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LONDRA
Oltre il
Tamigi un'altra città
di Luigi Urru
A
Islington mi annoiavo. Così ho fatto i bagagli e ho attraversato
il Tamigi. Non c'è voluta che mezz'ora di metropolitana per arrivare
a Brixton, una mezz'ora per varcare un abisso verso una liberazione attesa
e voluta. Il trasloco, per chi non è familiare con la geografia
londinese, è paragonabile al passaggio dalla Crocetta a San Salvario
e ciò che a Torino è la spina ferroviaria di Porta Nuova,
è qui il fiume più lungo d'Inghilterra: una linea sottile
tra mondi attigui che giocano a ignorarsi (e forse detestarsi) reciprocamente.
La distanza in linea d'aria è minima ma la diversità agli
opposti poli non potrebbe essere più profonda, appariscente e persino
ostentata.
A Islington ho lasciato un dedalo
di vie nette e linde, basse case vittoriane o di epoche precedenti tenute
in ordine ossessivo e sottilmente angosciante, facciate bianche e ringhiere
nere; ho lasciato i bar trendy e le gallerie d'arte di Upper Street con
l'atmosfera frivola cara al New Labour britannico (Tony e Cherie Blair
abitavano da queste parti prima di trasferirsi al dieci di Downing Street).
A Brixton ho trovato la comunità caraibico-giamaicana più
grande d'Europa, una Coldharbour Lane brulicante di gente, di suoni e,
qualcuno dice, di pericoli. Non so se Blair si sia mai inoltrato da queste
parti, mentre è di pubblico dominio che la folla ha osannato Nelson
Mandela e Mike Tyson in visita a questo quartiere simbolo dell'orgoglio
nero.
Così è Londra: se
ne vedono di mille colori e a percorrerla da un capo all'altro si stenta
a credere che sia sempre lei, quella città fondata dai Romani, governata
dai Sassoni e conquistata dai Normanni dove oggi più di un quinto
della popolazione non è inglese. Melting pot? Macedonia, caleidoscopio,
mosaico di culture? Le metafore suonano fruste e malandate. Londra è
da sempre capitale cosmopolita e tra le città europee è citata
come esempio di buona integrazione e tolleranza interetnica. Giornale e
sigarette si comprano dal news agent pachistano sotto casa; al supermercato
la cassiera è peruviana e la guardia giurata (sì, ogni supermercato
ha la sua) nigeriana; il compagno d'alloggio arriva da Berlino e quando
si mangia fuori la scelta è tra cinese e giapponese, a seconda dei
soldi che abbiamo in tasca. Stare gomito a gomito con persone che arrivano
dall'altro capo del mondo è esperienza quotidiana, ovvia e scontata.
Nessuno alza le sopracciglia o si gira indietro al passaggio di un arabo
avvolto nel caffettano, di un sikh con turbante in motocicletta o di una
donna velata di nero dalla punta dei capelli alla punta dei piedi.
Gli stranieri hanno scoperto Londra
in epoche e per i motivi più diversi. I primi immigranti cinesi
arrivarono sul finire del XVIII secolo sui vascelli della Compagnia delle
Indie e si stabilirono nell'area dei docks lungo il Tamigi. Di quei tempi
rimane oggi il ricordo nei nomi delle vie - Ming Street, Canton Street,
Peking Street e Nankin Street - ma dal dopoguerra China Town si è
trasferita a due passi dai teatri del West End e spalla a spalla con le
luci rosse di Soho. Oltre i due archi che ne segnano l'ingresso, non solo
ristoranti e take away ma una ridda di negozi dove "pescare" cavallucci
marini essiccati (utili contro il raffreddore) o pelli di serpente (per
gli anemici) mentre nelle vetrine occhieggia ieratica una statua del buddha
e il commesso volta pagina al Sing Tao, quotidiano cinese pubblicato in
Inghilterra: è chiaro che se vi hanno insegnato che la Cina sta
in Asia, dovete ricredervi.
Tanto più che quella che
qui è chiamata Asian community, curiosamente esclude occhi a mandorla
e "pelle gialla". L'espressione inglese accomuna invece - piuttosto rozzamente
- tutti gli immigrati dal subcontinente indiano, un crogiolo di popoli,
religioni e culture che hanno in comune quanto un lappone e un calabrese.
Non è dunque uno scherzo del caso che la comunità "indiana"
sia sparsa per Londra a seconda della rispettiva regione di origine: chi
proviene dal Bangladesh è insediato nell'East End, chi parla gujarat
ha casa nel quartiere attorno allo stadio di Wembley e chi ha lasciato
il Punjab vive invece a Southall. In questa borgata a metà strada
tra la stazione di Paddington e l'aeroporto di Heathrow è difficile
imbattersi in facce europee che non siano quelle reduci da un viaggio in
India, ansiose di ritrovare qui l'atmosfera di Benares o Bombay. Il desiderio
andrà probabilmente deluso, meglio arrivare con più modeste
aspettative e sorprendersi a conversare con un cuoco di Lahore che serve
un piccante biryati (riso con carne di agnello), sintonizzarsi sulle frequenze
di Radio Krishna mentre l'auto attende al semaforo o fare un pensiero tra
il malevolo e l'attonito davanti alle vetrine del Suman Marriage Bureau,
che assiste le famiglie indù a confezionare matrimoni combinati.
Londra non è più inglese
ma neppure è solo indiana o cinese. Clerkenwell è il tradizionale
quartiere italiano, Golders Green ospita un'ampia comunità ebrea,
gli irlandesi si trovano classicamente a Southwark, turchi e greci ciprioti
a Harringay, arabi intorno a Queensway e Bayswater. le tessere del puzzle
sembrano infinite. Nella laconicità di queste etichette etniche
attaccate ai singoli quartieri londinesi è anche il rischio di una
metropoli multiculturale: "Che diventi di fatto una città di ghetti
separati", come sostiene Chris Myant della Commission for Racial Equality.
Numeri e fatti stanno tutti dalla
sua parte. Oltre la metà dei disoccupati della capitale non è
inglese e la stragrande maggioranza della popolazione non bianca è
stipata nei quartieri più poveri e meno serviti da infrastrutture
pubbliche. Meno di un anno fa due attentati dinamitardi hanno colpito la
comunità nera e asiatica a Brixton e Brick Lane, mentre il recente
omicidio del giovane di colore Stephen Lawrence ha scosso i piani alti
della polizia e per la prima volta i giornali hanno denunciato un "razzismo
istituzionalizzato". Più banalmente, può accadere che se
sei nero il taxi non si fermi al tuo agitar la mano dal marciapiedi, i
colleghi di lavoro ti bersaglino con riferimenti maliziosi alla tua origine
africana mentre anche i migliori amici stentino a vedere oltre cliché
inveterati di chiaro stampo coloniale.
Questa è Londra, non tutto
è oro quel che luccica e il multiculturalismo sbandierato dal governo
laburista fa volentieri a pugni con la realtà. Per dirla con la
Asian Dub Foundation, il cui nuovo album "Community Music" sta per uscire,
"Povertà e mancanza di potere sono intrecciati al colore della pelle,
discriminazione e sfruttamento si nutrono l'un l'altro". Cosa risponderebbero
stranieri famosi come Karl Marx, Ho Chi Min e Charles de Gaulle che a Londra
trovarono rifugio e asilo quando ancora il multiculturalismo non era stato
inventato? |