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DALLE OCCUPAZIONI
OCCASIONALI ALL'OCCUPAZIONE PERMANENTE
di Giulio
Cesare Rattazzi Okkupazioni serie e occupazioni
allegre Il 1997 ci ha riportato le attività studentesche
spontanee che qualcuno relega frettolosamente nel novero dei
"turbamenti" inaccettabili e altri le considerano invece
occasioni educative. Le varianti di "okkupazione" -
che va comunque scritta con due k a ricordo di Kossiga e Amerikani
- con o senza striscione esposto che la annunci e proclami, sono
davvero parecchie. Quindi le improprie generalizzazioni di giudizio,
pro e contro, non sono rare e spesso conseguenti a disinformazione
o a pigrizia mentale.
Il principale elemento di distinzione sta nell'effettiva capacità
di organizzazione di attività con contenuti di attualità
sociale e valenza culturale, lontani dalla noia delle normali
lezioni e sconosciuti nello svolgimento dei normali programmi.
Questo era e rimane l'ispirazione significativa di attività
studentesche alternative. Anche se oggi l'impegno sociale e politico,
la tensione ideologica o religiosa non riguardano più
le masse giovanili, ma le loro élites non conformistiche.
Proprio sulle modalità, serie o allegre, di attrazione
dell'attenzione degli studenti, i movimenti giovanili più
o meno organizzati si conquisteranno la legittimità morale
della loro esistenza.
Le okkupazioni (dure, morbide, cogestite, ecc.) sono interessanti
se vanno al di là di una concezione della scuola come
luogo di fredde trasmissioni nozionistiche, per animarla come
sede di elaborazioni intellettuali. Quindi sono serie se rivolte
a contenuti sapienti. Non solo ad attività ludiche, anche
se di per sé intenzionalmente non disprezzabili come momento
ricreativo aggiunto. Il discorso vale anche per le autogestioni
- che sono occupazioni senza notte - consistenti nella presenza
degli studenti nei locali della scuola anche nelle ore di lezione
non per far lezione, ma altre attività credibili e preordinate
che gratif1chino chi non cede agli istinti meno nobili, ma consueti,
degli studenti talvolta trasgressivi soltanto perchè vacanzieri.
Se invece le alternative alle lezioni consistono prevalentemente
nel giocare a carte o suonare chitarre - momenti occasionalmente
e comprensibilmente liberatori, ma in ruoli sociali non esaltabili
- tali esercitazioni "diverse" vanno fatte finire al
più presto, senza indugio o trepidazioni reverenziali
verso presunte ispirazioni ideali, con il concorso congiunto
di studenti motivati, genitori consapevoli, insegnanti coinvolti,
presidi ascoltati. Altrimenti i rumori uditi non sono gli echi
della storia che i giovani nelle scuole vorrebbero sentire di
più, ma sono i suoni della musica forte che gli abitanti
del vicinato vorrebbero sentire di meno. Un'okkupazione può
proporsi come melanconica realizzazione di rovinose happening
distruttive, in cui non si salvavano neppure i fili della corrente
elettrica, mettendo così in risonanza il buio fisico con
il vuoto mentale. Ma può anche essere considerata, quando
è corretta e rispettosa, come voglia di stare a scuola
di più, utilizzandola nell'esercizio di attività
vere e diverse dalle solite. Può essere intesa come una
tensione a vivere l'ambito scolastico come proprio, con senso
di attaccamento e dichiarazioni di appartenenza che possono perfino
sembrare atti d'amore. "La skuola è nostra"
domina ormai le tendenze studentesche; invece delle affermazioni
di altri tempi: "la skuola è malata: che crepi!".
L'ondata delle "agitazioni" studentesche del 1997 non
è certamente stata esaltante sul piano della produzione
intellettuale, anche se sintomo non soltanto rituale di un diffuso
e permanente disagio nelle scuole della fascia secondaria superiore
oggetto di troppi annunci e di irrilevanti realizzazioni. La
presenza studentesca si è sviluppata attraverso una gamma
variegata di situazioni, modalità, sfondi e conseguenze.
E se dovessimo cercare un elemento comune e caratterizzante emerge
prepotentemente la voglia di trovarsi liberamente nella scuola
in spazi e tempi godibili. Lutilizzazione degli ambienti
scolastici: il urolo degli Enti Locali.
Infatti in ogni caso okkupazioni ed autogestioni (che assumono
talvolta la dignità e la sicurezza della cogestione in
una conquistata intesa con l'ambiente della propria scuola),
sia pure in forme molto diverse, pongono anche il problema reale
e risolvibile di consentire una maggiore utilizzazione degli
ambienti ed edifici scolastici, anche al di fuori delle lezioni
costrette in programmi minuziosamente obbligati da schemi centralistici.
In tante scuole l'impossessamento dei locali è anche una
forma di aggregazione sociale naturale, per vedersi, per stare
assieme, per sentirsi amici. Se esistono solo aule asettiche
e non altri spazi a disposizione, se ci sono solo orari "secchi"
e non altri tempi usufruibili, come si fa a stare a scuola volentieri
e insiemejcon qualche attrazione e qualche soddisfazione? L'utilizzazione
dei locali della scuola opportunamente adattati anche per attività
diverse (biblioteca, bar, mensa, spazi teatrali, gruppi cinema-tv,
centro audiovisivi, palestre, sale ricreative, sale-prove musicali,
giomale scolastico, segreteria studenti, accesso Internet, ecc)
in momenti diversi dalle lezioni, probabilmente contribuirebbe
a superare una serie di situazioni deteriori provocate dalla
rigidità strutturale (soprattutto in relazione all'utilizzazione
delle risorse umane) della Scuola Media Superiore Italiana, colpita
dal burocratismo amministrativo centralistico alleato al corporativismo
pseudo sindacale. Questa tendenza potrebbe aprire nuove prospettive.
Ed è qui che si pone la necessità di un costruttivo
rapporto, vicendevolmente consapevole, tra scuole e autonomie
locali, che si possono impegnare in una razionale programmazione
della localizzazione delle sedi e rivolgersi poi ad ogni sede
risolvendo problemi di "hardware" per attuare sistemazioni
fisiche e ambientali, prima che offrire pacchetti di "software"
preconfezionati per attività non richieste e talvolta
non gradite. Conviene quindi predisporre condizioni per una gestione
creativa, autonoma e partecipata, più che distrarre con
proposte superflue o ingerenze occasionali non sempre accoglibili
e perfino dannose. Le okkupazioni seriamente intese e non attestate
in momenti debilitanti di protagonismi, più o meno innocenti,
più o meno provocatori, possono anche simboleggiare questa
aspirazione: tenere aperte le scuole, usarne i locali e le attrezzature.
E se si constata che il 55-60% degli adolescenti e giovani italiani
prediligono la discoteca come principale momento di aggregazione
e socializzazione, al di là di famiglie, parrocchie e
associazioni di vario tipo, non si vede perché, con le
dovute possibili - e in certi casi già sperimentate -precauzioni
e coinvolgimenti di corresponsabilizzazione, qualche ambiente
adibito al servizio scolastico non possa essere utilizzato anche
per soddisfacimenti di esigenze di vita -offrendo opportunità
di trattenersi in luoghi non pericolosi- in quell'età
in cui i ragazzi comunque crescono passando dalla tutela farniliare
all'autonomia personale.
Alla quale proprio la scuola li può e li deve educare,
anche caricandoli di piccole e grandi responsabilità.
Superando denigrazioni supponenti e presuntuose, "star bene
a scuola" è un passaggio obbligato per il miglioramento
del sistema formativo italiano. Non risolve certo il problema
dell'individuazione degli assi culturali e i significati strategici
del processo educativo, ma è elemento strumentale non
disprezzabile e non eludibile, che predispone da parte dei ragazzi
l'accettazione della scuola, della sua funzione, del suo significato
e del suo valore. Un'accettazione che deve venire dalla convinzione
e non dalla costrizione.
Una scuola che contempla, che prende posizione, che sa entrare
in risonanza con i problemi, le difficoltà, i dubbi, le
paure, le trasgressioni, le intemperanze, le tensioni dei ragazzi;
ma anche con le loro emozioni, aspirazioni, entusiasmi, creatività,
desideri e piaceri. Una scuola seria, diciamo pure una scuola
severa, potrà così essere una scuola aperta, gradevole,
simpatica. |