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MA TU IN
CHE MONDO VIVI?
Da alcuni
anni, ormai, la visione di un'umanità proiettata verso
un futuro tutto sommato benigno, guidato dal costante progresso
e da una tecnologia in grado di trovare una soluzione ad ogni
problema, ha lasciato man mano il posto a fredde stime e previsioni
allarmanti che allungano un'ombra minacciosa sulla semplice sopravvivenza
della specie umana sulla Terra. Cosa è successo?
di Pier Luigi Salza L'attuale modello di sviluppo, la cui molla fondamentale
è rappresentata dalla continua rincorsa al profitto e
al benessere, presuppone che l'uomo abbia il diritto di dominare
tutte le altre specie viventi e di utilizzare le risorse in quantità
illimitata, fidando su presunte capacità di assorbimento
del pianeta altrettanto illimitate. La definizione di società
dei consumi illustra molto bene il processo attraverso il quale
le famiglie, nelle società più ricche, come la
nostra, vengono indotte dalla pubblicità, che fa loro
apparire fuori moda o tecnicamente sorpassati i beni che già
possiedono, ad acquistare nuovi prodotti di ogni tipo, talvolta
non indispensabili o addirittura inutili. Le industrie aumentano
la loro produzione, ottengono maggiori profitti, di cui una parte
va anche a vantaggio delle persone che vi lavorano, le quali
avranno quindi più denaro da spendere, che servirà
ad acquistare nuovi prodotti; e così il ciclo ricomincia.
Ciò che ha ribaltato la rassicurante visione del futuro
è la crescente, diffusa consapevolezza che l'impatto di
questo modello di sviluppo sulla Terra è portatore di
gravi conseguenze, tanto per il delicato equilibrio naturale
sul quale si è retta per milioni di anni la possibilità
di vita sul pianeta, quanto per l'equilibrio sociale ed economico
tra Paesi ricchi e Paesi poveri. Gli effetti della spirale perversa
che si è innescata, e che negli ultimi 50 anni si è
andata sempre più acuendo, sono qui a dimostrarlo.
Effetti
sulle risorse e sull'ambiente
Tutti abbiamo sentito ripetere che, per l'abnorme immissione
nell'atmosfera dei cosiddetti gas di serra, in particolare anidride
carbonica, causata dalla combustione, la temperatura media del
pianeta si è innalzata di quasi 0,6 gradi Celsius dal
1950 ad oggi, e le conseguenze già si fanno sentire. Pensiamo,
ad esempio, alle sempre più frequenti sequenze di disastri
ambientali, alla piaga della siccità e all'avanzata dei
deserti, a cui si accompagnano i crescenti danni da irraggiamento
solare, in primo luogo il cancro alla pelle, dovuti all'assottigliamento
dello strato di ozono per effetto della concentrazione nell'atmosfera
dei micidiali gas "killer" che liberano cloro.
D'altro canto, a partire dal 1950, è stato cancellato
circa un quinto dell'intera superficie forestale terrestre; tra
l'altro, sono andate perdute la metà delle foreste tropicali,
che, al ritmo attuale di deforestazione, saranno esaurite nel
2037. Al tasso attuale di crescita del fabbisogno d'acqua, il
massimo flusso sfruttabile sarà raggiunto entro 20-30
anni. Nonostante l'aumento della domanda di cibo, il terreno
coltivabile sta diminuendo a causa dell'erosione e della desertificazione;
ad esempio dal 1990 al 1994 il raccolto mondiale di cereali è
calato del 2%, e il pescato è diminuito del 3%. Mentre
la popolazione mondiale cresce annualmente di circa 90 milioni
di persone, la produzione alimentare mondiale cresce più
lentamente. L'estrazione delle materie prime, infine, che comunque
non sono illimitate, con l'esaurimento delle miniere attuali
implicherà un costo sempre maggiore, sotto forma di lavoro,
energia e capitali impiegati.
La globalizzazione
e la questione della giustizia
Quanto all'equilibrio sociale ed economico tra Paesi ricchi e
Paesi poveri, che l'attuale modello di sviluppo avrebbe dovuto
favorire, non c'è alcun dubbio che l'esperimento sia fallito.
Dopo il crollo della pianificazione nei Paesi dell'Est e l'indebolimento
del ruolo dello Stato un po' ovunque, le comunicazioni totali,
sotto forma di trasporti e tecnologie telematiche, hanno favorito
l'instaurarsi di quello che viene definito il processo di "globalizzazione",
nel quale i capitali sono i primi a non conoscere frontiere,
gli scambi sui mercati finanziari e la speculazione sono rapidissimi
e raggiungono cifre esorbitanti. Ma, accanto ai capitali, si
muovono le concentrazioni di grandi imprese, libere di appaltare
la produzione là dove la manodopera costa meno e investire
là dove i profitti sono maggiori, in una società
che propone come modelli forti l'individualismo, il consumo acritico,
l'omogeneizzazione culturale e la competitività basata
sullo sfruttamento della natura e del lavoro degli uomini, ivi
compreso quello minorile.
L'ingenua speranza che tutti avrebbero o prima o poi raggiunto
quelli che, nella corsa allo sviluppo, correvano in testa, si
è definitivamente infranta, e il divario tra Nord e Sud
del mondo si è accresciuto in modo drammatico. Attraverso
i meccanismi dell'economia globale, quali sfruttamento, speculazione
e debito, i consumi dei Paesi ricchi sono sempre più strettamente
collegati alla povertà del resto del mondo, sicché
oggi sappiamo che il Nord del pianeta, che rappresenta appena
il 23% della popolazione mondiale, consuma l'80% delle risorse
della Terra e, oltre ad apprestarsi a lasciare ai propri figli
un pianeta inabitabile, condanna gli altri 3/4 dell'umanità
a vivere nella povertà. Ma la spirale che fa i ricchi
sempre più ricchi ed i poveri sempre più poveri
produce crescente povertà ed emarginazione anche nei Paesi
del Nord, ed ha come ulteriore diretta conseguenza i milioni
di persone che da tutte le regioni del mondo nelle quali imperano
la fame, la violenza, la guerra, cercano di attraversare più
o meno clandestinamente le frontiere dei Paesi ricchi, esercitando
peraltro un diritto naturale e morale che nessuna norma giuridica
dovrebbe mai negare: il diritto alla vita e alla sopravvivenza.
Se molte di queste cose sono ormai note, tuttavia non è
male soffermarsi una volta di più a rifletterci pensando
al "che fare", tanto più che quel futuro, in
cui la semplice sopravvivenza della specie umana verrà
a trovarsi minacciata, non è un'epoca a venire indefinita,
ma, sulla base delle analisi riportate, ormai largamente condivise,
si colloca nel prossimo secolo. Il problema, allora, è
come rendere la vita umana, perché di questo si tratta,
compatibile con le risorse della natura e con i diritti di tutti
gli uomini, a partire da oggi.
Principi
per un Futuro Sostenibile
Un futuro possibile, sostenibile, si può prospettare soltanto
tramite l'assunzione di una responsabilità planetaria
e l'impegno per la giustizia sociale, in un'ottica di solidarietà
e di autolimitazione dei bisogni, in un'economia che torni ad
essere inserita in qualcosa di più grande di lei: la società.
Un Futuro Sostenibile presuppone per tutte le persone un eguale
diritto ad usare la natura, nei limiti delle potenzialità
del pianeta in termini di risorse e di capacità di carico
e rigenerazione. Riassumiamo i presupposti fondamentali di questa
prospettiva:
· il suo obiettivo è soddisfare i bisogni e le
aspirazioni delle attuali generazioni senza compromettere le
possibilità delle generazioni future;
· la priorità economica va al soddisfacimento dei
bisogni essenziali dei Paesi più poveri;
· ogni attività umana deve tener conto della conservazione
dell'ambiente.
Vi sono ottime ragioni per imboccare immediatamente la strada
della sostenibilità, ricercando forme di vita ecocompatibili,
più sobrie e solidali. Innanzi tutto si tratta di una
grande sfida di cultura e civiltà. In secondo luogo, gli
stessi Paesi industrializzati pagano un alto prezzo per l'orientamento
unilaterale dell'economia, in termini di disgregazione sociale,
malattie da sovralimentazione, nevrosi da insoddisfazione e da
stress, alienazione, disagio, carenza di senso, violenza, che
toccano specialmente i giovani e stanno a dimostrare che la crescita
economica non basta: la crescita può essere malattia.
Infine, una politica ecologica è di fatto una politica
di pace e sicurezza, praticata, oltretutto, a costi umani e materiali
ben inferiori rispetto a quella che impiega il deterrente delle
armi e della guerra.
La conservazione
dell'ambiente
Se dividessimo la quantità di risorse disponibili e le
emissioni che il nostro pianeta può sostenere in modo
duraturo per il numero di abitanti, otterremmo un livello medio
sostenibile atto a garantire a tutta l'umanità di oggi
e di domani un uguale diritto all'utilizzo delle risorse globali.
Noi consumatori, per raggiungere questo livello, dovremmo arrivare
gradualmente a ridurre del 80-90% il consumo di materie prime
e l'inquinamento. Tale riduzione è teoricamente possibile,
ma occorre darsi piuttosto da fare. I Governi di tutto il mondo
hanno iniziato a discutere piani per la conservazione della natura
da affiancare ai piani di sviluppo economico. Passare dalla teoria
alla pratica, però, è tutt'altro che facile e la
strada da percorrere è ancora molto lunga. I Paesi più
poveri spesso vedono nello sfruttamento intensivo delle loro
risorse naturali l'unica possibilità per migliorare le
loro condizioni di vita; i Paesi ricchi, che di queste risorse
hanno bisogno, li incoraggiano in tali scelte, ed il circolo
vizioso rischia di chiudersi.
Secondo un'opinione corrente, l'ecologia conterebbe qualcosa
solo in quanto stimolo all'innovazione, in alleanza con gli interessi
economici e le potenzialità della tecnologia. Si pensi
ad esempio alla possibilità di produrre elettricità
e calore in modo decentrato ed efficiente utilizzando fonti di
energia rinnovabile, in primo luogo quella solare. O alla possibilità
di riprogettare, oltre alle automobili e agli elettrodomestici,
tutte le merci - carta, vetro, plastica, vestiti, scatole per
conserve alimentari -, il modo di abitare le città, inclusi
edifici e trasporti, la localizzazione dei posti di lavoro e
la stessa qualità del lavoro, con l'obiettivo di consumare
meno energia e meno materiali. Ma cosa succederebbe se determinati
obiettivi ecologici richiedessero piuttosto l'accontentarsi,
il senso della misura?
Sobri
per un mondo migliore
Sicuramente, il maggiore potenziale per il risparmio delle risorse
e la loro equa distribuzione è quello che risiede non
solo nelle ecotecnologie innovative, ma anche nel cambiamento
delle priorità e degli stili di vita, improntato alla
sobrietà, senza il quale le prime non avrebbero stimolo
a svilupparsi. Sobrietà non significa certo ritorno alla
candela o alla morte per tetano. E' uno stile di vita che sa
distinguere tra i bisogni reali e quelli imposti; che si organizza
per garantire a tutti il soddisfacimento dei bisogni fondamentali
con il minor dispendio di energia, un uso parsimonioso dei beni,
il contenimento e il riciclo dei rifiuti, il rispetto del lavoro;
che dà alle esigenze del corpo il giusto peso senza dimenticare
le esigenze spirituali, affettive, intellettuali e sociali della
persona.
Stiamo parlando di una profonda rivoluzione della cultura, di
azioni concrete che si possono intraprendere da subito individualmente
o attraverso associazioni e movimenti di opinione su più
ampia scala, per una trasformazione dell'economia. Se da una
parte i nostri consumi possono arrecare enormi ingiustizie e
danni ambientali, dall'altra le stesse regole del mercato pongono
nelle nostre mani un potere enorme, quello di scegliere, secondo
criteri etici, i prodotti di quelle aziende che adottano processi
rispettosi della dignità dell'uomo e dell'ambiente e quello
di boicottare le aziende che tengono un comportamento iniquo.
In questo ambito, un aspetto che sta assumendo sempre maggiore
rilevanza è quello della Finanza Etica. Nel sistema economico
nel quale viviamo, infatti, la responsabilità di un uso
corretto del denaro è anche nostra: come semplici risparmiatori,
siamo noi a fornire la "materia prima" ai mercati finanziari.
La Finanza Etica si impegna non solo a garantire, nei confronti
del risparmiatore, il valore del denaro affidatogli, ma anche
a porre lo sviluppo economico al servizio dell'uomo, sulla base
di principi etici, finanziando quelle iniziative fondate sulla
solidarietà, l'attenzione al disagio e alla salute, la
cooperazione, la conservazione e lo sviluppo dell'ambiente, l'educazione
e la cultura. |