INCHIESTA

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marzo/aprile 1998

 

 

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AFGHANISTAN
Interessi geopolitici e guerra sulla pelle di un popolo fiero

di Paolo dalla Zonca


A rischio di apparire banali, defineremo la situazione afghana come una “guerra dimenticata”. Ma si tratta di una guerra nella quale, con un certo cinismo, non possiamo non riconoscere caratteristiche proprie estremamente interessanti.
Prima di tutto, il fatto di svolgersi interamente all’interno dei suoi confini nazionali, tale da non preoccupare più di tanto i vicini.
Secondo, le caratteristiche esclusivamente afghane dell’inesauribile farsi e disfarsi di alleanze e di vendette tenaci e senza urgenza apparente.
Terzo, la miniera d’oro costituita dallo spaventoso consumo di armi e munizioni, pagato con il papavero da oppio, la cui produzione, nel 1997, è salita del 25 per cento, un numero difficile da precisare di milioni di tonnellate d’oppio, il principale prodotto da esportazione del Paese, primo, incontrastato, produttore mondiale.
Quarto, un problema umanitario secondo solo ai disastri del 1997 in Africa equatoriale, ma distribuito, cronicizzato e in qualche modo autogestito da un popolo duro, stoico e resistentissimo, ulteriormente indurito da diciannove anni di guerra: invasione sovietica (1979-1989), guerra civile tra mujaheddin (1989-1994), guerra civile tra governo mujahid e Taliban, fondamentalisti islamici appoggiati dal Pakistan, tuttora in corso.

Cominciamo con alcuni ricordi di viaggio, impressioni raccolte in uno dei tanti momenti in cui non si vedeva la fine della guerra. Era il settembre 1994. Profughi A Peshawar, la capitale della Provincia della Frontiera di Nord Ovest, il primo campo profughi nato nel 1980 a Kachagari è ora una città di un milione di abitanti.
La tendopoli di diciotto anni fa si è trasformata in una distesa di piccole case recintate ad un piano, con acqua, luce elettrica e gas. Kachagari ha i suoi bazar, i suoi dirigenti, la sua economia, ed è un’entità afghana separata rispetto al Pakistan, che pure la ospita. Ma la miseria umana e materiale restano grandi. Nel bazar del campo di Kachagari si aggirano bande di 8-10-20 orfani, tra i sei e i dieci anni, che offrono acqua a chi sale e scende dagli autobus, al grido di “Ab, ab, na bakhshish”, “acqua, acqua, non per la mancia”. Essi rifiutano l’elemosina, lo fanno per un grazie, o una carezza. Sono a caccia di briciole d’affetto e stanno insieme per proteggersi, per trovare un’identità. A 10 anni sono pronti per imbracciare un kalashnikov e passare “di là”.
I profughi meno fortunati sono quelli che non hanno potuto lasciare l'Afghanistan: per il diritto internazionale essi non sono profughi (refugees in inglese) ma "displaced people". La sottile distinzione li esclude in gran parte dagli aiuti economici e materiali dell'Onu. Sono allora le organizzazioni non governative di soccorso che si fanno carico dell'assistenza.

A sessanta chilometri ad Ovest del confine col Pakistan, dieci chilometri prima di Jalalabad, sorge il campo profughi di Sarshahi: il cielo è quello dell’Asia Centrale, immenso, di un blu profondo, limpido, perfetto. Centinaia di piccole tende bianche, disperse tra le pieghe del terreno, sorgono dalla terra rossa, sterilizzata dal sole, cosparsa di minuti ciottoli taglienti. E di mine.
Qui, alla fine del 1994, vivevano sedicimilaseicento famiglie, qualcosa come centoventicinquemila persone, cacciate dai combattimenti tra le fazioni dei mojaheddin che dal 1992 si contendono il potere a Kabul. Ora il loro numero dovrebbe essere più che raddoppiato. Il Dr. Mohammad Sharif Zarif e due colleghi dirigevano l’ambulatorio del campo, con una guardia e due infermieri, appoggiati da Médecins Sans Frontières (MSF).
In una tipica settimana di quel settembre di quattro anni fa avevano visitato 1753 pazienti, di cui oltre quattrocento sotto i cinque anni. Le malattie più diffuse sono tuttora la dissenteria, infezioni delle vie respiratorie, della pelle, parassiti come giardia, ameba, malaria. Su 77 traumatizzati, 17 erano saltati sulle mine, per lo più ragazzi che portavano le capre alla ricerca di erba e acqua. Sono i medici afghani che si fanno carico degli ambulatori, degli ospedali, di tutto. Sono degli eroi. A Kabul, sotto i combattimenti dell’estate del 1994 che rasero al suolo quasi tutta la città, operarono centinaia di feriti ogni giorno, senza luce elettrica, senz’acqua e fino all’ultima garza sterile, prima che una tregua consentisse ai convogli della Croce Rossa internazionale, bloccati da mesi, di portare rifornimenti.

Il campo profughi di Samarkhel, più vicino di cinque chilometri a Jalalabad, è in carico alla Croce Rossa Internazionale. Il campo è sorto su di un'area liberata dalle mine, dove alcune vene d'acqua sotterranee permettono a diversi alberi di crescere e forniscono acqua per i pozzi. Il Dr. Nizamuddin era il medico di turno all'ambulatorio del campo, un edificio basso e solitario, su una piega del terreno dalla quale lo sguardo spaziava sulla distesa di tende. I medici del campo, tutti afghani, erano tre, con un fonendoscopio tra tutti quanti. Le sei stanze dell'ambulatorio erano vuote, fatta eccezione per due brande. In una camera troneggiava, surreale, una vecchia sedia dentistica: le condizioni igieniche, semplicemente, non esistevano. Il signor Assif, un dolce signore di mezza età responsabile per la Croce Rossa della trivellazione e della manutenzione dei pozzi, stava facendo con noi il giro dei campi.

A Samarkhel ci fermammo per venti minuti a discutere con gli anziani: essi si chiedevano perché dovevano mettere per forza il cloro nell'acqua, visto che puzza. La prima causa di morte dei bambini sotto i cinque anni è la diarrea, dovuta all’acqua non depurata. Per i contadini di Samarkhel, come per tutti i contadini del mondo, il trovarsi senza terra è come essere castrati. L’atmosfera era tetra, malgrado il sole accecante ed il cielo azzurro. Gli uomini sedevano all'ombra in silenzio, i bambini correvano stancamente qua e là. Non una donna in vista. Le tende dei primi arrivati avevano già lasciato spazio alle prime baracche di legno. Cominciavano a spuntare sparuti muri di mattoni crudi, per riappropriarsi di un poco di intimità. Vicino alla strada, un abbozzo di mercato, con baracche di canne, per poche cose in vendita: sapone, utensili per cucinare, batterie, torce elettriche, fiammiferi, un poco di verdura, e un paio di carcasse dissanguate di capra, appese all'ombra, aspettavano l’assalto delle mosche, alla prima frescura della sera.
Sotto il sole afghano di mezzogiorno che picchia sulla terra rossa non si muovono neanche le mosche. Proseguendo verso Jalalabad, iniziano i campi coltivati, spesso e volentieri a papavero da oppio: qui passa il fiume Kabul, prima di piegare a nord del Passo Khaybar per entrare in Pakistan, dove si getta nell'Indo. Intorno all'aeroporto sono chiari i segni di anni ed anni di guerra: rottami di carri armati, scheletri di capannoni industriali pieni di macchinari metallici irriconoscibili, arrugginiti, bruciati, in disfacimento. Ricordano le vecchie foto in bianco e nero degli stabilimenti distrutti di Stalingrado. Jalalabad è un grosso borgo rurale avvolto nella polvere della grande strada di comunicazione che la attraversa.
Neutrale fino all’autunno del ‘96, i Taliban l’hanno presa e sottoposta alla loro dura legge che i media chiamano coranica ma che in realtà è quella tribale dei Pashtun Ghilzai del sud, quelli più legati all’antico codice. La benzina si vende in taniche al mercato nero, ed è molto costosa. Il sistema bancario è distrutto e l’afghano (meno di mezza lira) è cambiato a mazzi da numerosi cambiavalute nel bazar.
Qui si trovano grandi quantità di merci, solo i generi alimentari scarseggiano, soprattutto la carne, e per questo sono più costosi. Tramite l’Onu e la Croce Rossa, è possibile garantire ai molti poveri dalle mille alle millecinquecento calorie al giorno, in sola farina, però. Jalalabad è piena di farmacie: i parenti dei numerosi pazienti degli ospedali della città, la maggior parte dei quali mutilati dalle mine, vi trovano le medicine per i loro cari, acquistando le pillole a tre, quattro per volta.
Una volta, silenziose tra la folla, si aggiravano le donne. Solo esse, nell'anonimato garantito loro dalla burqa, il velo integrale che le copre, avevano il coraggio di chiedere l'elemosina. Ora non più. Accanto all'unico albergo della città, nel parco di una residenza reale in rovina, sorgeva la tendopoli nota come il campo delle vedove. Le povere donne sono l'ultimo gradino della società. Spesso per potersi risposare devono abbandonare i loro figli, che vanno ad ingrossare le fila degli orfani. L'unica alternativa è mendicare, ma la miseria ha spinto molte donne ad una cosa inconcepibile per un popolo devoto ed estremamente pudico come quello afghano, la prostituzione.

Il Dr. Khaled di Médecins Sans Frontières lo spiega, riluttante, con una metafora: parla di "deviazione sessuale". Ora anche questo, ma probabilmente non è un male, con i Taliban è passato. Ma alle donne, ora, non è più consentito nulla. La terra della guerra eterna Natale 1979: è l’invasione sovietica, l’Armata rossa, con una doppia manovra aerotrasportata e di forze corazzate occupa le città principali e prende il controllo delle strade. In tutte le provincie nascono e si rafforzano diverse fazioni di mojaheddin. Milioni di profughi fuggono in Iran e in Pakistan, il paese diventa un immenso campo minato, le campagne sono avvelenate dai gas bellici e abbandonate.
Marzo 1989: i russi, malconci, abbandonano l’Afghanistan, lasciandosi alle spalle un vero e proprio esercito di resistenti, uniti dalla guerra santa contro gli invasori stranieri e atei, e un governo fantoccio imbottito di un enorme arsenale.
Aprile 1992: il governo di Najibullah cade, dopo tre anni di guerriglia e di scontri tra le fazioni fuori Kabul. Inizia la guerra civile tra il partito del presidente Rabbani e quello del primo ministro Hekmatyar, che non metterà mai piede nella capitale. 1994: è l’anno della demolizione di Kabul assediata, nel resto del paese la situazione per la popolazione è insostenibile. Bande di taglieggiatori armati impazzano su tutte le strade, sono stupri, saccheggi e ruberie gratuite e continue.
Novembre 1994: un gruppo di studenti di teologia, i Taliban, prende il controllo della città meridionale di Kandahar senza combattere. I Taliban, di etnia pashtun, arrivano dalle scuole coraniche dei campi profughi pakistani. Le loro armi sono nuove, e la loro preparazione militare è di tipo professionale. La loro venuta toglie i taglieggiatori dalle strade, avanzano con il Corano in una mano, il fucile nell’altra.
I Taliban, le cui fila sono gonfiate dalle diserzioni delle milizie delle fazioni, avanzano come un rullo compressore su Kabul, per la quale combattono per quasi due anni, mentre il resto del paese caduto nelle loro mani è pacificato.
I Taliban hanno dichiarato la "bancarotta morale" delle fazioni e dello stesso governo e ne chiedono il disarmo e la resa. Kabul cade il 27 settembre del 1996, e i Taliban vi insediano un governo provvisorio. I vincitori arrestano l’ex presidente comunista Najibullah, lo crivellano di colpi, ne trascinano il corpo per la città attaccato a una jeep e lo appendono in pubblico nell’incrocio proncipale del bazar di Kabul, accanto al fratello e a una guardia del corpo.
Stupore e costernazione nella comunità internazionale: i media, attirati dallo spettacolo adeguatamente medioevale ed esotico del sangue e della vendetta tribale, si ricordano dell’Afghanistan. Il prezzo che i civili pagano alla liberazione dalle faide dei mojaheddin, alla scomparsa dei predoni dalle strade, al parziale ritorno in patria dai campi profughi, è la segregazione delle donne. I Taliban chiudono le scuole alle bambine, segregano le donne in casa, fanno loro lasciare il lavoro; proibiscono la musica, le scommesse, aboliscono la televisione: è l’interpretazione tribale dei pashtun di montagna, quali essi sono, del Corano, cosa che garantisce loro la scomunica da parte dell’Iran. La guerra, intanto, continua.
Intrigo internazionale Ci sono legami tra Pakistan, Taliban e Stati Uniti: secondo il quotidiano francese Le Figaro il 21 ottobre 1995, quindici giorni dopo la caduta di Herat, la compagnia petrolifera americana Unocal firmava con il Turkmenistan un contratto per la costruzione di un gasdotto da 3 miliardi di dollari diretto a Karachi via Afghanistan.
Il giorno dopo la caduta di Kabul la ex premier pakistana Benazir Bhutto, pur negando ogni appoggio ai Taliban, ne riconosce di fatto il regime. I russi temono un regime fondamentalista ai confini delle ex repubbliche musulmane, mentre erano favorevoli al governo deposto. Reazioni negative anche in Iran. Gli ayatollah iraniani si sono visti infatti sfilare di mano la possibilità di candidare il porto di Bandar Abbas a terminale per il flusso di merci, gas e petrolio dell’Asia centrale, a tutto vantaggio di Karachi in Pakistan. Per Washington è un duro colpo inferto all’Iran e alla Russia, che si vedrebbe sfuggire il monopolio sulle vie commerciali da e per l’Asia centrale.
Per il Pakistan, oltre ai vantaggi economici diretti, il gasdotto significherebbe elevarsi a potenza regionale, dando uno schiaffo all’eterna rivale, l’India. Sia la Russia, che l’Iran e l’India sostenevano il governo Rabbani. Ma i Taliban forse sono già usciti dal controllo occulto degli Usa, esercitato tramite i servizi segreti pakistani, e lo stesso premier pakistano Nawaz Sharif ha tentato, nonostante la resistenza dei suoi generali, di allontanarsi da loro: la loro politica fondamentalista, in particolare le fortissime discriminazioni nei confronti delle donne (niente scuola per le bambine, niente lavoro per le donne), ha provocato un’ondata di proteste delle Nazioni Unite, delle Organizzazioni non governative impegnate in Afghanistan e degli stessi Usa.
Il governo provvisorio dei Taliban è minacciato continuamente di una sospensione generalizzata degli aiuti se non rivedranno la loro politica antifemminile. Guerra di posizione a tremila metri, diplomazia in apnea Al momento di stendere queste note (febbraio ‘98), la situazione è di stallo.
Il governo Taliban e l’alleanza del nord (il governo Rabbani ed alleati minori) si fronteggiano sui due versanti del passo di Salang, e attraverso le steppe desertiche del Turkestan afghano, a oriente di Mazar-i-Sharif, a sud dell’Amu Darya, il fiume che segna il confine settentrionale con l’ex Unione sovietica. Le organizzazioni internazionali cercano di fare trattare la pace tra il governo Taliban e l’alleanza del nord, mentre ad ogni avanzata o ritirata dell’una o dell’altra fazione vengono fuori fosse comuni con centinaia di corpi: il primato spetta per ora al fronte anti-Taliban, che sterminerebbe sistematicamente i prigionieri, in maggior parte ex alleati passati dalla parte degli avversari. In Afghanistan la vendetta è la norma, e questa usanza e gli atteggiamenti che ne derivano sono di ostacolo alla semplice accettazione di questo o di quel personaggio a un tavolo di trattative.
E ci mancava anche il terremoto Un terremoto del sesto grado della scala Richter ha causato, il 4 febbraio scorso, oltre 4500 morti nella regione di Takhar, nell’estremo nordest, sotto il controllo dell’alleanza antitaliban. Questi avrebbero sospeso le ostilità per consentire l’arrivo dei soccorsi.
Sul campo sono impegnate, tra le principali organizzazioni umanitarie, la Croce rossa internazionale ICRC (Avenue de la Paix, 12 02, Génève, 0041-22-73021) e Médecins Sans Frontières-Netherland (Eeuweplein 40, P.O. Box 10014, 1001 EA Amsterdam, 0031-20-5208700, fax 0031-20-6205170).

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