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FANTASMI INDUSTRIALI
E SPERIMENTAZIONE ARTISTICA
di Luigi
Urru I Docks Dora sono oggi un luogo
di contaminazioni, terra di connubi più o meno inediti,
più o meno saldi o provvisori. I fermenti che, consolidatisi
a partire dagli anni novanta, li hanno fatti lievitare nella
considerazione dei torinesi, sopra tutto giovani, si innestano
su una storia ottuagenaria.
Era il 1912 quando i treni cominciarono a scaricare le merci
sulle banchine di via Valprato, i doganieri a riscuoterne i dazi
di arrivo e partenza, le ditte all'ingrosso a stivarle nei freschi
seminterrati o farle salire al piano superiore a bordo di ascensori
con la targa paradossale: Portata massima una tonnellata
- vietato il trasporto di persone. Formaggio, caffé,
cibi in scatola, vino specialmente. Scampati alla seconda guerra
mondiale con la perdita del padiglione E sotto le bombe, i Docks
Dora assolsero con diligenza, fino alla metà degli anni
settanta, il compito per cui erano stati progettati . Magazzini,
certo, ma anche porta commerciale dove ciò che era dentro
le mura urbane entrava in contatto - si nutriva, letteralmente
- di ciò che le teorie di vagoni portavano dall'esterno.
Trascorsi quegli anni, ecco il vuoto, l'abisso, quasi, dell'abbandono:
mentre i Docks vengono inglobati entro i certi perimetri cittadini,
le spedizioni passano dalla rotaia alla gomma e le imprese cercano
posizioni più propizie per le proprie attività.
Ai Docks resta il destino di un edificio sottratto al significato
originario, una scoria urbanistica rifiutata dallo sviluppo postindustriale.
Il carattere di varco tra mondi, di soglia tra un dentro e un
fuori tuttavia non scompare: anzi, cresce. I Docks Dora votati
al disuso acquisiscono i tratti di una nuova wilderness, il fascino
dei luoghi già vissuti e pronti a essere ripensati. Sono
un vuoto da abitare.
Tra i primi ad accorgersene c'è Giovanni Bordino, che
in via Valprato fonda Artifex, circolo culturale
in movimento centrifugo dai conclamati nuclei artistici della
città. È l'avvisaglia di una tendenza. Negli ultimi
quattro cinque anni artisti e imprenditori del terziario, artigiani
qualificati, sopra tutto antiquari e restauratori - spesso giovani
- ha preso possesso dei moduli di cinque metri per sette che
definiscono gli spazi nelle tre maniche del complesso. Con Artifex,
e dopo di lui, hanno aperto una sartoria teatrale, studi di fotografia,
grafica, scultura, produzione video e cinematografica, sale prova
e registrazione musicale tra le più dotate di Torino,
agenzie di servizi per lo spettacolo; sono arrivati Roberto Dipasquale
e Filippo di Giovanni con una cooperativa di allestimenti di
arte contemporanea per musei, Richy Ferrero, Luisa Rabbia (ricordate
la sua performance Seni di mamma?), architetti come
Maurizio Cilli e Maurizio Zucca, autori dei progetti/eventi della
Città Svelata. Un mondo di iniziative indipendenti,
spontanee, solo bisognose degli spazi giusti si articola oggi
attorno agli snodi dei binari, ai vagoni-cisterna la cui vernice
si sfoglia per decenni di immobile parcheggio, sotto le travi
reticolari delle pensiline e le nervature a vista del cemento
armato. E convive in insolita armonia con quel che resta delle
tradizionali attività, con le originarie torrefazioni
del caffé, i depositi di pesce sott'olio giunto su bilici
scandinavi, i colorifici e le ferramenta all'ingrosso, le ditte
che producono e distribuiscono croissant ai bar cittadini.
Un connubio inedito, si diceva all'inizio. Non solo, perché
qui l'underground torinese emerge in forme overground di nuova
impresa, puntiformi e dinamiche, a volte precarie solo perché
ospiti di una città altrimenti poco disposta al cambiamento
e alla sfida. Ai Docks nessuno ha mai pensato a un progetto generale
di recupero: ciascuno lavora dal basso, secondo le proprie individuali
temporanee esigenze; si va avanti per pezzi staccati dove le
insegne belle époque dei gabinetti Pozzi & Ginori
continuano ad affiancare i più attuali arrivi e aggiornamenti
estetici. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: le
celebrazioni personali dell'anarchia non portano a schizofrenie
di gruppo, ma a una complessità più godibile di
spazi e percorsi, sorretta dal rigore delle strutture e dalla
nascita di logiche di vicinato in un'atmosfera che ricorda la
vita di paese. Il popolo dei Docks muta col far della notte:
chiudono le ditte e gli studi e aprono locali come Café
Blue e Reddocks. Musica notevole, spazi giustamente
disadorni accesi da sprazzi metallici o barocchi: domina una
volontaria ponderata trascuratezza, un'eleganza che fa il verso
al kitsch, una duttilità che rende di volta in volta possibili
esposizioni d'arte, installazioni video, performance teatrali,
fino a eventi internazionali come il recente Cologne Electronic
Muzik.
ui, a seconda della sera della settimana si è sotto le
intermittenze di un laconico strobo che accompagna ritmi house
e hip hop o piuttosto nelle mani dei dj di Radio Flash con il
trionfo dell'underground e della intelligent techno. E se alle
piastre Megazeppa costruisce surreali misticanze
sonore secondo il trip del momento, tra il pubblico si osservano
tenute istrioniche oppure sobri abbigliamenti eco:
al melanconico pachiderma industriale che rischiava di soccombere
all'abbandono è assicurata la compagnia fino all'alba. |