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I
COMITATI DI PROGETTO CERNOBYL DELLA PROVINCIA |
Circolo Legambiente
Ecopolis
Torino - Eva Biginelli tel. 011/434.58.00
Comitato Mathi - Giovanna Franco tel. 011/926.84.35
Comitato Valle Susa - Pier Carlo Cotterchio tel. 0122/64.73.17
Comitato Carmagnola - Massimo Bonfatti tel. 011/971.67.86
Comitato Caselle - Piermichele Bacchella tel.011/996.10.98
Comitato Favria - Domenico Francesconi tel.011/780.30.91
Comitato Ozegna - Armando Uggetti tel. 0124/285.62
Comitato Montanaro - Ennio Comoglio tel. 011/916.09.71
Comitato Le Vaude (Barbania) - Rossella Masoero tel. 011/921.12.13
Comitato Rivalta - Giuseppe Bonetto tel. 011/909.14.95
Comitato Leinì - Liliana Bodini tel. 011/998.87.07
Comitato Lanzo - Marcella Bigini tel. 0123/289.36
Comitato Moncalieri - Enzo Bauducco tel. 011/640.12.03 |
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RICORDATE
CERNOBYL?
Due progetti
di Legambiente
di Paolo Bricco I
BAMBINI DI CERNOBYL
Il Progetto Cernobyl di Legambiente è uniniziativa
su scala nazionale che ha lo scopo di ospitare bambini colpiti
dalla radioattività dellincidente nucleare del 26
aprile 86 e di portare farmaci alle popolazioni che vivono
nelle zone contaminate. Responsabile del progetto per il Piemonte
è Massimo Bonfatti.
I numeri relativi allaccoglienza dei cosiddetti bambini
di Cernobyl sono presto fatti: duemila bambini hanno trascorso
quattro anni fa nel nostro Paese parte dellestate. Quindi,
a scalare, negli anni successivi ne sono giunti duemilacinquescento,
cinquemila, tremila e, questanno, duemilacinquecento, per
precisa scelta dellassociazione di puntare con serietà
sugli standard qualitativi e non quantitativi dellaccoglienza.
Sono fra i sette e i tredici anni. Provengono perlopiù
da famiglie povere che vivono in zone contaminate con radioattività
superiore ai 15 curie per km² e vengono accolti presso famiglie
italiane di solito per un mese, fra giugno e settembre.
Comunque, qui da noi trascorrono molti momenti in gruppo fra
loro. Si tratta di unaccoglienza di tipo collettivo:
non una singola famiglia per un singolo bambino, ma un gruppo
di famiglie per un gruppo di bambini. Lidea - spiega Bonfatti
- è che non si isolino ciascuno nella propria famiglia
momentanea, ma che stiano il più possibile
tutti insieme, perché abbiano la giusta impressione di
unesperienza di gruppo che prima o poi terminerà.
Infatti, bisogna stare attenti che loro non prendano questo
mese come larrivo nel paradiso dove si mangia bene, si
dorme in case confortevoli e da dove non si ritorna più.
Quindi, voi di solito preferite che i bambini vengano una sola
volta? Sì, ci sembra più giusto. Innanzitutto,
perché così molti possono uscire, almeno momentaneamente,
dal loro paese povero di risorse; e poi perché, così,
sono molti ad abbandonare lambiente contaminato in cui
il loro corpo si trova immerso da anni, spesso dalla nascita.
Un mese di permanenza di questi bambini da noi permette loro,
grazie ad una dieta priva di radionuclidi, di perdere fino al
50% la radioattività accumulata nei loro organismi e di
ristabilire, in parte, le difese immunitarie compromesse.
E come trattate i bambini che soffrono di forme tumorali? Beh,
il caso è diverso.
A tutti i bambini effettuiamo un ceck up pediatrico per valutare
eventuali stati di immunodeficienza e a quelli colpiti da tumore
cerchiamo in ogni modo di facilitare le cure qui da noi e li
facciamo ritornare appena possibile. Laccoglienza
dei bambini di Cernobyl - si infervora Bonfatti - sta raggiungendo
in Italia livelli numerici impressionanti. Oltre allunica
strada attualmente percorribile, quella cioè di puntare
rigorosamente sui parametri qualitativi, di fronte alle insidie
legate ai grossi numeri ed alla situazione nei Paesi dellEst
(elevata corruzione e rischio di puro e semplice business dellaccoglienza),
bisogna incominciare a pensare a nuove forme di intervento.
E cosa intendete fare? Guarda, stiamo pensando a un progetto
nuovo, da realizzarsi in una zona incontaminata della provincia
di Gomel, a cinquecento chilometri da Cernobyl. Una colonia,
non solo per bambini ma anche per adulti. Cioè, per qualunque
persona che abbia subito un danno ambientale, non importa letà.
Vorremmo utilizzare edifici da rendere abitabili e farvi convergere
la popolazione che ora bivacca nelle campagne ad alta densità
di radiazioni o che vive nelle città senza un lavoro.
In questo senso, sarebbe importante il ruolo dei volontari italiani,
che dovrebbero poi trascorrervi periodi per insegnare a queste
persone un mestiere. Occorrerebbe, poi, innescare un meccanismo
economico e sociale indipendente dalle iniziali sovvenzioni.
Per ciò che concerne i primi finanziamenti, vorremmo mettere
in contatto le Istituzioni e i Comuni italiani con le autorità
della Regione di Gomel, che da parte sua si è già
detta disponibile a un tentativo di questo genere.
La prima cosa da fare è valutare però lesistenza
di una zona pulita e quindi fare un serio lavoro di monitoraggio
sulla radioattività presente. Solo in seguito si potrà
parlare di colonia con le modalità che ho detto e provvedere
a rifornirla di cibo non contaminato. E un progetto ambizioso
che richiede almeno 3 anni. Siamo nella fase iniziale: solo se
verificheremo la sussistenza delle condizioni procederemo e punteremo
su questo buona parte delle nostre energie. Quello descritto
è quindi, in pratica, nullaltro che lideale
prosecuzione della carovana della solidarietà di cui Bonfatti,
assieme a Cotterchio, è stato lideatore.
LA CAROVANA
DELLA SOLIDARIETA
Strettamente legata al progetto Cernobyl, in cui
si inserisce come iniziativa autonoma di Legambiente Piemonte,
è la Carovana della Solidarietà che
in tre riprese, nella primavera del 1995, nellaprile del
1996 e lanno passato, ha portato aiuti umanitari nella
Bielorussia colpita dal disastro della centrale termonucleare
di Cernobyl. Nel primo caso dal Piemonte si incolonnarono un
tir, un camion da settanta quintali e quattro furgoni; la seconda
volta un tir, quattro camion e sei furgono; lultima, tre
tir e nove furgoni. Un soccorso portato dieci anni dopo quelle
consistenti fughe di radioattività che, dapprima avvertite
nei Paesi scandinavi, coinvolsero fortemente lEuropa occidentale,
aumentando le nostre paure verso le fonti di energia che in qualche
modo avessero a che fare con il nucleare o, più semplicemnte,
incidendo per qualche tempo sulle abitudini alimentari (chi,
allora, mentre al supermercato stava acquistando verdure e carne,
non si è mai domandato quanto egli poteva essere sicuro
che quel cibo non contenesse tassi di radioattività alti,
e quindi nocivi per se stessi e per la propria famiglia?).
Sui camion erano stipati medicinali, vestiti, generi alimentari
che nellex Unione Sovietica si trovano con difficoltà,
se non ricorrendo al mercato nero che, però, è
alla portata di pochi. Quindi, una serie di strumenti per la
rilevazione dello stato della radioattività attualmente
presente nelle zone della Bielorussia che confinano con lUcraina,
dove è situata Cernobyl. Quello ecologista, di analisi
e di eventuali piccoli interventi sul posto, è stato il
motivo conduttore che ha contraddistinto la Carovana della
solidarietà rispetto agli interventi che in questo
decennio altre organizzazioni occidentali hanno portato in Ucraina
e Bielorussia, lo Stato dellex U.R.S.S: su cui maggiormente
si sono riversate le piogge e le polveri radioattive trasportate
dai venti dalla vicina Ucraina.
Piercarlo Cotterchio, membro del Consiglio Regionale di Legambiente
Piemonte e responabile della Carovana, tiene a sottolineare:
Noi siamo andati là non solo per filantropia o per
un motivo ideologico o in quanto animati da spirito cariatevole,
ma anche perché in quelle regioni esiste un problema ambientale
gravissimo che non è stato per nulla risolto e che in
futuro potrebbe riservare amare sorprese. A questo
proposito, ti posso dire - spiega Cotterchio - che gli ingengeri
nucleari incontrati sul posto sono ancor oggi molto preoccupati.
Io stesso ho notato che sulla superficie del sarcofago di Cernobyl
(la struttura, costuita in cemento, che come un involucro ora
ricopre le parti della centrale da cui si originò lesplosione)
si trovano crepe e fessure da cui fuoriescono polvere, gas e
acqua radioattivi. Anche se non ho la competenza di un tecnico
per giudicare, ti assicuro che quella vista non era un granché
rassicurante. In più, a tutto ciò va
aggiunta una situazione economica di grande povertà. Basti
pensare che lì si possono trovare giovani disposti a pulire
a piedi nudi le strade attorno alla centrale, naturalmente ipercontaminate.
Chi accetta quel lavoro lo fa perché riceve un salario
venti volte superiore a quello medio. In una regione dove cè
ancora chi fa la fame e dove linformazione fornita dalle
autorità locali è scarsa e tende sempre a minimizzare
le situazioni di pericolo, tassicuro che non è difficile
trovare questo genere di manovalanza. Sul posto, oltre
alla distribuzione dei generi alimentari e dei vestiti, che cosa
avete fatto come ecologisti? Innanzitutto abbiamo saggiato
con gli strumenti il livello di radioattività, peraltro
altissimo. Poi, abbiamo ricevuto lautorizzazione di addentrarci
in zone cintate da una sorta di cordone sanitario, perché
assai contaminate, dove le autorità locali presupponevano
che vi fossero ancora abitanti che si rano rifutati di lasciare
le loro case. Era vero, in villaggi sperduti della Bielorussia
abbiamo incontrato più di una famiglia.
Erano contadini che dicevano che non si sarebbero mai adattati
alla vita cittadina, dove il lavoro fra laltro scarseggia.
Preferivano rimanere lì, a coltivare il loro campo di
patate e ad allevare le loro quattro bestie.
LESPERIENZA
DI UN FOTOREPORTER
Stefano Rogliatti, torinese di ventisei anni, è il fotoreporter
professionista che ha documentato la Carovana della solidarietà
che, organizzata da Legambiente, è partita nellaprile
del 1996 da Torino ed ha portato aiuti umanitari ai villaggi
della Bielorussia maggiormente colpiti dal disastro della centrale
nucleare di Cernobyl; inoltre, la seconda parte di questa sua
esperienza è stata il racconto attraverso le immagini
della situazione attuale di queste terre che, situate a cinquanta
chilometri dal confine con lUcraina, ancora oggi patiscono
gli effetti del fall out radioattivo di dodici anni fa. Altissima
radioattività, falde acquifere contaminate, difficoltà
a modificare le abitudini della popolazione locale, in prevalenza
composta da agricoltori, che talvolta si rifiuta di lasciare
le proprie case circondate dai campi e dagli orti, anche per
le scarse informazioni fornite dalle autorità del posto.
Bambini ammalati di cancro, ormai allo stadio terminale, ospitati
nellospedale oncologico della provincia di Gomel. Un autentico
reportage sociale, il suo. In tutto, mille foto in bianco e nero
e altre mille diapositive che hanno ritratto ospedali, aspetti
della quotidianità come il mercato, villaggi abbandonati.
Un lavoro di grande impatto emotivo, che ha voluto essere un
racconto per immagini. Rogliatti si è trovato in mezzo
alla gente: nelle sue foto non vi è nulla di artificioso,
non ci sono pose. E tutto autentico. Un poco come il dolore
sofferto in tutto questo tempo dalla popolazione che ha incontrato.
Su ciò, lui che prima si era soprattutto dedicato alla
fotografia di cronaca, in prima persona dice: E un
ricordo umano indimenticabile. Spero di trasmettere le mie emozioni
a chiunque guardi le immagini.
Oggi, una mostra ricavata dai suoi clic sta girando lItalia
nei circoli di Legambiente. In Inghilterra, a Leicester, unaltra
esposizione di trenta foto è stata allestita, e resa itinerante,
dallassociazione di artisti Charnwood Arts. Sul tema del
nucleare, è il primo in Inghilterra ad avere allestito
una mostra. |