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STORIA DI
UNO SVILUPPO SOSTENIBILE
Sviluppo
sostenibile, un binomio ormai inscindibile di cui si parla sempre
più diffusamente. Perché? Proviamo a dare qualche
risposta.
di Fabrizio Cellai Cominciamo dallo sviluppo. L'Assemblea Generale dell'Onu
nel 1986 così sanciva il diritto allo sviluppo: "Il
diritto allo sviluppo è un diritto inalienabile dell'uomo
in virtù del quale ogni persona umana e tutti i popoli
hanno diritto di partecipare e contribuire allo sviluppo economico,
sociale, culturale e politico in cui tutti i diritti dell'essere
umano e tutte le libertà fondamentali possono venire pienamente
realizzati".
E la sostenibilità dello sviluppo? Tra le tante definizioni
che circolano la più conosciuta è quella contenuta
nel rapporto Our Common Future del 1987 alle Nazioni Unite, meglio
noto come rapporto Brundtland: "uno sviluppo che soddisfi
i bisogni del presente senza compromettere la capacità
delle generazioni future di soddisfare i propri". Insomma,
non lasciare ai nostri figli un pianeta senza risorse.
Detto questo, rimane da capire perché sviluppo e sostenibilità
siano diventate oggi due parole chiave. Un po' di storia ci aiuterà
in tal senso.
Il concetto di sviluppo nasce nel secondo dopoguerra con la definizione
del suo opposto, il sottosviluppo. Padre di questa definizione
è il presidente degli Stati Uniti Truman (quello delle
bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki) che nel 1949, in occasione
del discorso d'insediamento alla Casa Bianca, divide il mondo
in due; quel giorno, di colpo, due miliardi di persone diventarono
sottosviluppate in base al loro grado di produttività
sul mercato.
Sviluppo divenne sinonimo di crescita economica e scopo dei Paesi
ricchi divenne quello di aiutare i Paesi poveri a uscire al più
presto dalla non dignitosa condizione di sottosviluppati.
Lo sviluppo, in questi termini, veniva visto come un processo
irreversibile a cui tutti gli Stati partecipano partendo dagli
stadi più arretrati delle società tradizionali
per arrivare fino a quelle dei consumi di massa.
Immaginatevi una scala dove in cima c'è lo sviluppo: ai
gradini più alti c'erano (e ci sono) pochi Paesi (quelli
occidentali), mentre in basso una lunga fila di ritardatari cercava
disperatamente di colmare la distanza secondo uno schema predefinito:
passare dall'economia agricola pre-capitalista delle società
tradizionali a quella industrial-capitalista delle società
avanzate.
L'idea della scalata verso lo sviluppo e dell'effetto traino
dei Paesi industrializzati generò l'ideologia della modernizzazione
che ha regnato per decenni. Dopodiché l'ideologia è
crollata sotto il peso di quei miliardi di persone che non sono
riuscite a salire la scala dello sviluppo. Anzi, la forbice della
diseguaglianza economica fra ricchi e poveri si aprì ancora
di più.
I Paesi del Sud del mondo si trovarono in mano una "Ferrari"
senza mai aver guidato un'automobile. Gli impianti produttivi
e le grandi infrastrutture costruite sul modello delle società
capitaliste caddero ben presto in disuso per la mancanza di personale
locale preparato, di pezzi di ricambio e di fonti energetiche.
Tutte le opere "chiavi in mano" realizzate dai tecnici
occidentali furono un fallimento e in poco tempo immensi capitali
andarono in fumo (capitali che naturalmente arrivavano in prestito
dalle banche occidentali).
I risultati di questo fallimento si fanno sentire ancora oggi.
La situazione africana è esemplare da questo punto di
vista: molti studiosi sono ormai concordi nel sostenere che se
gli anni sessanta erano stati segnati dalla grande speranza di
vedere l'avvio di un processo irreversibile di sviluppo in tutto
quello che si usava chiamare il terzo mondo e in particolare
in Africa, la nostra epoca è quella della disillusione.
Lo sviluppo si è arenato, la sua teoria è entrata
in crisi, la sua ideologia è messa in dubbio. E, purtroppo,
non possiamo non essere tutti d'accordo nel constatare il fallimento
dello sviluppo in Africa.
Appurato questo, facciamo un passo indietro e ritorniamo alla
fine degli anni sessanta quando dalle critiche neo-marxiste e
dalle riflessioni che si fanno in America latina nasce il paradigma
della dipendenza.
La scala del sistema occidentale dello sviluppo si spezza perché
l'arretramento dei Paesi poveri non è una questione di
ritardo, ma rappresenta una condizione necessaria alla vita del
capitalismo. Secondo questa teoria le radici del benessere affondano
nella condizione di sottosviluppo del Terzo mondo.
Ecco che nasce l'idea di "sganciamento" di questi Paesi
dall'influenza economica e politica dell'occidente attraverso
programmi di crescita autonomi o legati a ideali provenienti
dal mondo del socialismo. Lungo tutti gli anni settanta assistiamo
a tentativi di sganciamento in Burkina Faso con Sankara, nella
Tanzania di Nyerere, nel Cile di Allende e nel Nicaragua dei
Sandinisti.
Il nuovo modello di sviluppo creò sì grandi entusiasmi,
ma anche grandi delusioni perché tutti i progetti fallirono
in breve tempo: le spinte internazionali da una parte (soprattutto
statunitensi in America latina) e dall'altra l'insostenibilità
dell'idea dello "sganciamento" in un mondo sempre più
globalizzante furono determinanti.
Siamo agli inizi degli anni ottanta e in tutto il mondo si rimette
in discussione l'idea di sviluppo cercando di abbandonare la
visione economicistica che misurava lo sviluppo solo attraverso
i valori del pil (prodotto interno lordo) pro capite e poneva
l'accento unicamente sul benessere dell'uomo.
Per la prima volta la riflessione si sposta su altri territori
di discussione proprio nel momento in cui i Paesi occidentali
devono fare i conti con i problemi della disoccupazione, degli
squilibri sociali e cominciano a diventare sostanziali gli effetti
dell'inquinamento e dell'effetto serra.
Nelle nuove definizioni di sviluppo, accanto alla crescita del
reddito, compaiono indicatori sociali quali istruzione, sanità,
diritti civili e politici, tutela delle minoranze anche se bisogna
riconoscere che la preminenza economica rimane forte.
Arriviamo così al 1987 quando per la prima volta viene
definito lo sviluppo in base alla sua sostenibilità non
soltanto nei confronti delle popolazioni povere della Terra,
ma anche nei confronti delle generazioni future.
Le riflessioni si spostano, oltre che sugli aspetti sociali,
sulle questioni ambientali e si formano diverse scuole di pensiero.
Lester Brown, famoso scienziato del Worldwatch Institute, pone
l'accento sulla necessità di ridurre in tempi brevi l'impatto
delle nostre attività sull'ambiente attraverso la riconversione
degli attuali sistemi di produzione con strumenti di ottimizzazione
tecnologica (come l'utilizzo di fonti energetiche rinnovabili);
gli studiosi del Wuppertal Institute sono invece più radicali
e mettono l'accento sull'equilibrio uomo-ambiente ipotizzando
modelli di sviluppo locali che si fondano sul rispetto delle
diversità culturali e sui diversi tipi di benessere.
Il discorso sullo sviluppo non finisce qui soprattutto perché
la domanda quale sviluppo sia migliore non ha ancora trovato,
e probabilmente non troverà mai, una risposta. E' certo
tuttavia che tale concetto dovrà fare i conti con una
realtà nuda e cruda: se tutti gli abitanti del pianeta
vivessero con un tenore di vita simile a quello dei Paesi occidentali,
non ci resterebbe molto da vivere.
Il problema ambientale, la scarsità di risorse disponibili
ci stanno obbligando a rivedere i nostri stili di vita. Se questa
è la sfida del duemila, non bisogna dimenticare che la
posta in gioco riguarda tutti gli abitanti del pianeta, anche
e soprattutto quelli che vivono al di sotto della soglia di sopravvivenza.
Lo sviluppo dev'essere sostenibile per ciascun essere umano;
a ricordarcelo ci pensa l'indiana Vandana Shiva con queste parole:
"La mia gente è stanca dello sviluppo, e vuole solo
vivere". |