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DOUCE ALSACE
di Luigi Urru Sessant'anni fa attraversare il Reno nel tratto tra
Basilea e Strasburgo era atto di guerra. Sulle opposte sponde
si fronteggiavano tedeschi e francesi, al riparo questi ultimi
- almeno credevano, finché l'esercito nazista non dimostrò
il contrario - della colossale e inutile linea Maginot. Oggi
forse nessuno in visita in Alsazia pensa alla tragedia allora
vissuta, né immagina la rete di gallerie che corre sotto
il dolce e curato paesaggio agricolo e neppure nota quanto resta
delle postazioni di artiglieria, in realtà numerose quanto
le cascine. Il sistema difensivo costruito prima dell'ultimo
conflitto mondiale è una traccia sempre più labile,
da scovare con sapienza di archeologo oppure custodita e imbalsamata
in piccoli melanconici musei come quello di Marckolsheim, due
passi dal fiume, due passi da Colmar, la cittadina capoluogo
del dipartimento Haut-Rhin. Già, Marckolsheim.
Difficile francesizzare un nome così teutonico: anche
la puntigliosa carta Michelin lo riporta tale e quale. L'Alsazia
è una lingua di terra costruita su un confine. Il confine
ne ha intriso la storia e la ragion d'essere. I tentativi di
abolirlo, spostarlo o semplicemente sottrarlo alla sua naturale
provvisorietà non si contano da duemila anni a questa
parte. Forse era prevedibile che la citata Maginot fallisse:
senza confine - senza contese di confine - l'Alsazia non esisterebbe.
Zona cuscinetto tra poteri diversi e antagonisti, pedina nel
gioco delle sovranità mitteleuropee, jo-jo nelle mani
ora dell'una ora dell'altra casata, l'Alsazia ha fatto di necessità
virtù e proprio sui ribaltamenti di fronte ha costruito
la propria identità. Oggi la separazione territoriale
in pratica non esiste più, come ha voluto il trattato
di Schengen, e come illustra simbolicamente la scelta di Strasburgo
a sede del parlamento europeo. Ma ci sono altre sottili divisioni,
non visibili sulle carte geografiche né ribadite dalle
acque del Reno e tuttavia tenaci ed essenziali, per quanto sfumate
e fluttuanti. L'Alsazia è attraversata da cima a fondo
da una frontiera linguistica: a ovest le parlate romanze figlie
del latino, a est quelle germaniche. Tutto qui? Niente affatto.
Secondo le occasioni e gli interlocutori, gli alsaziani hanno
un bagaglio intero di lingue da sfoderare. I giovani parlano
quasi esclusivamente francese, ma provate a sentire qualche anziano
in una conversazione con gli amici: sarete sorpresi dai suoni
aspirati e gutturali, gli stessi dei dialetti della Foresta Nera
che occhieggia all'orizzonte in pieno territorio tedesco. Non
bastasse, in Alsazia sopravvive una forte comunità jiddish,
mentre il nome stesso della regione è fatto derivare da
tre diverse radici celtiche, alemanne o franche. E può
capitare di sentire storielle come questa: un uomo sta affogando
nel Reno vicino a Strasburgo e grida aiuto: Au secours!.
Dalla sponda gli risponde un alsaziano senza scomporsi: Statt
Fransesisch hätsch besser schwemma glarnt! (invece
del francese ti conveniva imparare a nuotare). L'umore sarcastico
è un tratto distintivo degli abitanti, con una sensibilità
speciale per le contraddizioni del passato e in particolare agli
altalenanti rapporti franco-tedeschi. Eccone un esempio degno
del teatro dell'assurdo. Si dice che il simpatico monsieur Lagarde
(che significa guardia) vivesse tranquillo e felice
nel suo paesino di mezza collina. Correva l'anno 1871 e il prussiano
Ottone di Bismarck si impadronì di quelle terre. Monsieur
Lagarde non perse solo tranquillità e felicità
ma anche il cognome, tradotto in Wache (guardia in tedesco).
Non passarono cinquant'anni che i francesi riconquistarono la
regione: e lui buono buono divenne Vache (vacca, ovviamente).
A suo figlio andò peggio: nel 1940, al sopraggiungere
delle truppe di Hitler, fu costretto a mutarsi in Kuh (vacca
in tedesco) e appena finita la guerra a riconvertirsi nel transalpino
Cuh, il quale, guarda un po', si pronuncia tale e quale cul!
Le vertigini dell'enigmistica applicata alla storia vi danno
l'emicrania? Siete in Alsazia, curatela con un bicchier di vino.
Ponete la vostra base a Rouffach, a metà strada tra la
citata Colmar e Mulhouse, dove troverete un economico mercato
per i rifornimenti. E guardatevi intorno: vigne su vigne su vigne...
I filari abbracciano ampiezze fino a cinque chilometri, dove
le pendici collinari lo permettono. La Route du vin passa di
qui e porta nomi a dir poco inebrianti: Sylvaner, Riesling, Muscat
d'Alsace, Pinot Auxerrois... come dire, da noi, non fosse che
gli alsaziani sono vini bianchi, nebbiolo, barbaresco, grignolino
e simili raffinatezze: c'è di che far tornare le vertigini.
Per un tocco salutista, nel paese di Pfaffenheim l'azienda Pierre
Frick et fils coltiva la vite con metodi biologici e biodinamici.
Una cantina con degustazione gratuita è quella di Dopff
& Irion a Riquewihr, dove la route giunge al capolinea
settentrionale e dove sbocca la Val d'Argent. D'argento di nome
e di fatto, nel XVII secolo la zona era traforata di miniere,
il cui ricordo è rimasto nel nome del paese principale,
Sainte Marie-Aux-Mines. Da una ventina d'anni, storici e speleologi
stanno riscoprendo il dedalo di cunicoli sotterranei che, esaurito
il metallo prezioso, sono serviti per estrarre anche rame, piombo,
zinco, cobalto e arsenico. I reperti sono esposti al secondo
piano del municipio: attrezzi di lavoro, mappe, oggetti di vita
quotidiana, un plastico e la ricostruzione di una galleria svelano
la durezza epica di un mestiere dimenticato. Al museo si ottengono
anche informazioni e consigli per visitare dal vivo una miniera
e salire a bordo dei suoi trenini. Tornati in superficie vorrete
forse sgranchire le gambe. Basta mettersi in cammino, le grandes
randonnées percorrono tutta la cresta dei Vosgi. L'accesso
ai sentieri in quota avviene da qualsiasi vallata, ma l'itinerario
completo parte proprio da Sainte Marie-Aux-Mines e scende verso
sud fino a Cernay, nel parco regionale dei Ballons des
Vosges(la cima più elevata è il Gran Ballon:
non spaventatevi, sono appena 1424 metri sul livello del mare).
Il tracciato è impegnativo, tortuoso e con pendenze accentuate;
in primavera richiede precauzioni di tipo alpino sui tratti all'ombra
dove rimane la neve, ma garantisce silenzio e solitudine miracolosi
a due passi dai centri abitati. Le attrattive dell'escursione
- per la quale è bene mettere in conto una settimana abbondante
- stanno anche nella purezza un po' selvatica dell'ambiente naturale:
sotto foreste di latifoglie tra cui spadroneggiano acero e faggio,
in alto amplissimi panorami sulla piana renana limitati da fitti
boschi di conifere. E oltre il limite della vegetazione arborea
- fittizio perché causato dai diboscamenti di epoca medievale
- distese di pascoli, gli haute chaumes francesi, dove pascolano
capre e mucche. Bellissimi quelli della Valle del Munster, attraversati
dalla Route du Fromage (il formaggio, lo trovate nelle baite-alberghetto
disseminate lungo il percorso) e in fioritura tra aprile e giugno.
Sorpresa, ci sono genzianelle e primule di montagna come se passeggiaste
sulle Cozie, mentre qua e là riluce una torbiera, regno
d'acqua ed erbe palustri. Proprio le tradizioni artigianali del
vino e del formaggio costituiscono in Alsazia un solido baluardo
ecologico: si tratta di attività redditizie che non sono
state scalzate da ritmi e insediamenti della vita industriale
e hanno contribuito a mantenere stabile nel tempo l'aspetto ambientale
della regione. Al punto che uccelli come le cicogne, rari al
di qua delle Alpi, ancora nidificano sui tetti di molti paesi.
Anzi, succede che gli abitanti costruiscano per loro larghe piattaforme
visibili da lontano. Per andare a colpo sicuro ideali sono Obernai,
che ha anche una bella piazza per il mercato, Hunawihr, dove
esiste un Centre de Réintroductione des Cigognes,
e Ribeauvillé, dove non solo allevano le cicogne, ma anche
le lontre e ci sono due campeggi (migliore, anche se spesso pieno,
quello più vicino all'abitato), un museo della vite e
del vino e l'abbazia di Alspach, abitata dalle clarisse nel XII
secolo. I caratteri di una storia di invasioni e domini avversi,
mitigati da una più recente fantasiosa leggerezza transalpina,
emergono proprio nei paesaggi urbani. Oltre a Sélestat,
che si alza nella pianura digradante verso il Reno, troviamo
Saint-Hyppolite, fondata dal cappellano di Carlo Magno e nota
per il pinot noir, l'unico vino rosso d'Alsazia, Dambach la Ville,
con un poderoso castello dugentesco, Haut-Koenigsburg con un
altro castello ben restaurato e Riquewihr, chiusa da una notevole
cinta muraria e con torri in perfetto stato. Colmar, settantamila
abitanti e ideale fulcro della nostra visita, presenta un patrimonio
architettonico arioso e fine: i vicoli del centro intersecano
bassi canali e gli edifici si ornano di balaustre lavorate, portali
con stipiti in pietra, aiuole lungo il perimetro. Le case sono
le stesse della tradizione tedesca, il Fachwerkhaus con travi
di quercia a vista, ma la grazia e i colori sono ben altri, vivaci,
squillanti, persino mediterranei. Ogni balcone e finestra straripa
di fiori e rampicanti e le pareti ad intonaco sono decorate con
tralci di vite e pampini. Le attrezzature enologiche, una volta
proprietà di ogni famiglia, sono in mostra al Civa, il
Centre d'Information du Vin d'Alsace, mentre per uno spuntino
la collaudata gastronomia offre le varie tartes, il foie gras
e la choucroute, un piatto di crauti e carne di maiale con una
propensione vagamente germanica. La birra invece è strettamente
alsaziana, più dolce e sbarazzina di quella tedesca. Nelle
campagne della pianura è difficile imbattersi in abitazioni
isolate, che compaiono solo risalendo i fianchi delle montagne.
In ogni caso gli alsaziani amano la discrezione e l'intimità
e circondano volentieri la propria casa di giardino e muretto.
Pochi centri hanno un'impronta industriale. Per esempio Mulhouse,
tra Colmar e Basilea, che comunque non eviterei perché
riserva scorci che rimandano ai primordi dell'epoca moderna ed
è sede del Museo Nazionale dellAutomobile con le
prime Bugatti Royale, prodotte proprio qui, in Alsazia. |