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SPECIALE INTERCULTURA | |
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| Sei qui: Città di Torino >> Informagiovani >> Rivista Informagiovani >> Num. 03/2000 | ||
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SPERIAMO CHE ME LA CAVO
La scuola è il luogo più democratico che ci sia, per gli immigrati: è la prima istituzione che ha dovuto adattarsi agli effetti dei flussi migratori a cura di Sergio Capelli Cresce il numero di immigrati in Italia, cresce anche a Torino. Ma il vero fenomeno degli ultimi anni è la comparsa dell'immigrazione di seconda generazione, ovvero dei figli, nati in Italia, di coloro i quali si sono visti costretti a lasciare la loro terra per stabilirsi in questa strana penisola a forma di stivale al centro del Mediterraneo. "Risolveranno il problema del calo demografico!" Grida qualcuno, "Saranno la manodopera del 2000" risponde qualcun'altro. In realtà i tempi sono un po' prematuri: per ora vanno solo a scuola. "La scuola è il luogo più democratico che ci sia, per gli immigrati: è la prima istituzione che ha dovuto adattarsi agli effetti dei flussi migratori e lo ha fatto approvando non poche delibere sull'interculturalità" ci dice Sued Benkhdim, mediatrice culturale presso il carcere minorile Ferrante Aporti. Già, la scuola è una delle istituzioni più democratiche per gli immigrati. Proviamo a sbirciare cosa c'è dietro il suono dell'ormai proverbiale campanella. L'inserimento scolastico di ragazzi stranieri nelle scuole di Torino e provincia è un fenomeno in costante e consistente crescita. I dati fornitici dal C.I.D.I.S.S. (Centro Informazione Documentazione Inserimento Scolastico Stranieri), aggiornati al dicembre '98, ci dicono che l'aumento degli studenti stranieri è stato pari 22.4% fra il 1996 e il 1997 e del 22.1% dal 1997 al 1998. In valori assoluti, si è passati da 2478 a 3704 unità. Qualora la crescita fosse costante, si pensa che nel 2003 saranno circa 10.000 gli studenti stranieri nelle scuole di Torino. Confermando i dati generali sull'immigrazione, la parte del leone la fanno i Maghrebini (1027, corrispondenti al 27.7%) seguiti dai ragazzi provenienti dall'Ex Yugoslavia (333 pari al 9%), dai Cinesi (289, 7.8%) e dagli Albanesi (250, 6.7%). Il numero degli studenti va assottigliandosi con il crescere del livello scolastico (il che potrebbe rappresentare la relativa novità della scolarizzazione per i ragazzi stranieri, ma anche le difficoltà di questi ragazzi nell'integrazione scolastica): 886 sono iscritti alla scuola materna, 1622 alle scuole elementari, 763 alle medie e, infine, 433 alle superiori. La grande maggioranza degli studenti della Provincia di Torino è concentrata nel capoluogo (69.9%), è di età compresa fra i 7 e gli 11 anni (39.4%) ed ha alle spalle almeno un anno passato sui banchi delle scuole italiane (74.1%). Fino a qui dati, ma l'inserimento scolastico dei ragazzi stranieri non è rappresentabile solo con i dati: sono molti i problemi ad esso legati a partire dalla lingua. "Le difficoltà di acquisizione linguistica sono molte - ci dice Walter Primo, insegnante distaccato presso il C.I.D.I.S.S. - e, spesso, rappresentano un ostacolo rilevante per lo svolgimento regolare di un percorso scolastico". In effetti le carriere scolastiche dei ragazzi stranieri sono spesso molto travagliate: il 76% degli allievi iscritti alle scuole superiori è in ritardo di almeno un anno rispetto al percorso scolastico regolare, il 63% lo è già nella scuola media, il 29% nella scuola elementare. La situazione, però, migliora di anno in anno: globalmente i giudizi negativi (conoscenza della lingua nulla o insufficiente) sono scesi, nell'ultimo anno preso in analisi, dal 12.4% all'11%, mentre quelli di eccellenza (conoscenza buona o ottima) sono cresciuti di circa un punto percentuale. In effetti, ascoltando un discorso fra ragazzi stranieri e ragazzi italiani, spesso sembra che entrambi siano in possesso della lingua alla stessa maniera. "Ma così non è - dice Walter Prino, supportato dalle statistiche - spesso i ragazzi sono in possesso di una lingua di 'sopravvivenza', e non di una lingua per studiare. Sono due cose completamente differenti. Formare una lingua per lo studio è un lavoro complesso, non immediato, che richiede risorse umane e infrastrutturali. Dovrebbero esserci dei laboratori linguistici appositamente istituiti con insegnanti specializzati in grado di lavorare a tempo pieno su questi progetti. Ad oggi, sono attivi dei corsi di alfabetizzazione affiancati alle 150 ore dedicati proprio ai ragazzi che hanno problemi con l'italiano. Sono divisi in due livelli; chi supera il secondo dovrebbe essere pronto per un percorso scolastico senza intoppi, o per lo meno senza gli intoppi dovuti alla lingua". La lingua non è però l'unico problema. Spesso capita che i ragazzi di nazionalità straniera siano considerati, per i più svariati motivi, un peso piuttosto che una risorsa. "Ma in Torino e provincia assolutamente non esistono classi per soli stranieri - continuano da C.I.D.I.S.S. - noi agiamo nell'ottica dell'interculturalità e dell'integrazione, pensiamo che la presenza di ragazzi stranieri debba essere di stimolo per lo studio e l'implementazione di nuove metodologie scolastiche volte all'integrazione. Siamo convinti che vadano valorizzate le differenze. Su nostro consiglio alcune scuole superiori si stanno attrezzando per permettere ai ragazzi stranieri di effettuare la terza prova scritta dell'esame di maturità nella loro lingua madre". Ma i buoni propositi possono non andare di pari passo con la pratica. L'insegnamento scolastico della religione, secondo alcuni, non è proprio in linea con i principi di interculturalità. Il rischio è quello di trasformare in solchi profondi le differenze religiose fra i vari ragazzi. "Proprio su questo argomento avrei alcune critiche da fare alle istituzioni Italiane - annuncia Sued Benkhdim - non è detto che per interfacciarsi con la realtà dell'immigrazione dal Maghreb, ci si debba consultare sempre e solo con le associazioni religiose e mai con quelle laiche. Eppure l'Italia dovrebbe essere uno Stato laico. Questo è molto grave. A Torino, ad esempio, esistono sette associazioni islamiche religiose e tutte e sette sono estremamente valorizzate dalle istituzioni. Non è assolutamente detto che tutti gli immigrati maghrebini siano di confessione islamica: fra di loro c'è anche chi non è religioso, e comunque all'interno dell'islamismo esistono diverse confessioni. Perché fare di tutta l'erba un fascio? Non è raro che il programma scolastico di alcune classi, dove la concentrazione di alunni maghrebini è molto alta, venga concordato con le associazioni religiose. E i maghrebini laici? Devono sottostare gioco o forza alle imposizioni dei religiosi. Perché? Alla fine poi vengono fuori solo i problemi dell'insegnamento dell'arabo ('la lingua dei nostri nonni', dicono. Ma i nostri nonni parlano dialetto e anche parlando arabo noi nipoti non saremmo in grado né di capire, né di essere capiti) e quello dell'alimentazione, la cui risoluzione è già ampiamente prevista nella scuola Italiana". E' vero: non tutti i Maghrebini sono di religione islamica, e, soprattutto, non tutti gli immigrati sono maghrebini. Cosa succede per chi non si riconosce nei dettami della religione cattolica né in quelli dell'islamismo? In definitiva, la scuola è certamente una delle istituzioni che più velocemente ha dovuto adattarsi ai flussi migratori e che maggiormente ha dovuto ragionare in termini di interculturalità. Sicuramente qualcosa è stato fatto, ma siamo sicuri che quella bandierina che vediamo in lontananza sia il traguardo e non l'arrivo della prima tappa di un lungo percorso? |
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