VACANZE

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marzo/aprile 1998

 

 

DOUCE ALSACE

di Luigi Urru


Sessant'anni fa attraversare il Reno nel tratto tra Basilea e Strasburgo era atto di guerra. Sulle opposte sponde si fronteggiavano tedeschi e francesi, al riparo questi ultimi - almeno credevano, finché l'esercito nazista non dimostrò il contrario - della colossale e inutile linea Maginot. Oggi forse nessuno in visita in Alsazia pensa alla tragedia allora vissuta, né immagina la rete di gallerie che corre sotto il dolce e curato paesaggio agricolo e neppure nota quanto resta delle postazioni di artiglieria, in realtà numerose quanto le cascine. Il sistema difensivo costruito prima dell'ultimo conflitto mondiale è una traccia sempre più labile, da scovare con sapienza di archeologo oppure custodita e imbalsamata in piccoli melanconici musei come quello di Marckolsheim, due passi dal fiume, due passi da Colmar, la cittadina capoluogo del dipartimento ‘Haut-Rhin’. Già, Marckolsheim. Difficile francesizzare un nome così teutonico: anche la puntigliosa carta Michelin lo riporta tale e quale. L'Alsazia è una lingua di terra costruita su un confine. Il confine ne ha intriso la storia e la ragion d'essere. I tentativi di abolirlo, spostarlo o semplicemente sottrarlo alla sua naturale provvisorietà non si contano da duemila anni a questa parte. Forse era prevedibile che la citata Maginot fallisse: senza confine - senza contese di confine - l'Alsazia non esisterebbe. Zona cuscinetto tra poteri diversi e antagonisti, pedina nel gioco delle sovranità mitteleuropee, jo-jo nelle mani ora dell'una ora dell'altra casata, l'Alsazia ha fatto di necessità virtù e proprio sui ribaltamenti di fronte ha costruito la propria identità. Oggi la separazione territoriale in pratica non esiste più, come ha voluto il trattato di Schengen, e come illustra simbolicamente la scelta di Strasburgo a sede del parlamento europeo. Ma ci sono altre sottili divisioni, non visibili sulle carte geografiche né ribadite dalle acque del Reno e tuttavia tenaci ed essenziali, per quanto sfumate e fluttuanti. L'Alsazia è attraversata da cima a fondo da una frontiera linguistica: a ovest le parlate romanze figlie del latino, a est quelle germaniche. Tutto qui? Niente affatto. Secondo le occasioni e gli interlocutori, gli alsaziani hanno un bagaglio intero di lingue da sfoderare. I giovani parlano quasi esclusivamente francese, ma provate a sentire qualche anziano in una conversazione con gli amici: sarete sorpresi dai suoni aspirati e gutturali, gli stessi dei dialetti della Foresta Nera che occhieggia all'orizzonte in pieno territorio tedesco. Non bastasse, in Alsazia sopravvive una forte comunità jiddish, mentre il nome stesso della regione è fatto derivare da tre diverse radici celtiche, alemanne o franche. E può capitare di sentire storielle come questa: un uomo sta affogando nel Reno vicino a Strasburgo e grida aiuto: ‘Au secours!’. Dalla sponda gli risponde un alsaziano senza scomporsi: ‘Statt Fransesisch hätsch besser schwemma glarnt!’ (invece del francese ti conveniva imparare a nuotare). L'umore sarcastico è un tratto distintivo degli abitanti, con una sensibilità speciale per le contraddizioni del passato e in particolare agli altalenanti rapporti franco-tedeschi. Eccone un esempio degno del teatro dell'assurdo. Si dice che il simpatico monsieur Lagarde (che significa ‘guardia’) vivesse tranquillo e felice nel suo paesino di mezza collina. Correva l'anno 1871 e il prussiano Ottone di Bismarck si impadronì di quelle terre. Monsieur Lagarde non perse solo tranquillità e felicità ma anche il cognome, tradotto in Wache (guardia in tedesco). Non passarono cinquant'anni che i francesi riconquistarono la regione: e lui buono buono divenne Vache (vacca, ovviamente). A suo figlio andò peggio: nel 1940, al sopraggiungere delle truppe di Hitler, fu costretto a mutarsi in Kuh (vacca in tedesco) e appena finita la guerra a riconvertirsi nel transalpino Cuh, il quale, guarda un po', si pronuncia tale e quale cul! Le vertigini dell'enigmistica applicata alla storia vi danno l'emicrania? Siete in Alsazia, curatela con un bicchier di vino. Ponete la vostra base a Rouffach, a metà strada tra la citata Colmar e Mulhouse, dove troverete un economico mercato per i rifornimenti. E guardatevi intorno: vigne su vigne su vigne... I filari abbracciano ampiezze fino a cinque chilometri, dove le pendici collinari lo permettono. La Route du vin passa di qui e porta nomi a dir poco inebrianti: Sylvaner, Riesling, Muscat d'Alsace, Pinot Auxerrois... come dire, da noi, non fosse che gli alsaziani sono vini bianchi, nebbiolo, barbaresco, grignolino e simili raffinatezze: c'è di che far tornare le vertigini. Per un tocco salutista, nel paese di Pfaffenheim l'azienda ‘Pierre Frick et fils’ coltiva la vite con metodi biologici e biodinamici. Una cantina con degustazione gratuita è quella di ‘Dopff & Irion’ a Riquewihr, dove la route giunge al capolinea settentrionale e dove sbocca la Val d'Argent. D'argento di nome e di fatto, nel XVII secolo la zona era traforata di miniere, il cui ricordo è rimasto nel nome del paese principale, Sainte Marie-Aux-Mines. Da una ventina d'anni, storici e speleologi stanno riscoprendo il dedalo di cunicoli sotterranei che, esaurito il metallo prezioso, sono serviti per estrarre anche rame, piombo, zinco, cobalto e arsenico. I reperti sono esposti al secondo piano del municipio: attrezzi di lavoro, mappe, oggetti di vita quotidiana, un plastico e la ricostruzione di una galleria svelano la durezza epica di un mestiere dimenticato. Al museo si ottengono anche informazioni e consigli per visitare dal vivo una miniera e salire a bordo dei suoi trenini. Tornati in superficie vorrete forse sgranchire le gambe. Basta mettersi in cammino, le grandes randonnées percorrono tutta la cresta dei Vosgi. L'accesso ai sentieri in quota avviene da qualsiasi vallata, ma l'itinerario completo parte proprio da Sainte Marie-Aux-Mines e scende verso sud fino a Cernay, nel parco regionale dei ‘Ballons des Vosges’(la cima più elevata è il Gran Ballon: non spaventatevi, sono appena 1424 metri sul livello del mare). Il tracciato è impegnativo, tortuoso e con pendenze accentuate; in primavera richiede precauzioni di tipo alpino sui tratti all'ombra dove rimane la neve, ma garantisce silenzio e solitudine miracolosi a due passi dai centri abitati. Le attrattive dell'escursione - per la quale è bene mettere in conto una settimana abbondante - stanno anche nella purezza un po' selvatica dell'ambiente naturale: sotto foreste di latifoglie tra cui spadroneggiano acero e faggio, in alto amplissimi panorami sulla piana renana limitati da fitti boschi di conifere. E oltre il limite della vegetazione arborea - fittizio perché causato dai diboscamenti di epoca medievale - distese di pascoli, gli haute chaumes francesi, dove pascolano capre e mucche. Bellissimi quelli della Valle del Munster, attraversati dalla Route du Fromage (il formaggio, lo trovate nelle baite-alberghetto disseminate lungo il percorso) e in fioritura tra aprile e giugno. Sorpresa, ci sono genzianelle e primule di montagna come se passeggiaste sulle Cozie, mentre qua e là riluce una torbiera, regno d'acqua ed erbe palustri. Proprio le tradizioni artigianali del vino e del formaggio costituiscono in Alsazia un solido baluardo ecologico: si tratta di attività redditizie che non sono state scalzate da ritmi e insediamenti della vita industriale e hanno contribuito a mantenere stabile nel tempo l'aspetto ambientale della regione. Al punto che uccelli come le cicogne, rari al di qua delle Alpi, ancora nidificano sui tetti di molti paesi. Anzi, succede che gli abitanti costruiscano per loro larghe piattaforme visibili da lontano. Per andare a colpo sicuro ideali sono Obernai, che ha anche una bella piazza per il mercato, Hunawihr, dove esiste un ‘Centre de Réintroductione des Cigognes’, e Ribeauvillé, dove non solo allevano le cicogne, ma anche le lontre e ci sono due campeggi (migliore, anche se spesso pieno, quello più vicino all'abitato), un museo della vite e del vino e l'abbazia di Alspach, abitata dalle clarisse nel XII secolo. I caratteri di una storia di invasioni e domini avversi, mitigati da una più recente fantasiosa leggerezza transalpina, emergono proprio nei paesaggi urbani. Oltre a Sélestat, che si alza nella pianura digradante verso il Reno, troviamo Saint-Hyppolite, fondata dal cappellano di Carlo Magno e nota per il pinot noir, l'unico vino rosso d'Alsazia, Dambach la Ville, con un poderoso castello dugentesco, Haut-Koenigsburg con un altro castello ben restaurato e Riquewihr, chiusa da una notevole cinta muraria e con torri in perfetto stato. Colmar, settantamila abitanti e ideale fulcro della nostra visita, presenta un patrimonio architettonico arioso e fine: i vicoli del centro intersecano bassi canali e gli edifici si ornano di balaustre lavorate, portali con stipiti in pietra, aiuole lungo il perimetro. Le case sono le stesse della tradizione tedesca, il Fachwerkhaus con travi di quercia a vista, ma la grazia e i colori sono ben altri, vivaci, squillanti, persino mediterranei. Ogni balcone e finestra straripa di fiori e rampicanti e le pareti ad intonaco sono decorate con tralci di vite e pampini. Le attrezzature enologiche, una volta proprietà di ogni famiglia, sono in mostra al Civa, il Centre d'Information du Vin d'Alsace, mentre per uno spuntino la collaudata gastronomia offre le varie tartes, il foie gras e la choucroute, un piatto di crauti e carne di maiale con una propensione vagamente germanica. La birra invece è strettamente alsaziana, più dolce e sbarazzina di quella tedesca. Nelle campagne della pianura è difficile imbattersi in abitazioni isolate, che compaiono solo risalendo i fianchi delle montagne. In ogni caso gli alsaziani amano la discrezione e l'intimità e circondano volentieri la propria casa di giardino e muretto. Pochi centri hanno un'impronta industriale. Per esempio Mulhouse, tra Colmar e Basilea, che comunque non eviterei perché riserva scorci che rimandano ai primordi dell'epoca moderna ed è sede del Museo Nazionale dell’Automobile con le prime Bugatti Royale, prodotte proprio qui, in Alsazia.

 

NOTIZIE UTILI

In Alsazia si va in vacanza tutto l'anno: basta saper scegliere tra la pianura e la montagna. Per una visita lungo la valle del Reno e sulle prime colline dei Vosgi, magari di vigna in vigna e di cantina in cantina, la primavera precoce è la stagione ideale. I Vosgi stessi fanno da barriera alle perturbazioni che arrivano dall'Atlantico: mentre sulle loro cime le precipitazioni non scarseggiano mai, in basso il clima resta asciutto al punto che Colmar è tra le cittadine più dimenticate dalla pioggia della Francia intera. Non bastasse, da sud arrivano correnti di aria calda di origine mediterranea. L'effetto è immediato in primavera sulle fioriture, le prime di tutte le regioni circostanti, e, più avanti nell'anno, sulla maturazione dei frutti. I campi smisurati con piante alte due metri dalle foglie enormi sono tabacco.

All'escursionista che preferisce le creste e i passaggi alti conviene tuttavia aspettare fine maggio - inizio giugno, quando la neve si è sciolta dappertutto, o eventualmente la piena estate, che sopra gli ottocento metri si mantiene comunque fresca e anzi non risparmia sciabordanti acquazzoni.

Luglio e agosto sono sconsigliati a chi rimane tra un ansa e l'altra lungo il fiume, oppresso da un afoso calore.

Per le zone minerarie della Val d'Argent, rivolgersi alla Maison de Pays, Place du Prensureux, 68160 Sainte Marie-Aux-Mines. Telefono 0033-389-58.56.67

Per la Route du Vin si ottengono informazioni al Civa (Centre d'Information du Vin d'Alsase, Maison du Vin d'Alsace, Avenue de la Foire aux Vins 12, 68012 Colmar) oppure, in Italia, alla Sopexa (Società per la promozione dei prodotti agroalimentari di Francia, via Cusani 10, 20121 Milano. Tel. 02-876.163, fax. 02-89.010.593).

La sede italiana dell'Ente Nazionale Francese per il Turismo è a Milano in via Larga 12, cap. 20121. Tel. 02-583.164.71, fax. 02-583.165.79.

Direttamente in Alsazia ci si rivolge al Centre Régional du Tourisme en Alsace, Avenue de la Paix, 26 - 67000 Strasbourg. Oppure alla Association départementale du Tourisme du Haut-Rhin, Hôtel du Département - 68006 Colmar.

Alla biblioteca del Centre Culturel Français di via Pomba 23 a Torino (tel.562.33.13, fax. 54.02.20) si trovano le formidabili guide Michelin (l'ingresso è libero, orario: dal lunedì al venerdì, 15.30-20).

Il Centro Cicogne di Hunawihr, è aperto tutti i giorni nel periodo aprile-ottobre, e il mercoledì, sabato e domenica tra il 1° e l’11 novembre.

Colmar offre due ostelli per la gioventù: uno in rue Pastor, 2 (tel. 0033-389-805739), il secondo in rue Schlumberger, 17 (tel. 0033-389-412687).

Per raggiungere l'Alsazia con l'auto conviene attraversare la Svizzera alla dogana di Chiasso (ricordarsi di comprare l'etichetta adesiva per le autostrade elvetiche; costa cinquantamila lire e a Torino la vende l'Automobil Club di via Giolitti), quindi transitare sotto il San Gottardo, raggiungere Basilea, percorrere un breve tratto di autostrada tedesca in direzione di Friburgo e quindi attraversare il Reno su uno dei primi ponti segnalati.

Anche in treno la linea suggerita è la Milano-Chiasso. Chi non ha compiuto i 26 anni per il biglietto andata e ritorno fino a Basilea spende 157 mila lire (210 fino a Strasburgo); chi li ha superati spende invece 164 mila lire (216 fino a Strasburgo).

In aereo le tariffe Torino-Strasburgo sono poco favorevoli (si aggirano sul mezzo milione) e obbligano a uno scalo a Zurigo. Da Nizza, invece, il volo diretto si prende a 260 mila lire andata e ritorno, tasse aeroportuali comprese. Il biglietto ferroviario Torino-Nizza e ritorno costa intorno alle trenta mila lire, a seconda che si abbia o meno la carta verde.

Una volta in Alsazia una radio di informazione locale è Radio France Alsace sui 101.4/102.6 Mhz.


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