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Per
informazioni sul bando:
Settore Cooperazione Internazionale e Pace
via delle Orfane 22, Torino
tel. 011 4434844
www.comune.torino.it/.../index.htm
www.megachip.info
(dossier tsunami)
www.ilmanifesto.it,
Marina Forti
www.viacampesina.org
"Gamberetti
in tavola: un problema globale" (Laura Colucci, Elena
Camino, 2000), gioco di ruolo pubblicato dal Gruppo Abele e
a disposizione di insegnanti ed operatori che intendano educare
alla sostenibilità.
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L'ONDA LUNGA DELLA POVERTÀ
Un bando a livello nazionale per progetti di solidarietà
e cooperazione internazionale rivolti alle popolazioni colpite dallo Tsunami.
È questa una delle ultime iniziative in cui è coinvolta
la Città di Torino a favore delle comunità dei territori
del Sud-est asiatico ferite dal maremoto del dicembre scorso. Potranno
partecipare al bando, la cui uscita è prevista verso la fine di
aprile, enti vari tra i quali Ong e associazioni di volontariato, Università,
enti religiosi, scuole. La Città di Torino ha avviato infatti una
serie di iniziative e progetti di sostegno
alle popolazioni colpite, in collaborazione
con la Protezione Civile e soggetti locali. Come aiuto in fase di emergenza,
entro il mese di gennaio sono stati raccolti nelle farmacie torinesi 1.400
chilogrammi di farmaci, trasferiti nel sud-est asiatico dal Dipartimento
della Protezione Civile. I più interessanti sono però gli
interventi umanitari previsti nel medio e lungo periodo, per i quali sono
a disposizione risorse economiche raccolte da fonti diverse: fondi che
derivano dal contributo volontario di un'ora di stipendio dei dipendenti
comunali e da una giornata di lavoro di dirigenti e amministratori, altrettante
risorse prelevate dal bilancio del Comune, altre provenienti da soggetti
pubblici e privati (cittadini, scuole, imprese ed enti vari), la devoluzione
del gettone di presenza da parte dei 50 consiglieri del Consiglio comunale.
Tutte queste risorse economiche, unite a quelle di una decina circa di
Enti Locali che aderiscono al CO.CO.PA., il Coordinamento Comuni per la
Pace, concorrono a costituire il "Fondo di solidarietà"
per il finanziamento dei progetti vincitori del bando. Circa 300.000,00
euro, raccolti dai vari Comuni con modalità differenti.
Dopo un primo incontro per approfondire la conoscenza dei soggetti della
cooperazione internazionale torinese operanti nell'area del sud-est asiatico
già prima del maremoto, la Città di Torino e gli altri comuni
interessati stanno definendo insieme i dettagli del bando. Sicuramente
i progetti scelti dovranno rientrare all'interno di tre ambiti: ricostruzione,
assistenza, aiuto allo sviluppo. I progetti di ricostruzione
consistono in interventi che ripristinano le condizioni di vita precedenti
la tragedia (ad esempio ricostruendo edifici come case, scuole, ospedali,
oppure riattivando servizi primari come acqua, elettricità, ecc);
i progetti di assistenza
cercano di migliorare le condizioni di vita apportando elementi che localmente
non si possono trovare con facilità (ad esempio strutture scolastiche
o sanitarie più efficienti di quelle preesistenti, servizi di supporto
psicologico, ecc); infine i progetti di aiuto
allo sviluppo: con tempi più lunghi
e successivi alle precedenti fasi di emergenza, ricostruzione e assistenza,
questi interventi prevedono non solo trasferimenti ma anche scambi di
beni, servizi e saperi (ad es. scambio culturale, di competenze) finalizzati
ad elevare non solo i Paesi beneficiari ma anche i Paesi donatori. A coordinare
tali progetti sarà il Settore Cooperazione Internazionale e Pace
della Città di Torino, che informerà periodicamente la cittadinanza
tramite campagne, incontri pubblici e iniziative varie.
Le polemiche sugli aiuti
Quella della Città di Torino e del CO.CO.PA. è ovviamente
una fra le innumerevoli iniziative promosse in tutto il mondo da ONG,
associazioni, enti religiosi e governi. E non poteva non emergere il
dilemma su come siano investiti gli aiuti. Non tutti possono infatti
vantare una sufficiente trasparenza. I
sostegni arriveranno direttamente alle vittime della tragedia? Da più
parti si denuncia infatti che i finanziamenti internazionali non arrivino
direttamente a loro, ma ad una miriade di organizzazioni internazionali
governative e non governative. Si parla di "promesse"
ma non si sa quando saranno mantenute, in che misura, e con quali fondi.
Per fare un esempio, almeno il 70 per cento delle persone colpite dallo
tsunami in Sri Lanka deve ancora ricevere gli aiuti promessi.
Si parla di grosse cifre stanziate a favore delle comunità del
sud-est asiatico, ma c'è chi denuncia che tali risorse provengano
comunque da fondi già stanziati per altri
paesi in via di sviluppo. Ossia, dare ai poveri
togliendo
ad altri poveri. George Aelion, responsabile dei progetti regionali
del Pam, il Programma alimentare mondiale, denuncia che lo tsunami che
ha colpito il sud dell'Asia ha dirottato tutti i fondi in quella regione:
"dalla fine di dicembre l'Africa è dimenticata, non arrivano
più aiuti, né fondi".
E i problemi riguardano anche i fondi che in un modo o nell'altro arrivano
a destinazione. Le promesse di "nuove e migliori infrastrutture
da costruire, di porti, strade, ferrovie", secondo Vandana Shiva,
la nota scienziata indiana, potrebbero provocare situazioni peggiori
di quelle precedenti al maremoto. "Stanno arrivando équipe
di pesca ad alta tecnologia dal Canada. Governo, imprenditori locali
ed esperti della Banca Mondiale stanno approntando un piano di ricostruzione
che consegnerà la costa e le sue risorse alle compagnie straniere
della pesca e del turismo. Una ricostruzione così pianificata
vuol dire per noi un altro disastro: siamo determinati a bloccarla",
dicono all'Indonesian Federation of Peasants Movements. "La ricostruzione
deve migliorare la vita delle comunità disastrate. Bisogna assicurare
il diritto alla terra, evitare le forme di pesca distruttive, selezionando
le tecnologie offerte dai soccorritori". "È quindi
fondamentale che i soccorritori si ricordino che non possono fare tutto
da soli; in quelle zone ci sono associazioni, organizzazioni, persone
su cui basarsi: soltanto coinvolgendo anche loro, e non soltanto i loro
governi, potremo essere certi che i soldi che tante persone hanno voluto
donare non si perderanno".
Catastrofe naturale?
La fase degli "aiuti umanitari", sia di breve termine, sia
di medio e lungo periodo, non può prescindere dalla riflessione
sul perché della catastrofe. "Catastrofe naturale",
"Paradisi perduti"
ma siamo sicuri che sia proprio così?
Se la causa del maremoto è ovviamente naturale, le tragiche conseguenze
sono altrettanto dovute alla natura "crudele", oppure l'uomo
ha una propria dose di responsabilità? Quanti "paradisi"
sono andati "perduti" molto prima del maremoto?
Un bellissimo articolo di Massimo Fini, apparso su Il Gazzettino dell'8
gennaio scorso, sintetizza alcune questioni che timidamente sono apparse
su giornali e tv circa alcune delle cause che hanno contribuito alle
conseguenze disastrose dello tsunami: le coste oggi sovraffollate per
sfruttare il turismo; le mangrovie, oggi in gran parte abbattute per
far posto alle spiagge; il fatto che, a differenza del cemento, capanne
di paglia e legno sarebbero state sicuramente spazzate via, ma avrebbero
rappresentato strutture a cui potersi fisicamente aggrappare per rimanere
a galla; il fatto che lo stile di vita occidentale ha profondamente
cambiato le abitudini, e anche gli istinti, della gente del luogo, rimasti
a riva anziché scappare.
Lo IUCN, l'Istituto internazionale per la Conservazione della Natura,
fa notare che, anche se il terremoto e lo tsunami sono in sé
eventi del tutto naturali, "la conversione indiscriminata delle
coste e dei boschi di mangrovie avvenuta negli ultimi decenni per farne
allevamenti di gamberi, centri urbani, insediamenti turistici e altre
attività - spesso non regolamentate - ha lasciato queste coste
e le persone che vi abitano molto più esposte alla forza distruttiva
degli eventi. Lo tsunami nell'oceano Indiano ha riportato all'ordine
del giorno la razionalità di conservare
e gestire in modo sostenibile gli ecosistemi, pur perseguendo
lo sviluppo economico". Aiutare la ricostruzione delle economie
locali significa quindi anche ripristinare mangrovie e barriere coralline,
le protezioni naturali delle coste.
Le foreste di mangrovie, infatti, non sono solo un habitat naturale
importantissimo per una grandissima varietà di flora e fauna,
ma anche una protezione naturale delle coste contro l'erosione del mare.
I paesi più colpiti dallo tsunami - Indonesia, Sri Lanka, India
e Thailandia - sono proprio quelli che negli ultimi anni hanno registrato
la maggiore perdita di mangrovie.
Una delle cause principali del disboscamento, dicevamo, è rappresentata
dagli allevamenti industriali di gamberi e gamberetti che sono tra i
prodotti più esportati da molti paesi tropicali. L'acquacoltura,
infatti, è vista come un vero e proprio boom, in grado di fornire
lauti guadagni ad imprenditori locali e stranieri, che non considerano
però le conseguenze ambientali e sociali causate dalle grandi
vasche scavate vicino alla costa, spesso in corrispondenza di lagune
o foci di fiumi, generalmente ricavate tagliando boschi di mangrovie.
"In India non sono le onde che hanno ucciso, ma gli allevamenti".
Se, come ha affermato Vandana Shiva, "è molto costoso mangiare
gamberetti a poco prezzo", allora anche nella nostra vita di tutti
i giorni possiamo fare scelte che riducano le conseguenze di eventi
naturali come quelli del dicembre scorso. |