SPECIALE INTERCULTURA

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maggio/giugno 2000

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 
 
 
 
 
 
 

 

RAZZISMO 
Assimilazione, integrazione
"Sono tristi, sporchi, parlano molto, tribù intere che migrano verso il nord dove si mangia, si beve, si è felici. Poi essi si installano, una volta suonano la fisarmonica e una volta lavorano di coltello".
 di Donatella Sasso
L'ennesima lamentela semplicista dopo una nuova ondata migratoria o forse lo sfogo di un "onesto lavoratore italiano" stanco di extracomunitari? Assolutamente no. Si tratta di una colorita descrizione di immigrati italiani, pubblicata nel 1896 dal giornale francese La patrie.

Evidentemente il razzismo e i luoghi comuni non sono appannaggio di categorie rigide e solidamente collocate entro chiari confini storici, geografici o sociali. Sono piuttosto il risultato di sentimenti fluttuanti, in grado di adattarsi al mutevole variare delle situazioni. Un piccolo scarto di contesto e il gioco è fatto: da vittima a sicuro depositario di opinioni inattaccabili: "Io non sono razzista, però....".
Eppure al variare delle circostanze non sembra mutare la sostanza di pregiudizi e stereotipi, sempre disponibili per ogni occasione. Gli stranieri di ieri e di oggi sono ladri a tutti gli effetti o almeno ladri di lavoro e opportunità, che spetterebbero per diritto inalienabile ai cittadini nativi. Altre volte diventano sfaticati e delinquenti, pretenziosi e arroganti. Nel migliore dei casi sono accettati, purché si adattino alle regole e ai comportamenti della maggioranza. 
".... Noi giovani torinesi non abbiamo intenzione di andare a vivere altrove, ma neppure di sopportare un modo di fare che ci spiace e ci irrita. Preghiamo quindi coloro che vengono a stabilirsi a Torino d'adattarsi al nostro modo di vivere". Così scriveva nel 1962 un ragazzo a Specchio dei tempi, riferendosi ai meridionali e stigmatizzando la loro presunta abitudine di apostrofare le ragazze con "fischi, frizzi e lazzi".
Facili schemi di semplificazione, che si basano su percezioni immediate e spesso distorte da paura, intolleranza, indifferenza. Il fondo di verità incluso in ogni pregiudizio tende a irrigidirsi e universalizzarsi.
Un unico esempio: se è vero che il mondo dell'immigrazione cade più facilmente nelle maglie della giustizia, questo non è dovuto solo alla precarietà e alle difficoltà di integrazione, ma anche a un'insufficiente informazione circa la normativa italiana. D'altra parte gli immigrati rischiano molto più dei cittadini nativi di essere vittime di episodi di violenza, omicidi, negazione di diritti.
Comunque il razzismo solitamente è denigrato e rinnegato e gli si contrappongono tentativi di assimilazione alla cultura dominante, non sempre compiuti in malafede.
Non molto tempo fa in Francia la decisione di proibire l'uso del foulard alle ragazze musulmane che frequentavano la scuola pubblica suscitò molte polemiche. Nella civilissima Francia, patria della Rivoluzione francese e dell'égalité, forse non si intendeva offendere le giovani studentesse. L'omogeneità era parsa una facilitazione alla via del dialogo e della comunicazione, nonché un eclatante gesto di emancipazione femminile, dettato, però, da principi e sensibilità del tutto occidentali. Il tentativo non ebbe comunque successo.
Dietro al foulard, fra i più visibili e contestati segni di diversità, si nasconde infatti un immenso bagaglio di civiltà, tradizioni e esperienze, che lo straniero porta inevitabilmente con sé. Spesso la differente cultura viene recepita come ostacolo, in primo luogo linguistico, alla reciproca comprensione oppure viene ridotta a marginale accessorio folcloristico. In realtà ciò che si cela dietro la generica parola cultura altro non è che il modo d'essere di ciascuno di noi, la personale chiave d'accesso al mondo e agli altri. Trascendere le differenze e imporre la strada dell'assimilazione rischia dunque di trasformarsi in un errore tattico, che può bloccare la comunicazione anziché facilitarla. Fra razzismo discriminatorio e assimilazione si fa dunque strada la possibile terza via dell'integrazione. Parità di diritti e doveri, ma anche rispetto e cura per le differenze. 
E così ormai non solo più gli stranieri si impegnano a imparare l'italiano, ma anche molti operatori pubblici, insegnanti, volontari hanno iniziato ad avvicinarsi alle lingue e alle culture altre, mossi da necessità di comunicare, ma anche da semplice curiosità, molla indispensabile e non marginale per ogni forma di reciproca conoscenza.
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