InformaGiovani ARIA

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ARIA
VERITÀ E METODO
Come arrivare ad avere una vasta e ampia conoscenza di sé.


di
Aldo Ferrari Pozzato


Così suona il titolo di un poderoso saggio che H.G. Gadamer dette alla luce nel 1960. Fu poi variamente ristampato e ampliato. In Italia apparve la prima volta nel 1983. Ora è introvabile.Lancio qui un accorato appello, come si suol dire, alla Bompiani perché lo ristampi. Mi è particolarmente caro proprio per il tipo di ricerca che già il titolo prefigura: ricercare una verità e avere un metodo consono all'obbiettivo. Per Gadamer il terreno di partenza è l'ermeneutica e l'ambiente è la filosofia di Heidegger. Ma in fondo sono dettagli. Quello che conta è la tensione verso lo stabilire quello che davvero possiamo dire di noi e del mondo che ci circonda. E scoprire o inventare il modo per cercare di arrivarci con una ragionevole speranza di non prendere troppi abbagli. E inoltre pensare che tutto ciò sia condivisibile con gli altri, almeno con coloro che hanno gli stessi interrogativi per la testa e che hanno la voglia e il piacere di stare a sentire, ad ascoltare. Ecco come conclude Gadamer "Così non esiste alcuna comprensione che sia libera da ogni pregiudizio, per quanto la volontà possa proporsi di sottrarsi, nella conoscenza, al dominio dei nostri pregiudizi. [...] Ciò che non è dato dallo strumento del metodo, deve invece e può effettivamente essere realizzato attraverso una disciplina del domandare e del ricercare, che garantisce la verità."
Gadamer ne parla da un vertice di osservazione filosofico, ma è proprio quello che spero succeda con le ragazze e i ragazzi che in tutti questi anni sono venuti da noi a A.RI.A.:
arrivare ad avere una onesta e ampia conoscenza di sé, che passi per il confronto con chi hai di fronte (uno di noi di A.RI.A.) attraverso un dialogo che sia regolato dalla comune ricerca della verità, non una verità astratta, ma quella che ciascuno porta dentro di sé. E questo non è qualcosa che si possa insegnare. Ognuno lo deve scoprire per sé e dentro di sé. Avviene, diventa più avvertibile, con la condivisione dei sentimenti, delle emozioni, delle idee, delle esperienze, dei pensieri. E con la nostra partecipazione attenta, coinvolta e libera, per quanto possibile, da preoccupazioni estranee, cioè da tutto ciò che non ha nulla a che vedere con quanto la persona che abbiamo di fronte in quel momento ha deciso di mettere in comune con noi. Il difficile, per noi di A.RI.A., è proprio evitare che elementi fuorvianti, quali possono essere le nostre teorie psicologiche, i nostri giudizi e pregiudizi, il nostro modo di percepire e recepire le cose, il nostro umore o malumore del momento, le nostre antipatie e simpatie, i nostri desideri e volontà intervengano troppo nel formare il particolare tipo di rapporto e di esperienza che tentiamo di costruire con chi viene da noi. Naturalmente ci mettiamo del nostro (non riesco a immaginare come sia possibile il contrario), ma il più possibile vicino alla verità di chi abbiamo di fronte. E in questo sta il metodo, che è soprattutto nel levare tutto ciò che non è necessario, per tentare di far emergere la chiarezza e la vita. Come qualità, certo non come contenuti. Come contenuti, spesso la confusione e il dolore, il senso di perdita e di morte, sono ben presenti.
E quando la ragazza o il ragazzo ha finito il suo viaggio dentro A.RI.A. come minino si porta con sé questa capacità di riflettere con occhio limpido su se stesso e sulla propria realtà, di porsi alternativamente in chi interroga e in chi risponde, senza raccontarsi fanfaluche, né in un ruolo né nell'altro. E poi ha la certezza, per averlo sperimentato molte volte, che
questo lavoro non è destinato a essere sepolto nella propria mente, ma può essere condiviso e può essere raccolto e compreso. Forse non da tutti, ma qualche volta sì. E allora il senso di solitudine, di frustrazione, di impotenza, di isolamento, di inettitudine, di non contare niente e non aver niente da dire o da fare nella vita vengono fortemente ridimensionati e possono addirittura trasformarsi in ulteriore voglia di riuscire. Riuscire a cosa? Naturalmente per ognuno ciò che conta davvero è molto personale. E a volte le condizioni esterne sono disperanti e sembrano non lasciare molto spazio. Ma intanto, attraverso A.RI.A., almeno uno spiraglio si è aperto, una boccata d'aria fresca. E quando uno sa che esiste, difficilmente vi rinuncia. Anzi, quasi certamente cercherà di diffondere questa sensazione di limpida vivacità interiore attorno a sé.
Ne è una riprova il fatto che la maggioranza delle ragazze e dei ragazzi arrivano ancora adesso, dopo più di dieci anni di onorato servizio, perché qualche loro amico ha detto che A.RI.A. poteva essere, per quella questione, una buona cosa e che valeva la pena di fare almeno un tentativo.
 
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