SPECIALE INTERCULTURA

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maggio/giugno 2000

 
 

LONDRA
Oltre il Tamigi un'altra città

di Luigi Urru


A Islington mi annoiavo. Così ho fatto i bagagli e ho attraversato il Tamigi. Non c'è voluta che mezz'ora di metropolitana per arrivare a Brixton, una mezz'ora per varcare un abisso verso una liberazione attesa e voluta. Il trasloco, per chi non è familiare con la geografia londinese, è paragonabile al passaggio dalla Crocetta a San Salvario e ciò che a Torino è la spina ferroviaria di Porta Nuova, è qui il fiume più lungo d'Inghilterra: una linea sottile tra mondi attigui che giocano a ignorarsi (e forse detestarsi) reciprocamente. La distanza in linea d'aria è minima ma la diversità agli opposti poli non potrebbe essere più profonda, appariscente e persino ostentata.
A Islington ho lasciato un dedalo di vie nette e linde, basse case vittoriane o di epoche precedenti tenute in ordine ossessivo e sottilmente angosciante, facciate bianche e ringhiere nere; ho lasciato i bar trendy e le gallerie d'arte di Upper Street con l'atmosfera frivola cara al New Labour britannico (Tony e Cherie Blair abitavano da queste parti prima di trasferirsi al dieci di Downing Street). A Brixton ho trovato la comunità caraibico-giamaicana più grande d'Europa, una Coldharbour Lane brulicante di gente, di suoni e, qualcuno dice, di pericoli. Non so se Blair si sia mai inoltrato da queste parti, mentre è di pubblico dominio che la folla ha osannato Nelson Mandela e Mike Tyson in visita a questo quartiere simbolo dell'orgoglio nero.
Così è Londra: se ne vedono di mille colori e a percorrerla da un capo all'altro si stenta a credere che sia sempre lei, quella città fondata dai Romani, governata dai Sassoni e conquistata dai Normanni dove oggi più di un quinto della popolazione non è inglese. Melting pot? Macedonia, caleidoscopio, mosaico di culture? Le metafore suonano fruste e malandate. Londra è da sempre capitale cosmopolita e tra le città europee è citata come esempio di buona integrazione e tolleranza interetnica. Giornale e sigarette si comprano dal news agent pachistano sotto casa; al supermercato la cassiera è peruviana e la guardia giurata (sì, ogni supermercato ha la sua) nigeriana; il compagno d'alloggio arriva da Berlino e quando si mangia fuori la scelta è tra cinese e giapponese, a seconda dei soldi che abbiamo in tasca. Stare gomito a gomito con persone che arrivano dall'altro capo del mondo è esperienza quotidiana, ovvia e scontata. Nessuno alza le sopracciglia o si gira indietro al passaggio di un arabo avvolto nel caffettano, di un sikh con turbante in motocicletta o di una donna velata di nero dalla punta dei capelli alla punta dei piedi.
Gli stranieri hanno scoperto Londra in epoche e per i motivi più diversi. I primi immigranti cinesi arrivarono sul finire del XVIII secolo sui vascelli della Compagnia delle Indie e si stabilirono nell'area dei docks lungo il Tamigi. Di quei tempi rimane oggi il ricordo nei nomi delle vie - Ming Street, Canton Street, Peking Street e Nankin Street - ma dal dopoguerra China Town si è trasferita a due passi dai teatri del West End e spalla a spalla con le luci rosse di Soho. Oltre i due archi che ne segnano l'ingresso, non solo ristoranti e take away ma una ridda di negozi dove "pescare" cavallucci marini essiccati (utili contro il raffreddore) o pelli di serpente (per gli anemici) mentre nelle vetrine occhieggia ieratica una statua del buddha e il commesso volta pagina al Sing Tao, quotidiano cinese pubblicato in Inghilterra: è chiaro che se vi hanno insegnato che la Cina sta in Asia, dovete ricredervi.
Tanto più che quella che qui è chiamata Asian community, curiosamente esclude occhi a mandorla e "pelle gialla". L'espressione inglese accomuna invece - piuttosto rozzamente - tutti gli immigrati dal subcontinente indiano, un crogiolo di popoli, religioni e culture che hanno in comune quanto un lappone e un calabrese. Non è dunque uno scherzo del caso che la comunità "indiana" sia sparsa per Londra a seconda della rispettiva regione di origine: chi proviene dal Bangladesh è insediato nell'East End, chi parla gujarat ha casa nel quartiere attorno allo stadio di Wembley e chi ha lasciato il Punjab vive invece a Southall. In questa borgata a metà strada tra la stazione di Paddington e l'aeroporto di Heathrow è difficile imbattersi in facce europee che non siano quelle reduci da un viaggio in India, ansiose di ritrovare qui l'atmosfera di Benares o Bombay. Il desiderio andrà probabilmente deluso, meglio arrivare con più modeste aspettative e sorprendersi a conversare con un cuoco di Lahore che serve un piccante biryati (riso con carne di agnello), sintonizzarsi sulle frequenze di Radio Krishna mentre l'auto attende al semaforo o fare un pensiero tra il malevolo e l'attonito davanti alle vetrine del Suman Marriage Bureau, che assiste le famiglie indù a confezionare matrimoni combinati.
Londra non è più inglese ma neppure è solo indiana o cinese. Clerkenwell è il tradizionale quartiere italiano, Golders Green ospita un'ampia comunità ebrea, gli irlandesi si trovano classicamente a Southwark, turchi e greci ciprioti a Harringay, arabi intorno a Queensway e Bayswater. le tessere del puzzle sembrano infinite. Nella laconicità di queste etichette etniche attaccate ai singoli quartieri londinesi è anche il rischio di una metropoli multiculturale: "Che diventi di fatto una città di ghetti separati", come sostiene Chris Myant della Commission for Racial Equality.
Numeri e fatti stanno tutti dalla sua parte. Oltre la metà dei disoccupati della capitale non è inglese e la stragrande maggioranza della popolazione non bianca è stipata nei quartieri più poveri e meno serviti da infrastrutture pubbliche. Meno di un anno fa due attentati dinamitardi hanno colpito la comunità nera e asiatica a Brixton e Brick Lane, mentre il recente omicidio del giovane di colore Stephen Lawrence ha scosso i piani alti della polizia e per la prima volta i giornali hanno denunciato un "razzismo istituzionalizzato". Più banalmente, può accadere che se sei nero il taxi non si fermi al tuo agitar la mano dal marciapiedi, i colleghi di lavoro ti bersaglino con riferimenti maliziosi alla tua origine africana mentre anche i migliori amici stentino a vedere oltre cliché inveterati di chiaro stampo coloniale.
Questa è Londra, non tutto è oro quel che luccica e il multiculturalismo sbandierato dal governo laburista fa volentieri a pugni con la realtà. Per dirla con la Asian Dub Foundation, il cui nuovo album "Community Music" sta per uscire, "Povertà e mancanza di potere sono intrecciati al colore della pelle, discriminazione e sfruttamento si nutrono l'un l'altro". Cosa risponderebbero stranieri famosi come Karl Marx, Ho Chi Min e Charles de Gaulle che a Londra trovarono rifugio e asilo quando ancora il multiculturalismo non era stato inventato?
Indirizzi utili per nutrire pancia e intelletto nella Londra multietnica
Viet Hoa Café (70-72 Kingsland Road, E2) - ottimo cibo vietnamita a prezzi ragionevoli.
Scacchi cinesi (Ma-jong e hsiang-ch'i) sono in vendita in vari negozi di China Town. I pezzi più raffinati erano ambiti nel secolo scorso dall'aristocrazia inglese. Oggi sono un diffuso gioco d'azzardo.
Attrezzatura e manuali per arti marziali orientali si trovano al dieci di Little Newport Street (WC2).
Ristoranti cinesi self-service 'eat as much as you like': il più conosciuto è Mr Wu, a Chinatown e Bayswater. Da evitare, a meno che non si abbiano quattrini (il prezzo è fisso a quattro sterline) e una fame da lupi.
Asian shops: quelli dietro Leicester Square hanno una varietà di prodotti infinita (spesso senza traduzione inglese) e prezzi dimezzati rispetto a un tradizionale supermercato.
La Guanghwa Company al 32 di Parker Street (WC2) offre materiale per calligrafia cinese ed espone arte orientale.

Il Guru Granth Gurdwara, appena fuori la stazione ferroviaria di Southall, è un tempio sikh visitabile per appuntamento (081-5747700): prima di entrare nella camera principale occorrerà sfilarsi le scarpe e coprirsi il capo. Non è invece necessaria la prenotazione per il tempio indù dedicato a Vishwa, con statue di Visnu, Krishna e Ganesh ricoperte di ghirlande di fiori freschi.
Brick Lane è famosa per i ristoranti indiani (curry houses) in una moltitudine di varianti regionali, oltre che per il mercato della domenica mattina (sulle bancarelle, tra l'altro, un'ampia scelta di musica indo-pachistana). Una guida dettagliata alla storia di questo quartiere è il volume The Streets of East London, di W. J. Fishman.
Tessuto per confezionare un sari indiano si trova al numero cento di Brick Lane (Bilash Saree Centre).
La Asian Dub Foundation ha un proprio sito internet all'indirizzo www.asiandubfoundation.com.

Bagel, pretzel e altri tipi di pane tipici della tradizione ebraica si trovano in negozi e supermercati di Golders Green, ma attenzione alla chiusura anticipata il venerdì pomeriggio.
Il cimitero israelita s è sulla Hoop Lane (NW11): vi sono sepolti ebrei sefarditi come indicano le tombe prive di lapide verticale.

Kebab, spiedini di carne, doener sono la specialità dei ristoranti curdi a Stoke Newington. Gestito dalle stesse famiglie e di recente apertura anche l'Angel Mangal sulla Upper Street di Islington: la carne è arrostita sulla pietra, le porzioni sono generose e il cuoco loquace.

Brixton è uno scrigno di specialità caraibiche, cibo dei tropici e musica reggae (Red Records e A-Z Connections in Brixton Road). Una targa sulla Dexter Square commemora Bob Marley "national hero, poet and composer".

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