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marzo/aprile 1998

 

 

FANTASMI INDUSTRIALI E SPERIMENTAZIONE ARTISTICA

di Luigi Urru


I Docks Dora sono oggi un luogo di contaminazioni, terra di connubi più o meno inediti, più o meno saldi o provvisori. I fermenti che, consolidatisi a partire dagli anni novanta, li hanno fatti lievitare nella considerazione dei torinesi, sopra tutto giovani, si innestano su una storia ottuagenaria.
Era il 1912 quando i treni cominciarono a scaricare le merci sulle banchine di via Valprato, i doganieri a riscuoterne i dazi di arrivo e partenza, le ditte all'ingrosso a stivarle nei freschi seminterrati o farle salire al piano superiore a bordo di ascensori con la targa paradossale: ‘Portata massima una tonnellata - vietato il trasporto di persone’. Formaggio, caffé, cibi in scatola, vino specialmente. Scampati alla seconda guerra mondiale con la perdita del padiglione E sotto le bombe, i Docks Dora assolsero con diligenza, fino alla metà degli anni settanta, il compito per cui erano stati progettati . Magazzini, certo, ma anche porta commerciale dove ciò che era dentro le mura urbane entrava in contatto - si nutriva, letteralmente - di ciò che le teorie di vagoni portavano dall'esterno.
Trascorsi quegli anni, ecco il vuoto, l'abisso, quasi, dell'abbandono: mentre i Docks vengono inglobati entro i certi perimetri cittadini, le spedizioni passano dalla rotaia alla gomma e le imprese cercano posizioni più propizie per le proprie attività. Ai Docks resta il destino di un edificio sottratto al significato originario, una scoria urbanistica rifiutata dallo sviluppo postindustriale. Il carattere di varco tra mondi, di soglia tra un dentro e un fuori tuttavia non scompare: anzi, cresce. I Docks Dora votati al disuso acquisiscono i tratti di una nuova wilderness, il fascino dei luoghi già vissuti e pronti a essere ripensati. Sono un vuoto da abitare.
Tra i primi ad accorgersene c'è Giovanni Bordino, che in via Valprato fonda ‘Artifex’, circolo culturale in movimento centrifugo dai conclamati nuclei artistici della città. È l'avvisaglia di una tendenza. Negli ultimi quattro cinque anni artisti e imprenditori del terziario, artigiani qualificati, sopra tutto antiquari e restauratori - spesso giovani - ha preso possesso dei moduli di cinque metri per sette che definiscono gli spazi nelle tre maniche del complesso. Con ‘Artifex’, e dopo di lui, hanno aperto una sartoria teatrale, studi di fotografia, grafica, scultura, produzione video e cinematografica, sale prova e registrazione musicale tra le più dotate di Torino, agenzie di servizi per lo spettacolo; sono arrivati Roberto Dipasquale e Filippo di Giovanni con una cooperativa di allestimenti di arte contemporanea per musei, Richy Ferrero, Luisa Rabbia (ricordate la sua performance ‘Seni di mamma’?), architetti come Maurizio Cilli e Maurizio Zucca, autori dei progetti/eventi della ‘Città Svelata’. Un mondo di iniziative indipendenti, spontanee, solo bisognose degli spazi giusti si articola oggi attorno agli snodi dei binari, ai vagoni-cisterna la cui vernice si sfoglia per decenni di immobile parcheggio, sotto le travi reticolari delle pensiline e le nervature a vista del cemento armato. E convive in insolita armonia con quel che resta delle tradizionali attività, con le originarie torrefazioni del caffé, i depositi di pesce sott'olio giunto su bilici scandinavi, i colorifici e le ferramenta all'ingrosso, le ditte che producono e distribuiscono croissant ai bar cittadini.
Un connubio inedito, si diceva all'inizio. Non solo, perché qui l'underground torinese emerge in forme overground di nuova impresa, puntiformi e dinamiche, a volte precarie solo perché ospiti di una città altrimenti poco disposta al cambiamento e alla sfida. Ai Docks nessuno ha mai pensato a un progetto generale di recupero: ciascuno lavora dal basso, secondo le proprie individuali temporanee esigenze; si va avanti per pezzi staccati dove le insegne belle époque dei gabinetti ‘Pozzi & Ginori’ continuano ad affiancare i più attuali arrivi e aggiornamenti estetici. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: le celebrazioni personali dell'anarchia non portano a schizofrenie di gruppo, ma a una complessità più godibile di spazi e percorsi, sorretta dal rigore delle strutture e dalla nascita di logiche di vicinato in un'atmosfera che ricorda la vita di paese. Il popolo dei Docks muta col far della notte: chiudono le ditte e gli studi e aprono locali come ‘Café Blue’ e ‘Reddocks’. Musica notevole, spazi giustamente disadorni accesi da sprazzi metallici o barocchi: domina una volontaria ponderata trascuratezza, un'eleganza che fa il verso al kitsch, una duttilità che rende di volta in volta possibili esposizioni d'arte, installazioni video, performance teatrali, fino a eventi internazionali come il recente ‘Cologne Electronic Muzik’.
ui, a seconda della sera della settimana si è sotto le intermittenze di un laconico strobo che accompagna ritmi house e hip hop o piuttosto nelle mani dei dj di Radio Flash con il trionfo dell'underground e della intelligent techno. E se alle piastre ‘Megazeppa’ costruisce surreali misticanze sonore secondo il trip del momento, tra il pubblico si osservano tenute istrioniche oppure sobri abbigliamenti ‘eco’: al melanconico pachiderma industriale che rischiava di soccombere all'abbandono è assicurata la compagnia fino all'alba.

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