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SPECIALE INTERCULTURA | |
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| Sei qui: Città di Torino >> Informagiovani >> Rivista Informagiovani >> Num. 03/2000 | ||
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ARIA
EXTRACOMUNITARIA
a cura di Rita Rutigliano Ad A.RI.A. arrivano anche ragazzi e ragazze extracomunitari. Quasi tutti non si sentono bene nella propria pelle. Come Jabal, nome fittizio per una storia inventata, ma tipica. Il padre è nato in Algeria, la madre è di origine francese. La sua vita scorreva tra liceo linguistico e basket. Tutto bene, ma gli insulti più o meno velati rispetto alle sue origini lo ferivano profondamente. Si sentiva felice e non discriminato solo quando giocava a pallacanestro. Le prime volte mi colpì molto la profonda tristezza che c'era in lui. Quando i compagni lo prendevano in giro, non reagiva in alcun modo, ma dentro era disperato. Bastava poco, solo un accenno. Come se qualcosa di lui in fondo desse ragione ai pregiudizi. Difficile condizione la sua, di "oggettiva" e "squalificante" diversità fisica, che diventava segno incancellabile (come annullare il proprio corpo?) di ogni sofferenza. Ma non tutti reagiscono con la rassegnazione e la vergogna. Questo era stato il punto di partenza del nostro lavoro comune: la sua reazione non era né obbligatoria, né giusta. Lavoro delicato, perché sulla base di una sensibilità esacerbata. Per lui, ancor più che per altri, era importante non fare della propria storia (il passato) il proprio destino (il futuro) e di un pregiudizio una verità. Poco per volta si convinse che davvero tra noi la razza non era motivo di discriminazione. Solo dopo molti mesi mi confidò che il padre era disoccupato e che tutto il peso della famiglia era sostenuto dalla madre. Fu l'inizio della svolta: la disoccupazione non era più una prova a favore del pregiudizio, e quindi cosa di cui vergognarsi, ma eventualmente segno della discriminazione perdurante, da combattere e da denunciare. Ora è molto cambiato. Ma quanto dolore infliggiamo, alle volte con leggerezza, a persone che desiderano solo, come noi, poter vivere in pace. Per una ragazza del Sud-Est asiatico il tentativo di superare le barriere la portava a cercare sempre nuovi fidanzati. Non importava se la trattavano male. Bastava che fossero italiani. Solo così le sembrava che gli altri l'avrebbero accettata: come ragazza di un italiano. E sopportava sofferenze e umiliazioni. Per un ragazzo sudamericano l'ostilità che leggeva negli occhi e nelle parole dei compagni doveva essere giustificata con una patina di eccellenza: mi invidiano perché sono più bravo. Non poteva pensare che fosse perché aveva un aspetto diverso. Però non riuscì a lungo a essere il migliore. Quando tutto iniziò ad andare male e gli altri diventarono ancora più ostili cercò di sparire, di rendersi fisicamente invisibile. E un ragazzo africano si sentiva invaso da una tristezza totale e paralizzante, che gli impediva di fare alcunché. E veniva rifiutato da tutti. Un altro ragazzo sudamericano sembrava perfettamente integrato, ma in realtà si reggeva sulla fusione totale con la persona che era il suo idolo. Senza di lei si sentiva fragile e vuoto, pur dando a tutti una impressione di estrema solidità, del resto in linea con la professione che si era scelto per il proprio futuro (e presente). Per tutti avrebbe potuto fare molto la sensazione di essere accolti calorosamente e senza riserve dalle persone che li circondavano. Proviamoci, cittadini ormai del mondo e per questo anche noi un po' "stranieri in terra straniera". |
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