INCHIESTA

Sei qui: Città di Torino >> Informagiovani >> Rivista Informagiovani >> Num. 02/1998

marzo/aprile 1998

 

 

 

 

I COMITATI DI PROGETTO CERNOBYL DELLA PROVINCIA
Circolo Legambiente Ecopolis Torino - Eva Biginelli tel. 011/434.58.00

Comitato Mathi - Giovanna Franco tel. 011/926.84.35

Comitato Valle Susa - Pier Carlo Cotterchio tel. 0122/64.73.17

Comitato Carmagnola - Massimo Bonfatti tel. 011/971.67.86

Comitato Caselle - Piermichele Bacchella tel.011/996.10.98

Comitato Favria - Domenico Francesconi tel.011/780.30.91

Comitato Ozegna - Armando Uggetti tel. 0124/285.62

Comitato Montanaro - Ennio Comoglio tel. 011/916.09.71

Comitato Le Vaude (Barbania) - Rossella Masoero tel. 011/921.12.13

Comitato Rivalta - Giuseppe Bonetto tel. 011/909.14.95

Comitato Leinì - Liliana Bodini tel. 011/998.87.07

Comitato Lanzo - Marcella Bigini tel. 0123/289.36

Comitato Moncalieri - Enzo Bauducco tel. 011/640.12.03

 

RICORDATE CERNOBYL?
Due progetti di Legambiente

di Paolo Bricco


I BAMBINI DI CERNOBYL
Il Progetto Cernobyl di Legambiente è un’iniziativa su scala nazionale che ha lo scopo di ospitare bambini colpiti dalla radioattività dell’incidente nucleare del 26 aprile ‘86 e di portare farmaci alle popolazioni che vivono nelle zone contaminate. Responsabile del progetto per il Piemonte è Massimo Bonfatti.
I numeri relativi all’accoglienza dei cosiddetti “bambini di Cernobyl” sono presto fatti: duemila bambini hanno trascorso quattro anni fa nel nostro Paese parte dell’estate. Quindi, a scalare, negli anni successivi ne sono giunti duemilacinquescento, cinquemila, tremila e, quest’anno, duemilacinquecento, per precisa scelta dell’associazione di puntare con serietà sugli standard qualitativi e non quantitativi dell’accoglienza. Sono fra i sette e i tredici anni. Provengono perlopiù da famiglie povere che vivono in zone contaminate con radioattività superiore ai 15 curie per km² e vengono accolti presso famiglie italiane di solito per un mese, fra giugno e settembre.
Comunque, qui da noi trascorrono molti momenti in gruppo fra loro. “Si tratta di un’accoglienza di tipo collettivo: non una singola famiglia per un singolo bambino, ma un gruppo di famiglie per un gruppo di bambini. L’idea - spiega Bonfatti - è che non si isolino ciascuno nella propria famiglia ‘momentanea’, ma che stiano il più possibile tutti insieme, perché abbiano la giusta impressione di un’esperienza di gruppo che prima o poi terminerà”. “Infatti, bisogna stare attenti che loro non prendano questo mese come l’arrivo nel paradiso dove si mangia bene, si dorme in case confortevoli e da dove non si ritorna più”.
Quindi, voi di solito preferite che i bambini vengano una sola volta? “Sì, ci sembra più giusto. Innanzitutto, perché così molti possono uscire, almeno momentaneamente, dal loro paese povero di risorse; e poi perché, così, sono molti ad abbandonare l’ambiente contaminato in cui il loro corpo si trova immerso da anni, spesso dalla nascita. Un mese di permanenza di questi bambini da noi permette loro, grazie ad una dieta priva di radionuclidi, di perdere fino al 50% la radioattività accumulata nei loro organismi e di ristabilire, in parte, le difese immunitarie compromesse”. E come trattate i bambini che soffrono di forme tumorali? “Beh, il caso è diverso.
A tutti i bambini effettuiamo un ceck up pediatrico per valutare eventuali stati di immunodeficienza e a quelli colpiti da tumore cerchiamo in ogni modo di facilitare le cure qui da noi e li facciamo ritornare appena possibile”. “L’accoglienza dei bambini di Cernobyl - si infervora Bonfatti - sta raggiungendo in Italia livelli numerici impressionanti. Oltre all’unica strada attualmente percorribile, quella cioè di puntare rigorosamente sui parametri qualitativi, di fronte alle insidie legate ai grossi numeri ed alla situazione nei Paesi dell’Est (elevata corruzione e rischio di puro e semplice business dell’accoglienza), bisogna incominciare a pensare a nuove forme di intervento”.
E cosa intendete fare? “Guarda, stiamo pensando a un progetto nuovo, da realizzarsi in una zona incontaminata della provincia di Gomel, a cinquecento chilometri da Cernobyl. Una colonia, non solo per bambini ma anche per adulti. Cioè, per qualunque persona che abbia subito un danno ambientale, non importa l’età. Vorremmo utilizzare edifici da rendere abitabili e farvi convergere la popolazione che ora bivacca nelle campagne ad alta densità di radiazioni o che vive nelle città senza un lavoro. In questo senso, sarebbe importante il ruolo dei volontari italiani, che dovrebbero poi trascorrervi periodi per insegnare a queste persone un mestiere. Occorrerebbe, poi, innescare un meccanismo economico e sociale indipendente dalle iniziali sovvenzioni. Per ciò che concerne i primi finanziamenti, vorremmo mettere in contatto le Istituzioni e i Comuni italiani con le autorità della Regione di Gomel, che da parte sua si è già detta disponibile a un tentativo di questo genere”.
“La prima cosa da fare è valutare però l’esistenza di una zona pulita e quindi fare un serio lavoro di monitoraggio sulla radioattività presente. Solo in seguito si potrà parlare di colonia con le modalità che ho detto e provvedere a rifornirla di cibo non contaminato. E’ un progetto ambizioso che richiede almeno 3 anni. Siamo nella fase iniziale: solo se verificheremo la sussistenza delle condizioni procederemo e punteremo su questo buona parte delle nostre energie”. Quello descritto è quindi, in pratica, null’altro che l’ideale prosecuzione della carovana della solidarietà di cui Bonfatti, assieme a Cotterchio, è stato l’ideatore.

LA CAROVANA DELLA SOLIDARIETA’
Strettamente legata al progetto Cernobyl, in cui si inserisce come iniziativa autonoma di Legambiente Piemonte, è la “Carovana della Solidarietà” che in tre riprese, nella primavera del 1995, nell’aprile del 1996 e l’anno passato, ha portato aiuti umanitari nella Bielorussia colpita dal disastro della centrale termonucleare di Cernobyl. Nel primo caso dal Piemonte si incolonnarono un tir, un camion da settanta quintali e quattro furgoni; la seconda volta un tir, quattro camion e sei furgono; l’ultima, tre tir e nove furgoni. Un soccorso portato dieci anni dopo quelle consistenti fughe di radioattività che, dapprima avvertite nei Paesi scandinavi, coinvolsero fortemente l’Europa occidentale, aumentando le nostre paure verso le fonti di energia che in qualche modo avessero a che fare con il nucleare o, più semplicemnte, incidendo per qualche tempo sulle abitudini alimentari (chi, allora, mentre al supermercato stava acquistando verdure e carne, non si è mai domandato quanto egli poteva essere sicuro che quel cibo non contenesse tassi di radioattività alti, e quindi nocivi per se stessi e per la propria famiglia?).
Sui camion erano stipati medicinali, vestiti, generi alimentari che nell’ex Unione Sovietica si trovano con difficoltà, se non ricorrendo al mercato nero che, però, è alla portata di pochi. Quindi, una serie di strumenti per la rilevazione dello stato della radioattività attualmente presente nelle zone della Bielorussia che confinano con l’Ucraina, dove è situata Cernobyl. Quello ecologista, di analisi e di eventuali piccoli interventi sul posto, è stato il motivo conduttore che ha contraddistinto la “Carovana della solidarietà” rispetto agli interventi che in questo decennio altre organizzazioni occidentali hanno portato in Ucraina e Bielorussia, lo Stato dell’ex U.R.S.S: su cui maggiormente si sono riversate le piogge e le polveri radioattive trasportate dai venti dalla vicina Ucraina.
Piercarlo Cotterchio, membro del Consiglio Regionale di Legambiente Piemonte e responabile della “Carovana”, tiene a sottolineare: “Noi siamo andati là non solo per filantropia o per un motivo ideologico o in quanto animati da spirito cariatevole, ma anche perché in quelle regioni esiste un problema ambientale gravissimo che non è stato per nulla risolto e che in futuro potrebbe riservare amare sorprese”. “A questo proposito, ti posso dire - spiega Cotterchio - che gli ingengeri nucleari incontrati sul posto sono ancor oggi molto preoccupati. Io stesso ho notato che sulla superficie del sarcofago di Cernobyl (la struttura, costuita in cemento, che come un involucro ora ricopre le parti della centrale da cui si originò l’esplosione) si trovano crepe e fessure da cui fuoriescono polvere, gas e acqua radioattivi. Anche se non ho la competenza di un tecnico per giudicare, ti assicuro che quella vista non era un granché rassicurante”. “In più, a tutto ciò va aggiunta una situazione economica di grande povertà. Basti pensare che lì si possono trovare giovani disposti a pulire a piedi nudi le strade attorno alla centrale, naturalmente ipercontaminate.
Chi accetta quel lavoro lo fa perché riceve un salario venti volte superiore a quello medio. In una regione dove c’è ancora chi fa la fame e dove l’informazione fornita dalle autorità locali è scarsa e tende sempre a minimizzare le situazioni di pericolo, t’assicuro che non è difficile trovare questo genere di manovalanza”. Sul posto, oltre alla distribuzione dei generi alimentari e dei vestiti, che cosa avete fatto come ecologisti? “Innanzitutto abbiamo saggiato con gli strumenti il livello di radioattività, peraltro altissimo. Poi, abbiamo ricevuto l’autorizzazione di addentrarci in zone cintate da una sorta di cordone sanitario, perché assai contaminate, dove le autorità locali presupponevano che vi fossero ancora abitanti che si rano rifutati di lasciare le loro case. Era vero, in villaggi sperduti della Bielorussia abbiamo incontrato più di una famiglia.
Erano contadini che dicevano che non si sarebbero mai adattati alla vita cittadina, dove il lavoro fra l’altro scarseggia. Preferivano rimanere lì, a coltivare il loro campo di patate e ad allevare le loro quattro bestie”.

L’ESPERIENZA DI UN FOTOREPORTER
Stefano Rogliatti, torinese di ventisei anni, è il fotoreporter professionista che ha documentato la “Carovana della solidarietà” che, organizzata da Legambiente, è partita nell’aprile del 1996 da Torino ed ha portato aiuti umanitari ai villaggi della Bielorussia maggiormente colpiti dal disastro della centrale nucleare di Cernobyl; inoltre, la seconda parte di questa sua esperienza è stata il racconto attraverso le immagini della situazione attuale di queste terre che, situate a cinquanta chilometri dal confine con l’Ucraina, ancora oggi patiscono gli effetti del fall out radioattivo di dodici anni fa. Altissima radioattività, falde acquifere contaminate, difficoltà a modificare le abitudini della popolazione locale, in prevalenza composta da agricoltori, che talvolta si rifiuta di lasciare le proprie case circondate dai campi e dagli orti, anche per le scarse informazioni fornite dalle autorità del posto.
Bambini ammalati di cancro, ormai allo stadio terminale, ospitati nell’ospedale oncologico della provincia di Gomel. Un autentico reportage sociale, il suo. In tutto, mille foto in bianco e nero e altre mille diapositive che hanno ritratto ospedali, aspetti della quotidianità come il mercato, villaggi abbandonati. Un lavoro di grande impatto emotivo, che ha voluto essere un racconto per immagini. Rogliatti si è trovato in mezzo alla gente: nelle sue foto non vi è nulla di artificioso, non ci sono pose. E’ tutto autentico. Un poco come il dolore sofferto in tutto questo tempo dalla popolazione che ha incontrato. Su ciò, lui che prima si era soprattutto dedicato alla fotografia di cronaca, in prima persona dice: “E’ un ricordo umano indimenticabile. Spero di trasmettere le mie emozioni a chiunque guardi le immagini”.
Oggi, una mostra ricavata dai suoi clic sta girando l’Italia nei circoli di Legambiente. In Inghilterra, a Leicester, un’altra esposizione di trenta foto è stata allestita, e resa itinerante, dall’associazione di artisti Charnwood Arts. Sul tema del nucleare, è il primo in Inghilterra ad avere allestito una mostra.

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