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TSUNAMI
LA VITA DOPO LA GRANDE ONDA
Poi il mare è tornato precisamente
al suo posto. Ha ripreso il suo respiro di marea. Il mare dopo lo tsunami,
sulle spiagge dell'Asia.
È azzurro, come sempre, e caldo. Se fosse
un animale, avrebbe lo sguardo di un cane che chiede perdono per aver
morso il proprio padrone. Se fosse un uomo, avrebbe la voce di un epilettico
che si risveglia, trattenuto da mani forti, e sussurra 'scusate'. Ritorna
sulle barriere coralline dell'atollo di Ari, Maldive, dove ha lasciato
solo detriti e un po' di spavento nei villaggi turistici; ma anche a Patong,
Thailandia, dove ha distrutto tutto ciò che si trovava sul lungomare
della cittadina, fino al primo piano; a Khao Lak, sempre Thailandia, dove
ha scagliato un incrociatore della marina militare ad un chilometro dalla
battigia; fino a Telwatta, Sri Lanka, dove ha sollevato un treno di otto
carrozze adagiando duemila persone in una bara di palude. Di tutto è
successo, in quei minuti.
Adesso, visitando quei luoghi, si ascoltano molte storie. Ogni sopravvissuto
ricorderà per sempre il posto in cui era quando è successo,
cos'ha visto e cos'ha sentito. E come ha fatto a scappare. Le voci umane
sono tante. Le case distrutte sono muri che urlano. Ma è il solito
ritmo del mare, la risacca, il suono più sinistro. Tutti sanno
che lo tsunami non tornerà. Ma bisogna provare a distendersi sul
bagnasciuga, a pochi metri dal mare, e chiudere gli occhi. E provare,
così, come il silenzio tra un'onda ed un'altra possa suonare come
una domanda.
Prima tappa: Maldive
Quando l'aereo atterra alle Maldive sfiora l'acqua azzurra con il carrello
per chilometri, infine trova una striscia di sabbia e asfalto in mezzo
al nulla e quello è l'aeroporto di Malè. Dal finestrino
si può notare che il muretto a secco che delimita la pista in
alcuni punti è rovinato. All'imbarco degli idrovolanti, sulla
faccia più esposta dell'isola verso l'Oceano, è stata
distrutta qualche banchina. Per il turista che arriva alle Maldive e
si dirige verso un villaggio vacanze il
discorso tsunami finisce qui. Non vedrà altri segni. Gli atolli
maldiviani, infatti, sono stati quasi completamente salvati. In modo
particolare, per i faru (isole) che si trovano all'interno del bordo
perimetrale degli atolli, lo tsunami non è stato più che
una marea anomala, salita rapidamente ma senza onda, che ha lambito
i pontili e talvolta raggiunto le camere più vicine alla spiaggia.
Alessandro, un capovillaggio di Turisanda racconta che "improvvisamente
l'acqua è arrivata ai pontili. Più che spaventarci eravamo
stupiti. I maldiviani invece erano terrorizzati: pensavano che fosse
l'arrivo della fine del mondo". In altri villaggi l'onda è
arrivata con più forza, ma insomma ha spaventato calciatori e
veline in vacanza.
Bisogna invece scendere su un'isola di pescatori
per vedere in faccia il danno dello tsunami alle Maldive. Sull'isola
di Huraa per esempio. Trecento abitanti, cinque o sei grandi famiglie.
E due sole professioni possibili: pescatore o inserviente in uno dei
vicini villaggi turistici. Nel secondo caso uno stipendio è sufficiente
per mantenere, statisticamente, otto persone. Attraccando, l'isola sembra
intatta. Ma basta avvicinarsi sul lato che guarda verso l'Oceano per
vedere come ha picchiato l'onda. Di almeno una trentina di case non
restano che le fondamenta. Ci sono le tende della protezione civile
maldiviana. Rimarranno finché, promettono, le case non saranno
ricostruite. Nel frattempo la solidarietà sociale è scattata.
"Tutti vivono a casa di un parente la cui casa è stata risparmiata.
Siamo grandi famiglie" dice l'infermiera dell'isola. "Quando
è arrivata l'onda ci siamo riuniti tutti qui nell'ambulatorio,
perché è il punto più elevato dell'isola".
Ovvero, l'equivalente di tre gradini. Altre isole di pescatori sono
state colpite in modo più grave. Ma più che i danni, qui
alle Maldive la preoccupazione è per il lavoro. "Alcuni
resort sono chiusi, altri lavorano a ranghi ridotti. E dietro ad ogni
cameriere lasciato a casa c'è una grande famiglia di otto persone
in media" ci conferma il ministro del Turismo Mustafa Lutfi. Ma
il traffico è in ripresa, i charter sono tornati (al 60 per cento,
secondo le stime degli operatori italiani), ed all'Hilton Maldives i
lavori per costruire il primo ristorante subacqueo del mondo non si
sono mai arrestati.
Seconda tappa: Thailandia
La Thailandia è grande una volta e mezza l'Italia. Phuket,
l'isola colpita dallo tsunami, è grande poco più dell'isola
d'Elba. Questo per dare un'idea. E anche a Phuket, sulla famosa serie
di spiagge della costa ovest, Kata, Karon, Patong, Kamala, Surin, Bang
Tao, e Mai Tao, solo due paesi (Patong e Kamala) sono stati colpiti
duramente. Ma nella capitale delle vacanze tailandesi, appunto Patong,
l'onda è arrivata cattiva, spingendo tutto ciò che si
trovava sulla spiaggia e sul lungomare verso le vie delle cittadine,
in un gorgo di acque nere, e poi strappando via tutto, riportando in
mare i poveri resti a galleggiare. I filmati amatoriali di quel giorno,
documenti mai passati in tv, vengono scambiati di mano in mano, insieme
alle copie pirata dei dvd sulle bancarelle.
Adesso il lungomare è una via fantasma, con i negozi nudi e svuotati,
muri pericolanti, fili volanti. Qui si trova lo scheletro dell'Ocean
Plaza, il centro commerciale il cui seminterrato ha inghiottito l'onda
e annegato oltre trecento persone. Quasi tutti i morti di Phuket sono
stati qui. Ma il lungomare di Patong è tutto un fermento: il
McDonald e lo Starbucks promettono di riaprire in tempi record. Sulla
spiaggia non sarà più concesso impiantare 7 mila ombrelloni
come prima. Una fila sola, ha deciso il governo. Così la spiaggia
di Patong sembra com'era vent'anni fa, dicono gli habitué. Liscia
e vergine. In effetti è bellissima. Anche perché migliaia
di mani l'hanno pulita. Tutte le scuole dell'isola, tutti i bambini
in uniforme, hanno passato settimane a raccogliere rifiuti e detriti
dalle spiagge. Uno sforzo silenzioso e collettivo, un gioco triste.
La vita a Patong sta tornando, lentamente. La gente sorride di nuovo,
e i lamenti sono pazienti. "Facevo 700 mila bath al giorno con
il mio ristorante. Dopo lo tsunami ne faccio 20 mila" racconta
il proprietario del grill Savoey. Chi ha subito lutti in famiglia allarga
le braccia e riprende a lavorare: "È successo così".
Ma nel resto dell'isola lo tsunami ha lasciato segni meno pesanti.
Invece, centoventi chilometri a nord di Phuket si trova Khao
Lak, un litorale diventato recentemente noto grazie a una manciata
di villaggi turistici di grandi dimensioni. Avvicinandosi, la terra
cambia colore. La strada corre ad un chilometro dalla costa, ma l'onda
è arrivata fino qui, azzerando tutto ciò che si trovava
in mezzo. A Khao Lak sono morte circa tremila persone. Si vede solo
un grande vuoto, palme inclinate, rifiuti ovunque. Degli hotel sono
rimasti gli scheletri: sembrano strutture in costruzione. Al Sofitel
Khao Lak, dove sono rimaste sepolte dall'acqua oltre trecento persone,
sulle porte delle camere o ciò che ne resta è iscritta
una croce, a volte due, con la nazionalità e la data del ritrovamento
del corpo. E questo è il punto più drammatico dello tsunami,
sulla costa della Thailandia.
Terza tappa: Sri Lanka
Ci può essere di peggio? Può l'onda killer aver fatto
disastri peggiori? Sì: il terzo viaggio è verso Sri Lanka.
La strada che da Colombo porta verso Galle, a sud, costeggia tutto il
litorale occidentale dell'isola. E a sud di Wadduwa il panorama inizia
ad assumere i tratti sinistri già visti a Khao Lak. Giardini
e terreni invasi da rifiuti, muri solitari, vetrate infrante. Povere
case, fatte di cartongesso, tutte abusive: a Paiyagela è tutto
raso al suolo in modo regolare e costante. A Beruwala
la costa inizia a popolarsi di tende. Quelle rosa, fornite dagli olandesi,
quelle blu della protezione civile italiana, quelle blu e bianche con
l'ideogramma giapponese. Le cisterne d'acqua della Croce Rossa, i teli
dell'UHNCR, gli igloo con il logo di Save The Children. Ecco dove sono
andati gli aiuti raccolti con gli Sms. Delle case sono rimaste le fondamenta:
le tende presidiano con gelosia i terreni.
Più la strada prosegue verso sud e più ci si inoltra in
una terra che soffre. Tutto sembra congelato, ma poi è umano
che la vita prosegua: nei campetti da cricket ci sono bambini che giocano,
sulla statale c'è un traffico incessante di camion, tuk tuk e
biciclette. Il mercato di Ambalagoda trabocca di cibo. Ma al centesimo
chilometro si giunge a Telwatta. Una città
diventata campo profughi. E' qui dove l'onda ha investito il Queen Princess,
il treno espresso di otto carrozze, e l'ha scaricato in una palude.
Un pezzo è stato ripescato, rimesso su un binario morto ed ora
è già un lugubre museo. I danesi stanno costruendo casette
provvisorie di legno, i tedeschi gestiscono un ospedale e il dispensario,
c'è il campo base delle ong al lavoro. Ci sono storie da ascoltare,
lamentele nei confronti del governo, suppliche. Ogni straniero è
benvenuto, accolto come un amico. "Qui c'era il mio negozio"
racconta Hakim, indicando un punto di terreno che ormai è spiaggia.
"Aiutate la mia band Streets and Sounds, mandatemi strumenti musicali:
ho perso tutto" c'è scritto su un volantino appeso ad una
palma. La scuola è sotto un tendone; le ragazzine sono in uniforme
bianca impeccabile.
Una processione di macerie e tende annuncia finalmente Galle,
la capitale del Sud. Una città precaria, che si regge sui primi
piani delle case sventrate come fosse un trampoliere. Un forte olandese
ne ha protetto una parte. Appena la situazione lo consentirà,
sarà molto bello tornare qui come turisti. Per ora, proseguendo
verso Unawatuna, "una delle dieci spiagge più belle del
mondo", la sensazione di disastro (trentamila morti lungo questa
costa) sopravanza la bellezza sopravvissuta dei luoghi.
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