Speciale - SVILUPPO SOSTENIBILE

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marzo/aprile 1999

 

MA TU IN CHE MONDO VIVI?
Da alcuni anni, ormai, la visione di un'umanità proiettata verso un futuro tutto sommato benigno, guidato dal costante progresso e da una tecnologia in grado di trovare una soluzione ad ogni problema, ha lasciato man mano il posto a fredde stime e previsioni allarmanti che allungano un'ombra minacciosa sulla semplice sopravvivenza della specie umana sulla Terra. Cosa è successo?

di Pier Luigi Salza


L'attuale modello di sviluppo, la cui molla fondamentale è rappresentata dalla continua rincorsa al profitto e al benessere, presuppone che l'uomo abbia il diritto di dominare tutte le altre specie viventi e di utilizzare le risorse in quantità illimitata, fidando su presunte capacità di assorbimento del pianeta altrettanto illimitate. La definizione di società dei consumi illustra molto bene il processo attraverso il quale le famiglie, nelle società più ricche, come la nostra, vengono indotte dalla pubblicità, che fa loro apparire fuori moda o tecnicamente sorpassati i beni che già possiedono, ad acquistare nuovi prodotti di ogni tipo, talvolta non indispensabili o addirittura inutili. Le industrie aumentano la loro produzione, ottengono maggiori profitti, di cui una parte va anche a vantaggio delle persone che vi lavorano, le quali avranno quindi più denaro da spendere, che servirà ad acquistare nuovi prodotti; e così il ciclo ricomincia.
Ciò che ha ribaltato la rassicurante visione del futuro è la crescente, diffusa consapevolezza che l'impatto di questo modello di sviluppo sulla Terra è portatore di gravi conseguenze, tanto per il delicato equilibrio naturale sul quale si è retta per milioni di anni la possibilità di vita sul pianeta, quanto per l'equilibrio sociale ed economico tra Paesi ricchi e Paesi poveri. Gli effetti della spirale perversa che si è innescata, e che negli ultimi 50 anni si è andata sempre più acuendo, sono qui a dimostrarlo.

Effetti sulle risorse e sull'ambiente
Tutti abbiamo sentito ripetere che, per l'abnorme immissione nell'atmosfera dei cosiddetti gas di serra, in particolare anidride carbonica, causata dalla combustione, la temperatura media del pianeta si è innalzata di quasi 0,6 gradi Celsius dal 1950 ad oggi, e le conseguenze già si fanno sentire. Pensiamo, ad esempio, alle sempre più frequenti sequenze di disastri ambientali, alla piaga della siccità e all'avanzata dei deserti, a cui si accompagnano i crescenti danni da irraggiamento solare, in primo luogo il cancro alla pelle, dovuti all'assottigliamento dello strato di ozono per effetto della concentrazione nell'atmosfera dei micidiali gas "killer" che liberano cloro.
D'altro canto, a partire dal 1950, è stato cancellato circa un quinto dell'intera superficie forestale terrestre; tra l'altro, sono andate perdute la metà delle foreste tropicali, che, al ritmo attuale di deforestazione, saranno esaurite nel 2037. Al tasso attuale di crescita del fabbisogno d'acqua, il massimo flusso sfruttabile sarà raggiunto entro 20-30 anni. Nonostante l'aumento della domanda di cibo, il terreno coltivabile sta diminuendo a causa dell'erosione e della desertificazione; ad esempio dal 1990 al 1994 il raccolto mondiale di cereali è calato del 2%, e il pescato è diminuito del 3%. Mentre la popolazione mondiale cresce annualmente di circa 90 milioni di persone, la produzione alimentare mondiale cresce più lentamente. L'estrazione delle materie prime, infine, che comunque non sono illimitate, con l'esaurimento delle miniere attuali implicherà un costo sempre maggiore, sotto forma di lavoro, energia e capitali impiegati.

La globalizzazione e la questione della giustizia
Quanto all'equilibrio sociale ed economico tra Paesi ricchi e Paesi poveri, che l'attuale modello di sviluppo avrebbe dovuto favorire, non c'è alcun dubbio che l'esperimento sia fallito. Dopo il crollo della pianificazione nei Paesi dell'Est e l'indebolimento del ruolo dello Stato un po' ovunque, le comunicazioni totali, sotto forma di trasporti e tecnologie telematiche, hanno favorito l'instaurarsi di quello che viene definito il processo di "globalizzazione", nel quale i capitali sono i primi a non conoscere frontiere, gli scambi sui mercati finanziari e la speculazione sono rapidissimi e raggiungono cifre esorbitanti. Ma, accanto ai capitali, si muovono le concentrazioni di grandi imprese, libere di appaltare la produzione là dove la manodopera costa meno e investire là dove i profitti sono maggiori, in una società che propone come modelli forti l'individualismo, il consumo acritico, l'omogeneizzazione culturale e la competitività basata sullo sfruttamento della natura e del lavoro degli uomini, ivi compreso quello minorile.
L'ingenua speranza che tutti avrebbero o prima o poi raggiunto quelli che, nella corsa allo sviluppo, correvano in testa, si è definitivamente infranta, e il divario tra Nord e Sud del mondo si è accresciuto in modo drammatico. Attraverso i meccanismi dell'economia globale, quali sfruttamento, speculazione e debito, i consumi dei Paesi ricchi sono sempre più strettamente collegati alla povertà del resto del mondo, sicché oggi sappiamo che il Nord del pianeta, che rappresenta appena il 23% della popolazione mondiale, consuma l'80% delle risorse della Terra e, oltre ad apprestarsi a lasciare ai propri figli un pianeta inabitabile, condanna gli altri 3/4 dell'umanità a vivere nella povertà. Ma la spirale che fa i ricchi sempre più ricchi ed i poveri sempre più poveri produce crescente povertà ed emarginazione anche nei Paesi del Nord, ed ha come ulteriore diretta conseguenza i milioni di persone che da tutte le regioni del mondo nelle quali imperano la fame, la violenza, la guerra, cercano di attraversare più o meno clandestinamente le frontiere dei Paesi ricchi, esercitando peraltro un diritto naturale e morale che nessuna norma giuridica dovrebbe mai negare: il diritto alla vita e alla sopravvivenza.
Se molte di queste cose sono ormai note, tuttavia non è male soffermarsi una volta di più a rifletterci pensando al "che fare", tanto più che quel futuro, in cui la semplice sopravvivenza della specie umana verrà a trovarsi minacciata, non è un'epoca a venire indefinita, ma, sulla base delle analisi riportate, ormai largamente condivise, si colloca nel prossimo secolo. Il problema, allora, è come rendere la vita umana, perché di questo si tratta, compatibile con le risorse della natura e con i diritti di tutti gli uomini, a partire da oggi.

Principi per un Futuro Sostenibile
Un futuro possibile, sostenibile, si può prospettare soltanto tramite l'assunzione di una responsabilità planetaria e l'impegno per la giustizia sociale, in un'ottica di solidarietà e di autolimitazione dei bisogni, in un'economia che torni ad essere inserita in qualcosa di più grande di lei: la società. Un Futuro Sostenibile presuppone per tutte le persone un eguale diritto ad usare la natura, nei limiti delle potenzialità del pianeta in termini di risorse e di capacità di carico e rigenerazione. Riassumiamo i presupposti fondamentali di questa prospettiva:
· il suo obiettivo è soddisfare i bisogni e le aspirazioni delle attuali generazioni senza compromettere le possibilità delle generazioni future;
· la priorità economica va al soddisfacimento dei bisogni essenziali dei Paesi più poveri;
· ogni attività umana deve tener conto della conservazione dell'ambiente.
Vi sono ottime ragioni per imboccare immediatamente la strada della sostenibilità, ricercando forme di vita ecocompatibili, più sobrie e solidali. Innanzi tutto si tratta di una grande sfida di cultura e civiltà. In secondo luogo, gli stessi Paesi industrializzati pagano un alto prezzo per l'orientamento unilaterale dell'economia, in termini di disgregazione sociale, malattie da sovralimentazione, nevrosi da insoddisfazione e da stress, alienazione, disagio, carenza di senso, violenza, che toccano specialmente i giovani e stanno a dimostrare che la crescita economica non basta: la crescita può essere malattia. Infine, una politica ecologica è di fatto una politica di pace e sicurezza, praticata, oltretutto, a costi umani e materiali ben inferiori rispetto a quella che impiega il deterrente delle armi e della guerra.

La conservazione dell'ambiente
Se dividessimo la quantità di risorse disponibili e le emissioni che il nostro pianeta può sostenere in modo duraturo per il numero di abitanti, otterremmo un livello medio sostenibile atto a garantire a tutta l'umanità di oggi e di domani un uguale diritto all'utilizzo delle risorse globali. Noi consumatori, per raggiungere questo livello, dovremmo arrivare gradualmente a ridurre del 80-90% il consumo di materie prime e l'inquinamento. Tale riduzione è teoricamente possibile, ma occorre darsi piuttosto da fare. I Governi di tutto il mondo hanno iniziato a discutere piani per la conservazione della natura da affiancare ai piani di sviluppo economico. Passare dalla teoria alla pratica, però, è tutt'altro che facile e la strada da percorrere è ancora molto lunga. I Paesi più poveri spesso vedono nello sfruttamento intensivo delle loro risorse naturali l'unica possibilità per migliorare le loro condizioni di vita; i Paesi ricchi, che di queste risorse hanno bisogno, li incoraggiano in tali scelte, ed il circolo vizioso rischia di chiudersi.
Secondo un'opinione corrente, l'ecologia conterebbe qualcosa solo in quanto stimolo all'innovazione, in alleanza con gli interessi economici e le potenzialità della tecnologia. Si pensi ad esempio alla possibilità di produrre elettricità e calore in modo decentrato ed efficiente utilizzando fonti di energia rinnovabile, in primo luogo quella solare. O alla possibilità di riprogettare, oltre alle automobili e agli elettrodomestici, tutte le merci - carta, vetro, plastica, vestiti, scatole per conserve alimentari -, il modo di abitare le città, inclusi edifici e trasporti, la localizzazione dei posti di lavoro e la stessa qualità del lavoro, con l'obiettivo di consumare meno energia e meno materiali. Ma cosa succederebbe se determinati obiettivi ecologici richiedessero piuttosto l'accontentarsi, il senso della misura?

Sobri per un mondo migliore
Sicuramente, il maggiore potenziale per il risparmio delle risorse e la loro equa distribuzione è quello che risiede non solo nelle ecotecnologie innovative, ma anche nel cambiamento delle priorità e degli stili di vita, improntato alla sobrietà, senza il quale le prime non avrebbero stimolo a svilupparsi. Sobrietà non significa certo ritorno alla candela o alla morte per tetano. E' uno stile di vita che sa distinguere tra i bisogni reali e quelli imposti; che si organizza per garantire a tutti il soddisfacimento dei bisogni fondamentali con il minor dispendio di energia, un uso parsimonioso dei beni, il contenimento e il riciclo dei rifiuti, il rispetto del lavoro; che dà alle esigenze del corpo il giusto peso senza dimenticare le esigenze spirituali, affettive, intellettuali e sociali della persona.
Stiamo parlando di una profonda rivoluzione della cultura, di azioni concrete che si possono intraprendere da subito individualmente o attraverso associazioni e movimenti di opinione su più ampia scala, per una trasformazione dell'economia. Se da una parte i nostri consumi possono arrecare enormi ingiustizie e danni ambientali, dall'altra le stesse regole del mercato pongono nelle nostre mani un potere enorme, quello di scegliere, secondo criteri etici, i prodotti di quelle aziende che adottano processi rispettosi della dignità dell'uomo e dell'ambiente e quello di boicottare le aziende che tengono un comportamento iniquo. In questo ambito, un aspetto che sta assumendo sempre maggiore rilevanza è quello della Finanza Etica. Nel sistema economico nel quale viviamo, infatti, la responsabilità di un uso corretto del denaro è anche nostra: come semplici risparmiatori, siamo noi a fornire la "materia prima" ai mercati finanziari. La Finanza Etica si impegna non solo a garantire, nei confronti del risparmiatore, il valore del denaro affidatogli, ma anche a porre lo sviluppo economico al servizio dell'uomo, sulla base di principi etici, finanziando quelle iniziative fondate sulla solidarietà, l'attenzione al disagio e alla salute, la cooperazione, la conservazione e lo sviluppo dell'ambiente, l'educazione e la cultura.

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