Speciale - AGGREGAZIONE

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marzo/aprile 1998

DALLE OCCUPAZIONI OCCASIONALI ALL'OCCUPAZIONE PERMANENTE

di Giulio Cesare Rattazzi


Okkupazioni serie e occupazioni allegre Il 1997 ci ha riportato le attività studentesche spontanee che qualcuno relega frettolosamente nel novero dei "turbamenti" inaccettabili e altri le considerano invece occasioni educative. Le varianti di "okkupazione" - che va comunque scritta con due k a ricordo di Kossiga e Amerikani - con o senza striscione esposto che la annunci e proclami, sono davvero parecchie. Quindi le improprie generalizzazioni di giudizio, pro e contro, non sono rare e spesso conseguenti a disinformazione o a pigrizia mentale.
Il principale elemento di distinzione sta nell'effettiva capacità di organizzazione di attività con contenuti di attualità sociale e valenza culturale, lontani dalla noia delle normali lezioni e sconosciuti nello svolgimento dei normali programmi. Questo era e rimane l'ispirazione significativa di attività studentesche alternative. Anche se oggi l'impegno sociale e politico, la tensione ideologica o religiosa non riguardano più le masse giovanili, ma le loro élites non conformistiche. Proprio sulle modalità, serie o allegre, di attrazione dell'attenzione degli studenti, i movimenti giovanili più o meno organizzati si conquisteranno la legittimità morale della loro esistenza.
Le okkupazioni (dure, morbide, cogestite, ecc.) sono interessanti se vanno al di là di una concezione della scuola come luogo di fredde trasmissioni nozionistiche, per animarla come sede di elaborazioni intellettuali. Quindi sono serie se rivolte a contenuti sapienti. Non solo ad attività ludiche, anche se di per sé intenzionalmente non disprezzabili come momento ricreativo aggiunto. Il discorso vale anche per le autogestioni - che sono occupazioni senza notte - consistenti nella presenza degli studenti nei locali della scuola anche nelle ore di lezione non per far lezione, ma altre attività credibili e preordinate che gratif1chino chi non cede agli istinti meno nobili, ma consueti, degli studenti talvolta trasgressivi soltanto perchè vacanzieri.
Se invece le alternative alle lezioni consistono prevalentemente nel giocare a carte o suonare chitarre - momenti occasionalmente e comprensibilmente liberatori, ma in ruoli sociali non esaltabili - tali esercitazioni "diverse" vanno fatte finire al più presto, senza indugio o trepidazioni reverenziali verso presunte ispirazioni ideali, con il concorso congiunto di studenti motivati, genitori consapevoli, insegnanti coinvolti, presidi ascoltati. Altrimenti i rumori uditi non sono gli echi della storia che i giovani nelle scuole vorrebbero sentire di più, ma sono i suoni della musica forte che gli abitanti del vicinato vorrebbero sentire di meno. Un'okkupazione può proporsi come melanconica realizzazione di rovinose happening distruttive, in cui non si salvavano neppure i fili della corrente elettrica, mettendo così in risonanza il buio fisico con il vuoto mentale. Ma può anche essere considerata, quando è corretta e rispettosa, come voglia di stare a scuola di più, utilizzandola nell'esercizio di attività vere e diverse dalle solite. Può essere intesa come una tensione a vivere l'ambito scolastico come proprio, con senso di attaccamento e dichiarazioni di appartenenza che possono perfino sembrare atti d'amore. "La skuola è nostra" domina ormai le tendenze studentesche; invece delle affermazioni di altri tempi: "la skuola è malata: che crepi!".
L'ondata delle "agitazioni" studentesche del 1997 non è certamente stata esaltante sul piano della produzione intellettuale, anche se sintomo non soltanto rituale di un diffuso e permanente disagio nelle scuole della fascia secondaria superiore oggetto di troppi annunci e di irrilevanti realizzazioni. La presenza studentesca si è sviluppata attraverso una gamma variegata di situazioni, modalità, sfondi e conseguenze. E se dovessimo cercare un elemento comune e caratterizzante emerge prepotentemente la voglia di trovarsi liberamente nella scuola in spazi e tempi godibili. L’utilizzazione degli ambienti scolastici: il urolo degli Enti Locali.
Infatti in ogni caso okkupazioni ed autogestioni (che assumono talvolta la dignità e la sicurezza della cogestione in una conquistata intesa con l'ambiente della propria scuola), sia pure in forme molto diverse, pongono anche il problema reale e risolvibile di consentire una maggiore utilizzazione degli ambienti ed edifici scolastici, anche al di fuori delle lezioni costrette in programmi minuziosamente obbligati da schemi centralistici. In tante scuole l'impossessamento dei locali è anche una forma di aggregazione sociale naturale, per vedersi, per stare assieme, per sentirsi amici. Se esistono solo aule asettiche e non altri spazi a disposizione, se ci sono solo orari "secchi" e non altri tempi usufruibili, come si fa a stare a scuola volentieri e insiemejcon qualche attrazione e qualche soddisfazione? L'utilizzazione dei locali della scuola opportunamente adattati anche per attività diverse (biblioteca, bar, mensa, spazi teatrali, gruppi cinema-tv, centro audiovisivi, palestre, sale ricreative, sale-prove musicali, giomale scolastico, segreteria studenti, accesso Internet, ecc) in momenti diversi dalle lezioni, probabilmente contribuirebbe a superare una serie di situazioni deteriori provocate dalla rigidità strutturale (soprattutto in relazione all'utilizzazione delle risorse umane) della Scuola Media Superiore Italiana, colpita dal burocratismo amministrativo centralistico alleato al corporativismo pseudo sindacale. Questa tendenza potrebbe aprire nuove prospettive. Ed è qui che si pone la necessità di un costruttivo rapporto, vicendevolmente consapevole, tra scuole e autonomie locali, che si possono impegnare in una razionale programmazione della localizzazione delle sedi e rivolgersi poi ad ogni sede risolvendo problemi di "hardware" per attuare sistemazioni fisiche e ambientali, prima che offrire pacchetti di "software" preconfezionati per attività non richieste e talvolta non gradite. Conviene quindi predisporre condizioni per una gestione creativa, autonoma e partecipata, più che distrarre con proposte superflue o ingerenze occasionali non sempre accoglibili e perfino dannose. Le okkupazioni seriamente intese e non attestate in momenti debilitanti di protagonismi, più o meno innocenti, più o meno provocatori, possono anche simboleggiare questa aspirazione: tenere aperte le scuole, usarne i locali e le attrezzature.
E se si constata che il 55-60% degli adolescenti e giovani italiani prediligono la discoteca come principale momento di aggregazione e socializzazione, al di là di famiglie, parrocchie e associazioni di vario tipo, non si vede perché, con le dovute possibili - e in certi casi già sperimentate -precauzioni e coinvolgimenti di corresponsabilizzazione, qualche ambiente adibito al servizio scolastico non possa essere utilizzato anche per soddisfacimenti di esigenze di vita -offrendo opportunità di trattenersi in luoghi non pericolosi- in quell'età in cui i ragazzi comunque crescono passando dalla tutela farniliare all'autonomia personale.
Alla quale proprio la scuola li può e li deve educare, anche caricandoli di piccole e grandi responsabilità. Superando denigrazioni supponenti e presuntuose, "star bene a scuola" è un passaggio obbligato per il miglioramento del sistema formativo italiano. Non risolve certo il problema dell'individuazione degli assi culturali e i significati strategici del processo educativo, ma è elemento strumentale non disprezzabile e non eludibile, che predispone da parte dei ragazzi l'accettazione della scuola, della sua funzione, del suo significato e del suo valore. Un'accettazione che deve venire dalla convinzione e non dalla costrizione.
Una scuola che contempla, che prende posizione, che sa entrare in risonanza con i problemi, le difficoltà, i dubbi, le paure, le trasgressioni, le intemperanze, le tensioni dei ragazzi; ma anche con le loro emozioni, aspirazioni, entusiasmi, creatività, desideri e piaceri. Una scuola seria, diciamo pure una scuola severa, potrà così essere una scuola aperta, gradevole, simpatica.

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