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| Sei qui: Città di Torino >> Informagiovani >> Rivista Informagiovani >> Num. 03/2001 | ||
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AVE
AGLI AVI Giza? Machu Picchu? Angkor? L'isola di Pasqua? Niente affatto: niente piramidi e mummie e geroglifici, niente capitali ingoiate dalla foresta amazzonica, niente templi invasi da liane e scimmie dispettose, niente monoliti antropomorfi conficcati su uno scoglio in mezzo all'oceano. L'Italia basta. Chiedetelo a quelli dell'ATM cosa temono di più adesso che iniziano i lavori della metro: che occasionali reperti archeologici gli blocchino i cantieri. A ragione, e non diversamente da Roma, Napoli o Milano. Del resto, non potrebbe essere altrimenti, in una penisola dove hanno scorrazzato in lungo e in largo celti, etruschi, fenici, greci, cartaginesi, romani, e poi barbari di terra e di mare. Resti del nostro passato ne abbiamo a iosa, dai cocci di finissimo bucchero ai teatri tutt'interi dove i cristiani andavano in pasto ai leoni. L'archeologia indaga un mondo brutalmente materiale e contrasta l'idea inveterata del documento scritto come unica testimonianza della storia. Sui libri delle scuole medie abbiamo imparato la data della fondazione di Roma e i nomi dei suoi re da Romolo a Tullio Ostilio; approfittiamo adesso di un fine settimana per una scappata a uno scavo: le atmosfere, le emozioni e gli stati della mente, che sfuggono senza eccezione agli autori dei manuali, si concretano imprevedibilmente nelle pietre delle città sepolte. A un'oretta da Torino, su quella che era la strada per le Gallie ed è oggi l'autostrada per Savona, sorgeva Augusta Bagiennorum: se ne sta ancora quasi tutta buona buona sotto terra, situazione ideale per menti in vacanza desiderose di fantasticare tesori dove si vede solo un vasto pianoro illustrato appena dalle spiegazioni in bacheca dell'ente parco. Per i resti del teatro, di un portico e di un edificio di culto, bene in vista in mezzo alla campagna, possiamo tranquillamente immaginare istrioni che ricamano sui canovacci di Plauto piuttosto che aruspici alle prese con viscere animali. Quanto al lavoro certosino degli archeologi che hanno lottato contro le resistenze della terra, vale la pena un giro al museo archeologico di Bene Vagienna con iscrizioni, capitelli, laterizi, monete, gemme, vasi, antefisse, due bronzetti di Mercurio e tre testine marmoree di Giove, Minerva e Mitra. Un mondo sotterraneo ben più maestoso, gravido di informazioni a forma di tessere anziché di cocci, si spalanca al visitatore di Aquileia, già capitale della X regione romana 'Venetia et Histria' poi declassata a centro minore della provincia di Udine. Manco a dirlo la sua parabola discendente è iniziata con le spavalde incursioni di Attila re degli Unni. Stranamente, tuttavia, passati lui e il suo ronzino l'erba è ricresciuta, e pure rigogliosa, sia tra le gradinate d'imbarco dell'antico porto fluviale sia tutt'intorno ai pavimenti musivi di ville patrizie e basiliche cristiane. I mosaici sono la ricchezza di questa città, che si dice contasse sotto Augusto duecentomila abitanti mentre oggi fa sì e no quattromila anime. Per queste vie sono transitati Costantino, Ambrogio e forse anche Carlo Magno: vogliamo non andarci? Uno c'aveva il palazzo imperiale, l'altro lo aspettavano i vescovi al concilio antiariano, noi possiamo goderci l'amenità dei luoghi come sembra facesse il terzo. Il primo ad avere indicato una analogia tra archeologia e psicanalisi fu niente meno che il signor Freud. Ma sarebbe un errore pensare che i resti archeologici emergano dal sottosuolo come scampoli di inconscio sulla chaise longue dell'analista. Questa è la situazione ideale di chi sa leggere, sa vedere e ha il tempo di smontare: le stratigrafie archeologiche richiedono una paziente opera di traduzione di qualcosa che il corso della storia aveva scartato e seppellito. Gli sventratori di professione, abili nello sterro e ignoranti dello scavo, se ne infischiano tanto della psicanalisi quanto dei tre possibili anni di galera quando vengono acciuffati con le mani nel sacco. Pardon, nel sepolcro: non per niente sono noti come tombaroli e famosi per temere più i fantasmi che i reparti speciali dei carabinieri. I quali, va riconosciuto, fanno comunque un lavoro egregio: in trent'anni hanno recuperato, solo in Etruria, più di trecentomila pezzi trafugati. Scacciamo la domanda oziosa di quanti gliene siano sfuggiti e rivolgiamo la mente al prossimo appuntamento con il passato remoto. Mente e gambe, questa volta c'è da camminare. Le necropoli etrusche sono per lo più in aperta campagna, raggiungibili su sentieri da percorrere con prudenza. Sparse in Toscana, Umbria e Lazio settentrionale, una conta sommaria ne mette insieme più di cinquanta. Sarebbe pertanto presuntuoso volere dare qui indicazioni dettagliate. Le locali aziende di promozione turistica sono prodighe di informazioni e non è affatto da respingere l'idea di arrivare in zona per affidarsi agli incontri casuali con gente esperta del posto. Tombe etrusche si trovano a due passi da Tarquinia (necropoli di Monterozzi), nei dintorni di Chiusi (camere con decorazioni pittoriche) e di Sovana (località Poggio Felceto e Poggio Stanziale), e un po' lungo tutto il tracciato dell'antica via Clodia prima e dopo Tuscania. Dove di tombaroli non si vede nemmeno l'ombra è in Sicilia: soccombono infatti alla concorrenza sleale delle ruspe e camion dei costruttori abusivi. La valle dei templi di Agrigento è esemplare: l'ingordigia del cacciatore di tesori lascia il posto al buongusto del geometra che progetta la villa senza permesso, peraltro difeso dal vescovo, come riferiscono recenti cronache giornalistiche. Gli archeologi che hanno sostenuto che con i templi della Concordia e di Hera Lacinia scompaia l'ordine dorico, non facevano un'affermazione di mera storia dell'arte. Insomma, se non sarà Agrigento, sarà Siracusa (il teatro e il tempio di Apollo), sarà Selinunte (tre templi di dimensioni eccezionali, dei quali uno restaurato negli anni scorsi), sarà comunque un viaggio in una monumentalità sobria e solenne, illuminata di sole meridionale, che il torinese dalla sua casa di ringhiera riesce appena a immaginare.
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