InformaGiovani SOCIETA'

Sei qui: Città di Torino >> Informagiovani >> Rivista Informagiovani >> Num. 02/2005

marzo/aprile 2005


Casa distrutta dallo Tsunami

Info

Per informazioni sul bando:
Settore Cooperazione Internazionale e Pace
via delle Orfane 22, Torino
tel. 011 4434844
www.comune.torino.it/.../index.htm

www.megachip.info (dossier tsunami)
www.ilmanifesto.it, Marina Forti
www.viacampesina.org

"Gamberetti in tavola: un problema globale" (Laura Colucci, Elena Camino, 2000), gioco di ruolo pubblicato dal Gruppo Abele e a disposizione di insegnanti ed operatori che intendano educare alla sostenibilità.

 





L'ONDA LUNGA DELLA POVERTÀ

di Silvia Battaglia


Un bando a livello nazionale per progetti di solidarietà e cooperazione internazionale rivolti alle popolazioni colpite dallo Tsunami. È questa una delle ultime iniziative in cui è coinvolta la Città di Torino a favore delle comunità dei territori del Sud-est asiatico ferite dal maremoto del dicembre scorso. Potranno partecipare al bando, la cui uscita è prevista verso la fine di aprile, enti vari tra i quali Ong e associazioni di volontariato, Università, enti religiosi, scuole. La Città di Torino ha avviato infatti una serie di iniziative e progetti di sostegno alle popolazioni colpite, in collaborazione con la Protezione Civile e soggetti locali. Come aiuto in fase di emergenza, entro il mese di gennaio sono stati raccolti nelle farmacie torinesi 1.400 chilogrammi di farmaci, trasferiti nel sud-est asiatico dal Dipartimento della Protezione Civile. I più interessanti sono però gli interventi umanitari previsti nel medio e lungo periodo, per i quali sono a disposizione risorse economiche raccolte da fonti diverse: fondi che derivano dal contributo volontario di un'ora di stipendio dei dipendenti comunali e da una giornata di lavoro di dirigenti e amministratori, altrettante risorse prelevate dal bilancio del Comune, altre provenienti da soggetti pubblici e privati (cittadini, scuole, imprese ed enti vari), la devoluzione del gettone di presenza da parte dei 50 consiglieri del Consiglio comunale. Tutte queste risorse economiche, unite a quelle di una decina circa di Enti Locali che aderiscono al CO.CO.PA., il Coordinamento Comuni per la Pace, concorrono a costituire il "Fondo di solidarietà" per il finanziamento dei progetti vincitori del bando. Circa 300.000,00 euro, raccolti dai vari Comuni con modalità differenti.
Dopo un primo incontro per approfondire la conoscenza dei soggetti della cooperazione internazionale torinese operanti nell'area del sud-est asiatico già prima del maremoto, la Città di Torino e gli altri comuni interessati stanno definendo insieme i dettagli del bando. Sicuramente i progetti scelti dovranno rientrare all'interno di tre ambiti: ricostruzione, assistenza, aiuto allo sviluppo. I progetti di
ricostruzione consistono in interventi che ripristinano le condizioni di vita precedenti la tragedia (ad esempio ricostruendo edifici come case, scuole, ospedali, oppure riattivando servizi primari come acqua, elettricità, ecc); i progetti di assistenza cercano di migliorare le condizioni di vita apportando elementi che localmente non si possono trovare con facilità (ad esempio strutture scolastiche o sanitarie più efficienti di quelle preesistenti, servizi di supporto psicologico, ecc); infine i progetti di aiuto allo sviluppo: con tempi più lunghi e successivi alle precedenti fasi di emergenza, ricostruzione e assistenza, questi interventi prevedono non solo trasferimenti ma anche scambi di beni, servizi e saperi (ad es. scambio culturale, di competenze) finalizzati ad elevare non solo i Paesi beneficiari ma anche i Paesi donatori. A coordinare tali progetti sarà il Settore Cooperazione Internazionale e Pace della Città di Torino, che informerà periodicamente la cittadinanza tramite campagne, incontri pubblici e iniziative varie.

Le polemiche sugli aiuti
Quella della Città di Torino e del CO.CO.PA. è ovviamente una fra le innumerevoli iniziative promosse in tutto il mondo da ONG, associazioni, enti religiosi e governi. E non poteva non emergere il dilemma su come siano investiti gli aiuti. Non tutti possono infatti vantare una sufficiente trasparenza. I sostegni arriveranno direttamente alle vittime della tragedia? Da più parti si denuncia infatti che i finanziamenti internazionali non arrivino direttamente a loro, ma ad una miriade di organizzazioni internazionali governative e non governative. Si parla di "promesse" ma non si sa quando saranno mantenute, in che misura, e con quali fondi. Per fare un esempio, almeno il 70 per cento delle persone colpite dallo tsunami in Sri Lanka deve ancora ricevere gli aiuti promessi.
Si parla di grosse cifre stanziate a favore delle comunità del sud-est asiatico, ma c'è chi denuncia che tali risorse provengano comunque da fondi già stanziati per altri paesi in via di sviluppo. Ossia, dare ai poveri… togliendo ad altri poveri. George Aelion, responsabile dei progetti regionali del Pam, il Programma alimentare mondiale, denuncia che lo tsunami che ha colpito il sud dell'Asia ha dirottato tutti i fondi in quella regione: "dalla fine di dicembre l'Africa è dimenticata, non arrivano più aiuti, né fondi".
E i problemi riguardano anche i fondi che in un modo o nell'altro arrivano a destinazione. Le promesse di "nuove e migliori infrastrutture da costruire, di porti, strade, ferrovie", secondo Vandana Shiva, la nota scienziata indiana, potrebbero provocare situazioni peggiori di quelle precedenti al maremoto. "Stanno arrivando équipe di pesca ad alta tecnologia dal Canada. Governo, imprenditori locali ed esperti della Banca Mondiale stanno approntando un piano di ricostruzione che consegnerà la costa e le sue risorse alle compagnie straniere della pesca e del turismo. Una ricostruzione così pianificata vuol dire per noi un altro disastro: siamo determinati a bloccarla", dicono all'Indonesian Federation of Peasants Movements. "La ricostruzione deve migliorare la vita delle comunità disastrate. Bisogna assicurare il diritto alla terra, evitare le forme di pesca distruttive, selezionando le tecnologie offerte dai soccorritori". "È quindi fondamentale che i soccorritori si ricordino che non possono fare tutto da soli; in quelle zone ci sono associazioni, organizzazioni, persone su cui basarsi: soltanto coinvolgendo anche loro, e non soltanto i loro governi, potremo essere certi che i soldi che tante persone hanno voluto donare non si perderanno".

Catastrofe naturale?
La fase degli "aiuti umanitari", sia di breve termine, sia di medio e lungo periodo, non può prescindere dalla riflessione sul perché della catastrofe. "Catastrofe naturale", "Paradisi perduti"… ma siamo sicuri che sia proprio così? Se la causa del maremoto è ovviamente naturale, le tragiche conseguenze sono altrettanto dovute alla natura "crudele", oppure l'uomo ha una propria dose di responsabilità? Quanti "paradisi" sono andati "perduti" molto prima del maremoto?
Un bellissimo articolo di Massimo Fini, apparso su Il Gazzettino dell'8 gennaio scorso, sintetizza alcune questioni che timidamente sono apparse su giornali e tv circa alcune delle cause che hanno contribuito alle conseguenze disastrose dello tsunami: le coste oggi sovraffollate per sfruttare il turismo; le mangrovie, oggi in gran parte abbattute per far posto alle spiagge; il fatto che, a differenza del cemento, capanne di paglia e legno sarebbero state sicuramente spazzate via, ma avrebbero rappresentato strutture a cui potersi fisicamente aggrappare per rimanere a galla; il fatto che lo stile di vita occidentale ha profondamente cambiato le abitudini, e anche gli istinti, della gente del luogo, rimasti a riva anziché scappare.
Lo IUCN, l'Istituto internazionale per la Conservazione della Natura, fa notare che, anche se il terremoto e lo tsunami sono in sé eventi del tutto naturali, "la conversione indiscriminata delle coste e dei boschi di mangrovie avvenuta negli ultimi decenni per farne allevamenti di gamberi, centri urbani, insediamenti turistici e altre attività - spesso non regolamentate - ha lasciato queste coste e le persone che vi abitano molto più esposte alla forza distruttiva degli eventi. Lo tsunami nell'oceano Indiano ha riportato all'ordine del giorno la razionalità di conservare e gestire in modo sostenibile gli ecosistemi, pur perseguendo lo sviluppo economico". Aiutare la ricostruzione delle economie locali significa quindi anche ripristinare mangrovie e barriere coralline, le protezioni naturali delle coste.
Le foreste di mangrovie, infatti, non sono solo un habitat naturale importantissimo per una grandissima varietà di flora e fauna, ma anche una protezione naturale delle coste contro l'erosione del mare. I paesi più colpiti dallo tsunami - Indonesia, Sri Lanka, India e Thailandia - sono proprio quelli che negli ultimi anni hanno registrato la maggiore perdita di mangrovie.
Una delle cause principali del disboscamento, dicevamo, è rappresentata dagli allevamenti industriali di gamberi e gamberetti che sono tra i prodotti più esportati da molti paesi tropicali. L'acquacoltura, infatti, è vista come un vero e proprio boom, in grado di fornire lauti guadagni ad imprenditori locali e stranieri, che non considerano però le conseguenze ambientali e sociali causate dalle grandi vasche scavate vicino alla costa, spesso in corrispondenza di lagune o foci di fiumi, generalmente ricavate tagliando boschi di mangrovie.
"In India non sono le onde che hanno ucciso, ma gli allevamenti". Se, come ha affermato Vandana Shiva, "è molto costoso mangiare gamberetti a poco prezzo", allora anche nella nostra vita di tutti i giorni possiamo fare scelte che riducano le conseguenze di eventi naturali come quelli del dicembre scorso.

 
SOMMARIO  
 

 
Archivio
 
ANNO
ricerca per numero e anno
ARGOMENTI
ricerca degli articoli per argomenti
SPECIALI
titoli degli speciali
PAROLA
ricerca per parola chiave