo un mese. All'inizio prevaleva un po' di batticuore e domande tipo: "Riuscirò a essere all'altezza di questa persona, che sicuramente ha scelto di impegnare il suo tempo per venire qui e si aspetta qualcosa da me?" "Riuscirò a non farmi influenzare troppo dalle cose che so e ho studiato e dall'idea di colloquio che me ne deriva?" "Riuscirò a non scimmiottare un andamento delle cose che può essere molto rispettabile, ma non è quello che la lui o lei mi portano?" "Riuscirò a non farmi prendere dalla voglia di dimostrare che sono bravo e che ha fatto bene a venire da me?" "Mi farò sfuggire qualcosa di fondamentale, lo\la deluderò e indurrò a non venire più?" "O, al contrario, cercherò di abbagliarla e di farla tornare a tutti i costi?".
Adesso tutte queste domande, e altre ancora, rimangono, ma non sono imperiose. Prevale un senso di anticipazione, di interesse e di fiducia che offrire un rapporto sereno, attento, corretto, disponibile, senza nascondere le mie eventuali difficoltà
o incapacità, sia il modo migliore di iniziare la conoscenza. Poi si vedrà. Con in più la disposizione a lasciarsi sorprendere, a non dare per scontato il racconto dell'altro, a coglierne e restituirne le peculiarità, a fare prima di tutto le domande e le osservazioni più normali e più aderenti alla visione che l'altro mi porta (ovviamente nei limiti che il mio modo di pensare e di essere mi permette). E poi il ragazzo o la ragazza arrivano e impariamo a conoscerci: c'è chi parla subito a raffica, chi ha bisogno di essere aiutato, chi non sopporta il silenzio e chi non sopporta le domande. Alla fine del primo incontro avremo stabilito qual è il modo giusto o possibile di stare insieme e il mio sentimento sarà di fiducia e meraviglia per il piccolo miracolo di un nuovo incontro. Più tutte le emozioni che il suo racconto mi avrà provocato. Emozioni che non sono mai nascoste, che filtrano nel dialogo e vengono anche dichiarate esplicitamente. Col tempo questo sentimento di vicinanza si rinsalda e diventa sempre più compartecipazione. Però sempre rivolta alla conoscenza più che all'azione concreta: noi di ARIA rappresentiamo solo una minima parte della vita reale delle persone. E il nostro compito non è di intervenire. Questo non significa che non ci capiti di pensare alle persone conosciute ad ARIA anche quando non sono presenti: sempre quando capita che per mille motivi un appuntamento salti, ma anche quando una cosa qualunque della mia vita quotidiana mi ricorda qualcosa di un ragazzo o di una ragazza che vedo a ARIA: una frase, un atteggiamento, una situazione.
E, come dicevo già prima, tutto questo dura ben oltre la fine della serie di incontri. Quando qualcuno che non vediamo da tempo ci passa a trovare siamo molto contenti: è una occasione per sapere come sono andate nel frattempo le cose, ma soprattutto di evocare per un attimo proprio quell'insieme di emozioni che è stato il cuore della conoscenza reciproca che si è sviluppata ad ARIA.
Ancora oggi mi capita di pensare a ragazze e ragazzi che non vedo da molti anni e pensare, con un filo dolce di nostalgia: "Chissà come gli sta andando la vita?"
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