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AFGHANISTAN
Interessi
geopolitici e guerra sulla pelle di un popolo fiero
di Paolo dalla Zonca A rischio di apparire banali, defineremo la situazione
afghana come una guerra dimenticata. Ma si tratta
di una guerra nella quale, con un certo cinismo, non possiamo
non riconoscere caratteristiche proprie estremamente interessanti.
Prima di tutto, il fatto di svolgersi interamente allinterno
dei suoi confini nazionali, tale da non preoccupare più
di tanto i vicini.
Secondo, le caratteristiche esclusivamente afghane dellinesauribile
farsi e disfarsi di alleanze e di vendette tenaci e senza urgenza
apparente.
Terzo, la miniera doro costituita dallo spaventoso consumo
di armi e munizioni, pagato con il papavero da oppio, la cui
produzione, nel 1997, è salita del 25 per cento, un numero
difficile da precisare di milioni di tonnellate doppio,
il principale prodotto da esportazione del Paese, primo, incontrastato,
produttore mondiale.
Quarto, un problema umanitario secondo solo ai disastri del 1997
in Africa equatoriale, ma distribuito, cronicizzato e in qualche
modo autogestito da un popolo duro, stoico e resistentissimo,
ulteriormente indurito da diciannove anni di guerra: invasione
sovietica (1979-1989), guerra civile tra mujaheddin (1989-1994),
guerra civile tra governo mujahid e Taliban, fondamentalisti
islamici appoggiati dal Pakistan, tuttora in corso.
Cominciamo con alcuni ricordi di viaggio, impressioni raccolte
in uno dei tanti momenti in cui non si vedeva la fine della guerra.
Era il settembre 1994. Profughi A Peshawar, la capitale della
Provincia della Frontiera di Nord Ovest, il primo campo profughi
nato nel 1980 a Kachagari è ora una città di un
milione di abitanti.
La tendopoli di diciotto anni fa si è trasformata in una
distesa di piccole case recintate ad un piano, con acqua, luce
elettrica e gas. Kachagari ha i suoi bazar, i suoi dirigenti,
la sua economia, ed è unentità afghana separata
rispetto al Pakistan, che pure la ospita. Ma la miseria umana
e materiale restano grandi. Nel bazar del campo di Kachagari
si aggirano bande di 8-10-20 orfani, tra i sei e i dieci anni,
che offrono acqua a chi sale e scende dagli autobus, al grido
di Ab, ab, na bakhshish, acqua, acqua, non
per la mancia. Essi rifiutano lelemosina, lo fanno
per un grazie, o una carezza. Sono a caccia di briciole daffetto
e stanno insieme per proteggersi, per trovare unidentità.
A 10 anni sono pronti per imbracciare un kalashnikov e passare
di là.
I profughi meno fortunati sono quelli che non hanno potuto lasciare
l'Afghanistan: per il diritto internazionale essi non sono profughi
(refugees in inglese) ma "displaced people". La sottile
distinzione li esclude in gran parte dagli aiuti economici e
materiali dell'Onu. Sono allora le organizzazioni non governative
di soccorso che si fanno carico dell'assistenza.
A sessanta chilometri ad Ovest del confine col Pakistan, dieci
chilometri prima di Jalalabad, sorge il campo profughi di Sarshahi:
il cielo è quello dellAsia Centrale, immenso, di
un blu profondo, limpido, perfetto. Centinaia di piccole tende
bianche, disperse tra le pieghe del terreno, sorgono dalla terra
rossa, sterilizzata dal sole, cosparsa di minuti ciottoli taglienti.
E di mine.
Qui, alla fine del 1994, vivevano sedicimilaseicento famiglie,
qualcosa come centoventicinquemila persone, cacciate dai combattimenti
tra le fazioni dei mojaheddin che dal 1992 si contendono il potere
a Kabul. Ora il loro numero dovrebbe essere più che raddoppiato.
Il Dr. Mohammad Sharif Zarif e due colleghi dirigevano lambulatorio
del campo, con una guardia e due infermieri, appoggiati da Médecins
Sans Frontières (MSF).
In una tipica settimana di quel settembre di quattro anni fa
avevano visitato 1753 pazienti, di cui oltre quattrocento sotto
i cinque anni. Le malattie più diffuse sono tuttora la
dissenteria, infezioni delle vie respiratorie, della pelle, parassiti
come giardia, ameba, malaria. Su 77 traumatizzati, 17 erano saltati
sulle mine, per lo più ragazzi che portavano le capre
alla ricerca di erba e acqua. Sono i medici afghani che si fanno
carico degli ambulatori, degli ospedali, di tutto. Sono degli
eroi. A Kabul, sotto i combattimenti dellestate del 1994
che rasero al suolo quasi tutta la città, operarono centinaia
di feriti ogni giorno, senza luce elettrica, senzacqua
e fino allultima garza sterile, prima che una tregua consentisse
ai convogli della Croce Rossa internazionale, bloccati da mesi,
di portare rifornimenti.
Il campo profughi di Samarkhel, più vicino di cinque chilometri
a Jalalabad, è in carico alla Croce Rossa Internazionale.
Il campo è sorto su di un'area liberata dalle mine, dove
alcune vene d'acqua sotterranee permettono a diversi alberi di
crescere e forniscono acqua per i pozzi. Il Dr. Nizamuddin era
il medico di turno all'ambulatorio del campo, un edificio basso
e solitario, su una piega del terreno dalla quale lo sguardo
spaziava sulla distesa di tende. I medici del campo, tutti afghani,
erano tre, con un fonendoscopio tra tutti quanti. Le sei stanze
dell'ambulatorio erano vuote, fatta eccezione per due brande.
In una camera troneggiava, surreale, una vecchia sedia dentistica:
le condizioni igieniche, semplicemente, non esistevano. Il signor
Assif, un dolce signore di mezza età responsabile per
la Croce Rossa della trivellazione e della manutenzione dei pozzi,
stava facendo con noi il giro dei campi.
A Samarkhel ci fermammo per venti minuti a discutere con gli
anziani: essi si chiedevano perché dovevano mettere per
forza il cloro nell'acqua, visto che puzza. La prima causa di
morte dei bambini sotto i cinque anni è la diarrea, dovuta
allacqua non depurata. Per i contadini di Samarkhel, come
per tutti i contadini del mondo, il trovarsi senza terra è
come essere castrati. Latmosfera era tetra, malgrado il
sole accecante ed il cielo azzurro. Gli uomini sedevano all'ombra
in silenzio, i bambini correvano stancamente qua e là.
Non una donna in vista. Le tende dei primi arrivati avevano già
lasciato spazio alle prime baracche di legno. Cominciavano a
spuntare sparuti muri di mattoni crudi, per riappropriarsi di
un poco di intimità. Vicino alla strada, un abbozzo di
mercato, con baracche di canne, per poche cose in vendita: sapone,
utensili per cucinare, batterie, torce elettriche, fiammiferi,
un poco di verdura, e un paio di carcasse dissanguate di capra,
appese all'ombra, aspettavano lassalto delle mosche, alla
prima frescura della sera.
Sotto il sole afghano di mezzogiorno che picchia sulla terra
rossa non si muovono neanche le mosche. Proseguendo verso Jalalabad,
iniziano i campi coltivati, spesso e volentieri a papavero da
oppio: qui passa il fiume Kabul, prima di piegare a nord del
Passo Khaybar per entrare in Pakistan, dove si getta nell'Indo.
Intorno all'aeroporto sono chiari i segni di anni ed anni di
guerra: rottami di carri armati, scheletri di capannoni industriali
pieni di macchinari metallici irriconoscibili, arrugginiti, bruciati,
in disfacimento. Ricordano le vecchie foto in bianco e nero degli
stabilimenti distrutti di Stalingrado. Jalalabad è un
grosso borgo rurale avvolto nella polvere della grande strada
di comunicazione che la attraversa.
Neutrale fino allautunno del 96, i Taliban lhanno
presa e sottoposta alla loro dura legge che i media chiamano
coranica ma che in realtà è quella tribale dei
Pashtun Ghilzai del sud, quelli più legati allantico
codice. La benzina si vende in taniche al mercato nero, ed è
molto costosa. Il sistema bancario è distrutto e lafghano
(meno di mezza lira) è cambiato a mazzi da numerosi cambiavalute
nel bazar.
Qui si trovano grandi quantità di merci, solo i generi
alimentari scarseggiano, soprattutto la carne, e per questo sono
più costosi. Tramite lOnu e la Croce Rossa, è
possibile garantire ai molti poveri dalle mille alle millecinquecento
calorie al giorno, in sola farina, però. Jalalabad è
piena di farmacie: i parenti dei numerosi pazienti degli ospedali
della città, la maggior parte dei quali mutilati dalle
mine, vi trovano le medicine per i loro cari, acquistando le
pillole a tre, quattro per volta.
Una volta, silenziose tra la folla, si aggiravano le donne. Solo
esse, nell'anonimato garantito loro dalla burqa, il velo integrale
che le copre, avevano il coraggio di chiedere l'elemosina. Ora
non più. Accanto all'unico albergo della città,
nel parco di una residenza reale in rovina, sorgeva la tendopoli
nota come il campo delle vedove. Le povere donne sono l'ultimo
gradino della società. Spesso per potersi risposare devono
abbandonare i loro figli, che vanno ad ingrossare le fila degli
orfani. L'unica alternativa è mendicare, ma la miseria
ha spinto molte donne ad una cosa inconcepibile per un popolo
devoto ed estremamente pudico come quello afghano, la prostituzione.
Il Dr. Khaled di Médecins Sans Frontières lo spiega,
riluttante, con una metafora: parla di "deviazione sessuale".
Ora anche questo, ma probabilmente non è un male, con
i Taliban è passato. Ma alle donne, ora, non è
più consentito nulla. La terra della guerra eterna Natale
1979: è linvasione sovietica, lArmata rossa,
con una doppia manovra aerotrasportata e di forze corazzate occupa
le città principali e prende il controllo delle strade.
In tutte le provincie nascono e si rafforzano diverse fazioni
di mojaheddin. Milioni di profughi fuggono in Iran e in Pakistan,
il paese diventa un immenso campo minato, le campagne sono avvelenate
dai gas bellici e abbandonate.
Marzo 1989: i russi, malconci, abbandonano lAfghanistan,
lasciandosi alle spalle un vero e proprio esercito di resistenti,
uniti dalla guerra santa contro gli invasori stranieri e atei,
e un governo fantoccio imbottito di un enorme arsenale.
Aprile 1992: il governo di Najibullah cade, dopo tre anni di
guerriglia e di scontri tra le fazioni fuori Kabul. Inizia la
guerra civile tra il partito del presidente Rabbani e quello
del primo ministro Hekmatyar, che non metterà mai piede
nella capitale. 1994: è lanno della demolizione
di Kabul assediata, nel resto del paese la situazione per la
popolazione è insostenibile. Bande di taglieggiatori armati
impazzano su tutte le strade, sono stupri, saccheggi e ruberie
gratuite e continue.
Novembre 1994: un gruppo di studenti di teologia, i Taliban,
prende il controllo della città meridionale di Kandahar
senza combattere. I Taliban, di etnia pashtun, arrivano dalle
scuole coraniche dei campi profughi pakistani. Le loro armi sono
nuove, e la loro preparazione militare è di tipo professionale.
La loro venuta toglie i taglieggiatori dalle strade, avanzano
con il Corano in una mano, il fucile nellaltra.
I Taliban, le cui fila sono gonfiate dalle diserzioni delle milizie
delle fazioni, avanzano come un rullo compressore su Kabul, per
la quale combattono per quasi due anni, mentre il resto del paese
caduto nelle loro mani è pacificato.
I Taliban hanno dichiarato la "bancarotta morale" delle
fazioni e dello stesso governo e ne chiedono il disarmo e la
resa. Kabul cade il 27 settembre del 1996, e i Taliban vi insediano
un governo provvisorio. I vincitori arrestano lex presidente
comunista Najibullah, lo crivellano di colpi, ne trascinano il
corpo per la città attaccato a una jeep e lo appendono
in pubblico nellincrocio proncipale del bazar di Kabul,
accanto al fratello e a una guardia del corpo.
Stupore e costernazione nella comunità internazionale:
i media, attirati dallo spettacolo adeguatamente medioevale ed
esotico del sangue e della vendetta tribale, si ricordano dellAfghanistan.
Il prezzo che i civili pagano alla liberazione dalle faide dei
mojaheddin, alla scomparsa dei predoni dalle strade, al parziale
ritorno in patria dai campi profughi, è la segregazione
delle donne. I Taliban chiudono le scuole alle bambine, segregano
le donne in casa, fanno loro lasciare il lavoro; proibiscono
la musica, le scommesse, aboliscono la televisione: è
linterpretazione tribale dei pashtun di montagna, quali
essi sono, del Corano, cosa che garantisce loro la scomunica
da parte dellIran. La guerra, intanto, continua.
Intrigo internazionale Ci sono legami tra Pakistan, Taliban e
Stati Uniti: secondo il quotidiano francese Le Figaro il 21 ottobre
1995, quindici giorni dopo la caduta di Herat, la compagnia petrolifera
americana Unocal firmava con il Turkmenistan un contratto per
la costruzione di un gasdotto da 3 miliardi di dollari diretto
a Karachi via Afghanistan.
Il giorno dopo la caduta di Kabul la ex premier pakistana Benazir
Bhutto, pur negando ogni appoggio ai Taliban, ne riconosce di
fatto il regime. I russi temono un regime fondamentalista ai
confini delle ex repubbliche musulmane, mentre erano favorevoli
al governo deposto. Reazioni negative anche in Iran. Gli ayatollah
iraniani si sono visti infatti sfilare di mano la possibilità
di candidare il porto di Bandar Abbas a terminale per il flusso
di merci, gas e petrolio dellAsia centrale, a tutto vantaggio
di Karachi in Pakistan. Per Washington è un duro colpo
inferto allIran e alla Russia, che si vedrebbe sfuggire
il monopolio sulle vie commerciali da e per lAsia centrale.
Per il Pakistan, oltre ai vantaggi economici diretti, il gasdotto
significherebbe elevarsi a potenza regionale, dando uno schiaffo
alleterna rivale, lIndia. Sia la Russia, che lIran
e lIndia sostenevano il governo Rabbani. Ma i Taliban forse
sono già usciti dal controllo occulto degli Usa, esercitato
tramite i servizi segreti pakistani, e lo stesso premier pakistano
Nawaz Sharif ha tentato, nonostante la resistenza dei suoi generali,
di allontanarsi da loro: la loro politica fondamentalista, in
particolare le fortissime discriminazioni nei confronti delle
donne (niente scuola per le bambine, niente lavoro per le donne),
ha provocato unondata di proteste delle Nazioni Unite,
delle Organizzazioni non governative impegnate in Afghanistan
e degli stessi Usa.
Il governo provvisorio dei Taliban è minacciato continuamente
di una sospensione generalizzata degli aiuti se non rivedranno
la loro politica antifemminile. Guerra di posizione a tremila
metri, diplomazia in apnea Al momento di stendere queste note
(febbraio 98), la situazione è di stallo.
Il governo Taliban e lalleanza del nord (il governo Rabbani
ed alleati minori) si fronteggiano sui due versanti del passo
di Salang, e attraverso le steppe desertiche del Turkestan afghano,
a oriente di Mazar-i-Sharif, a sud dellAmu Darya, il fiume
che segna il confine settentrionale con lex Unione sovietica.
Le organizzazioni internazionali cercano di fare trattare la
pace tra il governo Taliban e lalleanza del nord, mentre
ad ogni avanzata o ritirata delluna o dellaltra fazione
vengono fuori fosse comuni con centinaia di corpi: il primato
spetta per ora al fronte anti-Taliban, che sterminerebbe sistematicamente
i prigionieri, in maggior parte ex alleati passati dalla parte
degli avversari. In Afghanistan la vendetta è la norma,
e questa usanza e gli atteggiamenti che ne derivano sono di ostacolo
alla semplice accettazione di questo o di quel personaggio a
un tavolo di trattative.
E ci mancava anche il terremoto Un terremoto del sesto grado
della scala Richter ha causato, il 4 febbraio scorso, oltre 4500
morti nella regione di Takhar, nellestremo nordest, sotto
il controllo dellalleanza antitaliban. Questi avrebbero
sospeso le ostilità per consentire larrivo dei soccorsi.
Sul campo sono impegnate, tra le principali organizzazioni umanitarie,
la Croce rossa internazionale ICRC (Avenue de la Paix, 12 02,
Génève, 0041-22-73021) e Médecins Sans Frontières-Netherland
(Eeuweplein 40, P.O. Box 10014, 1001 EA Amsterdam, 0031-20-5208700,
fax 0031-20-6205170). |