Speciale - SVILUPPO SOSTENIBILE

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marzo/aprile 1999

 

STORIA DI UNO SVILUPPO SOSTENIBILE
Sviluppo sostenibile, un binomio ormai inscindibile di cui si parla sempre più diffusamente. Perché? Proviamo a dare qualche risposta.

di Fabrizio Cellai


Cominciamo dallo sviluppo. L'Assemblea Generale dell'Onu nel 1986 così sanciva il diritto allo sviluppo: "Il diritto allo sviluppo è un diritto inalienabile dell'uomo in virtù del quale ogni persona umana e tutti i popoli hanno diritto di partecipare e contribuire allo sviluppo economico, sociale, culturale e politico in cui tutti i diritti dell'essere umano e tutte le libertà fondamentali possono venire pienamente realizzati".
E la sostenibilità dello sviluppo? Tra le tante definizioni che circolano la più conosciuta è quella contenuta nel rapporto Our Common Future del 1987 alle Nazioni Unite, meglio noto come rapporto Brundtland: "uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri". Insomma, non lasciare ai nostri figli un pianeta senza risorse.
Detto questo, rimane da capire perché sviluppo e sostenibilità siano diventate oggi due parole chiave. Un po' di storia ci aiuterà in tal senso.
Il concetto di sviluppo nasce nel secondo dopoguerra con la definizione del suo opposto, il sottosviluppo. Padre di questa definizione è il presidente degli Stati Uniti Truman (quello delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki) che nel 1949, in occasione del discorso d'insediamento alla Casa Bianca, divide il mondo in due; quel giorno, di colpo, due miliardi di persone diventarono sottosviluppate in base al loro grado di produttività sul mercato.
Sviluppo divenne sinonimo di crescita economica e scopo dei Paesi ricchi divenne quello di aiutare i Paesi poveri a uscire al più presto dalla non dignitosa condizione di sottosviluppati.
Lo sviluppo, in questi termini, veniva visto come un processo irreversibile a cui tutti gli Stati partecipano partendo dagli stadi più arretrati delle società tradizionali per arrivare fino a quelle dei consumi di massa.
Immaginatevi una scala dove in cima c'è lo sviluppo: ai gradini più alti c'erano (e ci sono) pochi Paesi (quelli occidentali), mentre in basso una lunga fila di ritardatari cercava disperatamente di colmare la distanza secondo uno schema predefinito: passare dall'economia agricola pre-capitalista delle società tradizionali a quella industrial-capitalista delle società avanzate.
L'idea della scalata verso lo sviluppo e dell'effetto traino dei Paesi industrializzati generò l'ideologia della modernizzazione che ha regnato per decenni. Dopodiché l'ideologia è crollata sotto il peso di quei miliardi di persone che non sono riuscite a salire la scala dello sviluppo. Anzi, la forbice della diseguaglianza economica fra ricchi e poveri si aprì ancora di più.
I Paesi del Sud del mondo si trovarono in mano una "Ferrari" senza mai aver guidato un'automobile. Gli impianti produttivi e le grandi infrastrutture costruite sul modello delle società capitaliste caddero ben presto in disuso per la mancanza di personale locale preparato, di pezzi di ricambio e di fonti energetiche. Tutte le opere "chiavi in mano" realizzate dai tecnici occidentali furono un fallimento e in poco tempo immensi capitali andarono in fumo (capitali che naturalmente arrivavano in prestito dalle banche occidentali).
I risultati di questo fallimento si fanno sentire ancora oggi. La situazione africana è esemplare da questo punto di vista: molti studiosi sono ormai concordi nel sostenere che se gli anni sessanta erano stati segnati dalla grande speranza di vedere l'avvio di un processo irreversibile di sviluppo in tutto quello che si usava chiamare il terzo mondo e in particolare in Africa, la nostra epoca è quella della disillusione. Lo sviluppo si è arenato, la sua teoria è entrata in crisi, la sua ideologia è messa in dubbio. E, purtroppo, non possiamo non essere tutti d'accordo nel constatare il fallimento dello sviluppo in Africa.
Appurato questo, facciamo un passo indietro e ritorniamo alla fine degli anni sessanta quando dalle critiche neo-marxiste e dalle riflessioni che si fanno in America latina nasce il paradigma della dipendenza.
La scala del sistema occidentale dello sviluppo si spezza perché l'arretramento dei Paesi poveri non è una questione di ritardo, ma rappresenta una condizione necessaria alla vita del capitalismo. Secondo questa teoria le radici del benessere affondano nella condizione di sottosviluppo del Terzo mondo.
Ecco che nasce l'idea di "sganciamento" di questi Paesi dall'influenza economica e politica dell'occidente attraverso programmi di crescita autonomi o legati a ideali provenienti dal mondo del socialismo. Lungo tutti gli anni settanta assistiamo a tentativi di sganciamento in Burkina Faso con Sankara, nella Tanzania di Nyerere, nel Cile di Allende e nel Nicaragua dei Sandinisti.
Il nuovo modello di sviluppo creò sì grandi entusiasmi, ma anche grandi delusioni perché tutti i progetti fallirono in breve tempo: le spinte internazionali da una parte (soprattutto statunitensi in America latina) e dall'altra l'insostenibilità dell'idea dello "sganciamento" in un mondo sempre più globalizzante furono determinanti.
Siamo agli inizi degli anni ottanta e in tutto il mondo si rimette in discussione l'idea di sviluppo cercando di abbandonare la visione economicistica che misurava lo sviluppo solo attraverso i valori del pil (prodotto interno lordo) pro capite e poneva l'accento unicamente sul benessere dell'uomo.
Per la prima volta la riflessione si sposta su altri territori di discussione proprio nel momento in cui i Paesi occidentali devono fare i conti con i problemi della disoccupazione, degli squilibri sociali e cominciano a diventare sostanziali gli effetti dell'inquinamento e dell'effetto serra.
Nelle nuove definizioni di sviluppo, accanto alla crescita del reddito, compaiono indicatori sociali quali istruzione, sanità, diritti civili e politici, tutela delle minoranze anche se bisogna riconoscere che la preminenza economica rimane forte.
Arriviamo così al 1987 quando per la prima volta viene definito lo sviluppo in base alla sua sostenibilità non soltanto nei confronti delle popolazioni povere della Terra, ma anche nei confronti delle generazioni future.
Le riflessioni si spostano, oltre che sugli aspetti sociali, sulle questioni ambientali e si formano diverse scuole di pensiero. Lester Brown, famoso scienziato del Worldwatch Institute, pone l'accento sulla necessità di ridurre in tempi brevi l'impatto delle nostre attività sull'ambiente attraverso la riconversione degli attuali sistemi di produzione con strumenti di ottimizzazione tecnologica (come l'utilizzo di fonti energetiche rinnovabili); gli studiosi del Wuppertal Institute sono invece più radicali e mettono l'accento sull'equilibrio uomo-ambiente ipotizzando modelli di sviluppo locali che si fondano sul rispetto delle diversità culturali e sui diversi tipi di benessere.
Il discorso sullo sviluppo non finisce qui soprattutto perché la domanda quale sviluppo sia migliore non ha ancora trovato, e probabilmente non troverà mai, una risposta. E' certo tuttavia che tale concetto dovrà fare i conti con una realtà nuda e cruda: se tutti gli abitanti del pianeta vivessero con un tenore di vita simile a quello dei Paesi occidentali, non ci resterebbe molto da vivere.
Il problema ambientale, la scarsità di risorse disponibili ci stanno obbligando a rivedere i nostri stili di vita. Se questa è la sfida del duemila, non bisogna dimenticare che la posta in gioco riguarda tutti gli abitanti del pianeta, anche e soprattutto quelli che vivono al di sotto della soglia di sopravvivenza.
Lo sviluppo dev'essere sostenibile per ciascun essere umano; a ricordarcelo ci pensa l'indiana Vandana Shiva con queste parole: "La mia gente è stanca dello sviluppo, e vuole solo vivere".

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