Speciale - AGGREGAZIONE

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marzo/aprile 1998

IL PAESE DEI BENGODI

di Aldo Ferrari Pozzato


Esiste come una specie di legge dei vasi comunicanti anche per quel che riguarda gli spazi occupabili dagli umani, purché vi siano contemporaneamente sufficienti attrattive e vie di comunicazione. A Torino gli esempi più recenti e più risolutivi riguardano la risistemazione di via Roma, la chiusura al traffico di via Garibaldi e da qualche anno il proliferare di centri commerciali che si propongono come poli attrattori e di ritrovo, mescolando genti di varia provenienza e intenti sociali con intenti commerciali. Parte della fascinazione che questi luoghi esercitano deriva dallo sfoggio di abbondanza e opulenza che sono in grado di mettere in mostra, dando l’impressione un po’ fiabesca di vivere in un mondo in cui tutto è a portata di mano.
Questo senso di vicinanza quotidiana, vera o falsa che sia, è molto importante per creare l’illusione di condividere lo stesso scenario da mille e una notte e di contribuire a crearlo. I Portici del Lingotto non hanno finora sortito lo stesso effetto perché vivono in una atmosfera più rarefatta. Io sono tra quelli che volentieri va a farci due passi, appena posso.
E mi immergo senza riserve nella atmosfera senza tempo che vi si respira, lasciandomi trascinare qua e là seguendo il flusso della corrente, ugualmente attratto dallo splendore delle vetrine e dalla variopinta folla che mi avvolge. Queste passeggiate rappresentano una tregua, una sospensione dal ritmo e dai problemi della vita di tutti i giorni e non è affatto sorprendente che molti dei frequentatori siano giovani, a volte sfuggiti a luoghi che evidentemente non sanno come stimolare la metà fantastica del nostro modo di affrontare il mondo, che non è solo una forma retorica di espressione, ma ha precisi riferimenti all’anatomia e alla fisiologia umana (cervello destro e cervello sinistro, limiti dell’attività onirica, produzione di sostanze interne che a vario titolo influiscono sull’umore).
Un’atmosfera sorprendentemente simile e un uguale dispregio del tempo che scorre inesorabile si può cogliere in alcuni luoghi che sono al vertice della produzione artistica, come la piazza dei miracoli a Pisa o quella del campanile di Giotto. La differenza con luoghi come Gardaland è che non vi è lo scopo dichiarato di attraversare un sogno, anzi tutto avviene come se si trattasse della più bieca quotidianità. Ma non è così. Una volta Marco Polo doveva trovarsi rinchiuso in una sordida galera per cercare di far evadere almeno con la mente se stesso e il compagno di prigionia raccontando di popoli, usanze e oggetti meravigliosi e incredibili, tanto che il libro si chiamò “milione” proprio per sottolineare che era pieno di vicende mirabolanti.
Lo stesso facciamo noi e i nostri amici quando, di ritorno dall’India e dal Borneo, somministriamo ai nostri sventurati amici centinaia di diapositive. E in questi luoghi di raduno collettivo è possibile trovare merci, oggetti e alimenti che si propongono come provenienti dai quattro angoli del mondo, con una varietà che nemmeno Mida, Alessandro o Gengis Khan avrebbero mai nemmeno potuto avvicinare. Rappresentano e dimostrano la trasformazione di qualcosa di profondo, un desiderio sopito ma sempre operante, sfruttato a fini commerciali.
Ma che riesce a esprimersi in maniera indipendente: succede che vi si vada a fare un giro senza alcuna intenzione di comprare granché e soprattutto si può uscire soddisfatti senza aver nulla acquistato, che non sia in una dimensione squisitamente interiore. Tanto è vero che ad ARIA mi capita che ragazze e ragazzi mi raccontino delle loro avventure in questi Eden moderni. Come mi capita di incontrarne qualcuno mentre me la passeggio con Gabriella con un’aria di solito svagata, che rende ragione del detto per cui gli psicologi e simili sono effettivamente un po’ storditi, vedi Talete e il pozzo in cui cadde guardando le stelle.
Ma mai, dico mai, gli acquisti fatti hanno un qualche rilievo se non di meraviglia, mentre i racconti abbondano di intrecci sentimentali, incontri insperati o imprevisti, scoperte impensate, irrequieti o annoiati piedi trascinati su e giù o parcheggiati qua e là.
Quindi secondo me farci un salto non fa male e non è detto che sia sempre deleterio, soprattutto in un mondo che diventa sempre più impalpabile e povero di contatti umani. E se qualche studente taglia (vocabolo inossidabile, leggo qui vicino), prima di tirargli la croce addosso sarebbe utile anche riflettere su cosa la scuola non riesce più a offrire o come può fare per diventare più appetibile, fermo restando che la conoscenza esige fatica e tempo, ma da nessuna parte è scritto che debba essere penitenza e non possa mescolarsi di sogno e divertimento.

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