InformaGiovani REPORTAGE

Sei qui: Città di Torino >> Informagiovani >> Rivista Informagiovani >> Num. 02/2005

TSUNAMI
LA VITA DOPO LA GRANDE ONDA

Poi il mare è tornato precisamente al suo posto. Ha ripreso il suo respiro di marea. Il mare dopo lo tsunami, sulle spiagge dell'Asia.

di Marco Trucco


È azzurro, come sempre, e caldo. Se fosse un animale, avrebbe lo sguardo di un cane che chiede perdono per aver morso il proprio padrone. Se fosse un uomo, avrebbe la voce di un epilettico che si risveglia, trattenuto da mani forti, e sussurra 'scusate'. Ritorna sulle barriere coralline dell'atollo di Ari, Maldive, dove ha lasciato solo detriti e un po' di spavento nei villaggi turistici; ma anche a Patong, Thailandia, dove ha distrutto tutto ciò che si trovava sul lungomare della cittadina, fino al primo piano; a Khao Lak, sempre Thailandia, dove ha scagliato un incrociatore della marina militare ad un chilometro dalla battigia; fino a Telwatta, Sri Lanka, dove ha sollevato un treno di otto carrozze adagiando duemila persone in una bara di palude. Di tutto è successo, in quei minuti.
Adesso, visitando quei luoghi, si ascoltano molte storie. Ogni sopravvissuto ricorderà per sempre il posto in cui era quando è successo, cos'ha visto e cos'ha sentito. E come ha fatto a scappare. Le voci umane sono tante. Le case distrutte sono muri che urlano. Ma è il solito ritmo del mare, la risacca, il suono più sinistro. Tutti sanno che lo tsunami non tornerà. Ma bisogna provare a distendersi sul bagnasciuga, a pochi metri dal mare, e chiudere gli occhi. E provare, così, come il silenzio tra un'onda ed un'altra possa suonare come una domanda.

Prima tappa: Maldive
Quando l'aereo atterra alle Maldive sfiora l'acqua azzurra con il carrello per chilometri, infine trova una striscia di sabbia e asfalto in mezzo al nulla e quello è l'aeroporto di Malè. Dal finestrino si può notare che il muretto a secco che delimita la pista in alcuni punti è rovinato. All'imbarco degli idrovolanti, sulla faccia più esposta dell'isola verso l'Oceano, è stata distrutta qualche banchina. Per il turista che arriva alle Maldive e si dirige verso un villaggio vacanze il discorso tsunami finisce qui. Non vedrà altri segni. Gli atolli maldiviani, infatti, sono stati quasi completamente salvati. In modo particolare, per i faru (isole) che si trovano all'interno del bordo perimetrale degli atolli, lo tsunami non è stato più che una marea anomala, salita rapidamente ma senza onda, che ha lambito i pontili e talvolta raggiunto le camere più vicine alla spiaggia. Alessandro, un capovillaggio di Turisanda racconta che "improvvisamente l'acqua è arrivata ai pontili. Più che spaventarci eravamo stupiti. I maldiviani invece erano terrorizzati: pensavano che fosse l'arrivo della fine del mondo". In altri villaggi l'onda è arrivata con più forza, ma insomma ha spaventato calciatori e veline in vacanza.
Bisogna invece scendere su un'isola di pescatori per vedere in faccia il danno dello tsunami alle Maldive. Sull'isola di Huraa per esempio. Trecento abitanti, cinque o sei grandi famiglie. E due sole professioni possibili: pescatore o inserviente in uno dei vicini villaggi turistici. Nel secondo caso uno stipendio è sufficiente per mantenere, statisticamente, otto persone. Attraccando, l'isola sembra intatta. Ma basta avvicinarsi sul lato che guarda verso l'Oceano per vedere come ha picchiato l'onda. Di almeno una trentina di case non restano che le fondamenta. Ci sono le tende della protezione civile maldiviana. Rimarranno finché, promettono, le case non saranno ricostruite. Nel frattempo la solidarietà sociale è scattata. "Tutti vivono a casa di un parente la cui casa è stata risparmiata. Siamo grandi famiglie" dice l'infermiera dell'isola. "Quando è arrivata l'onda ci siamo riuniti tutti qui nell'ambulatorio, perché è il punto più elevato dell'isola". Ovvero, l'equivalente di tre gradini. Altre isole di pescatori sono state colpite in modo più grave. Ma più che i danni, qui alle Maldive la preoccupazione è per il lavoro. "Alcuni resort sono chiusi, altri lavorano a ranghi ridotti. E dietro ad ogni cameriere lasciato a casa c'è una grande famiglia di otto persone in media" ci conferma il ministro del Turismo Mustafa Lutfi. Ma il traffico è in ripresa, i charter sono tornati (al 60 per cento, secondo le stime degli operatori italiani), ed all'Hilton Maldives i lavori per costruire il primo ristorante subacqueo del mondo non si sono mai arrestati.

Seconda tappa: Thailandia
La Thailandia è grande una volta e mezza l'Italia. Phuket, l'isola colpita dallo tsunami, è grande poco più dell'isola d'Elba. Questo per dare un'idea. E anche a Phuket, sulla famosa serie di spiagge della costa ovest, Kata, Karon, Patong, Kamala, Surin, Bang Tao, e Mai Tao, solo due paesi (Patong e Kamala) sono stati colpiti duramente. Ma nella capitale delle vacanze tailandesi, appunto Patong, l'onda è arrivata cattiva, spingendo tutto ciò che si trovava sulla spiaggia e sul lungomare verso le vie delle cittadine, in un gorgo di acque nere, e poi strappando via tutto, riportando in mare i poveri resti a galleggiare. I filmati amatoriali di quel giorno, documenti mai passati in tv, vengono scambiati di mano in mano, insieme alle copie pirata dei dvd sulle bancarelle.
Adesso il lungomare è una via fantasma, con i negozi nudi e svuotati, muri pericolanti, fili volanti. Qui si trova lo scheletro dell'Ocean Plaza, il centro commerciale il cui seminterrato ha inghiottito l'onda e annegato oltre trecento persone. Quasi tutti i morti di Phuket sono stati qui. Ma il lungomare di Patong è tutto un fermento: il McDonald e lo Starbucks promettono di riaprire in tempi record. Sulla spiaggia non sarà più concesso impiantare 7 mila ombrelloni come prima. Una fila sola, ha deciso il governo. Così la spiaggia di Patong sembra com'era vent'anni fa, dicono gli habitué. Liscia e vergine. In effetti è bellissima. Anche perché migliaia di mani l'hanno pulita. Tutte le scuole dell'isola, tutti i bambini in uniforme, hanno passato settimane a raccogliere rifiuti e detriti dalle spiagge. Uno sforzo silenzioso e collettivo, un gioco triste.
La vita a Patong sta tornando, lentamente. La gente sorride di nuovo, e i lamenti sono pazienti. "Facevo 700 mila bath al giorno con il mio ristorante. Dopo lo tsunami ne faccio 20 mila" racconta il proprietario del grill Savoey. Chi ha subito lutti in famiglia allarga le braccia e riprende a lavorare: "È successo così". Ma nel resto dell'isola lo tsunami ha lasciato segni meno pesanti.
Invece, centoventi chilometri a nord di Phuket si trova Khao Lak, un litorale diventato recentemente noto grazie a una manciata di villaggi turistici di grandi dimensioni. Avvicinandosi, la terra cambia colore. La strada corre ad un chilometro dalla costa, ma l'onda è arrivata fino qui, azzerando tutto ciò che si trovava in mezzo. A Khao Lak sono morte circa tremila persone. Si vede solo un grande vuoto, palme inclinate, rifiuti ovunque. Degli hotel sono rimasti gli scheletri: sembrano strutture in costruzione. Al Sofitel Khao Lak, dove sono rimaste sepolte dall'acqua oltre trecento persone, sulle porte delle camere o ciò che ne resta è iscritta una croce, a volte due, con la nazionalità e la data del ritrovamento del corpo. E questo è il punto più drammatico dello tsunami, sulla costa della Thailandia.

Terza tappa: Sri Lanka
Ci può essere di peggio? Può l'onda killer aver fatto disastri peggiori? Sì: il terzo viaggio è verso Sri Lanka. La strada che da Colombo porta verso Galle, a sud, costeggia tutto il litorale occidentale dell'isola. E a sud di Wadduwa il panorama inizia ad assumere i tratti sinistri già visti a Khao Lak. Giardini e terreni invasi da rifiuti, muri solitari, vetrate infrante. Povere case, fatte di cartongesso, tutte abusive: a Paiyagela è tutto raso al suolo in modo regolare e costante. A Beruwala la costa inizia a popolarsi di tende. Quelle rosa, fornite dagli olandesi, quelle blu della protezione civile italiana, quelle blu e bianche con l'ideogramma giapponese. Le cisterne d'acqua della Croce Rossa, i teli dell'UHNCR, gli igloo con il logo di Save The Children. Ecco dove sono andati gli aiuti raccolti con gli Sms. Delle case sono rimaste le fondamenta: le tende presidiano con gelosia i terreni.
Più la strada prosegue verso sud e più ci si inoltra in una terra che soffre. Tutto sembra congelato, ma poi è umano che la vita prosegua: nei campetti da cricket ci sono bambini che giocano, sulla statale c'è un traffico incessante di camion, tuk tuk e biciclette. Il mercato di Ambalagoda trabocca di cibo. Ma al centesimo chilometro si giunge a Telwatta. Una città diventata campo profughi. E' qui dove l'onda ha investito il Queen Princess, il treno espresso di otto carrozze, e l'ha scaricato in una palude. Un pezzo è stato ripescato, rimesso su un binario morto ed ora è già un lugubre museo. I danesi stanno costruendo casette provvisorie di legno, i tedeschi gestiscono un ospedale e il dispensario, c'è il campo base delle ong al lavoro. Ci sono storie da ascoltare, lamentele nei confronti del governo, suppliche. Ogni straniero è benvenuto, accolto come un amico. "Qui c'era il mio negozio" racconta Hakim, indicando un punto di terreno che ormai è spiaggia. "Aiutate la mia band Streets and Sounds, mandatemi strumenti musicali: ho perso tutto" c'è scritto su un volantino appeso ad una palma. La scuola è sotto un tendone; le ragazzine sono in uniforme bianca impeccabile.
Una processione di macerie e tende annuncia finalmente Galle, la capitale del Sud. Una città precaria, che si regge sui primi piani delle case sventrate come fosse un trampoliere. Un forte olandese ne ha protetto una parte. Appena la situazione lo consentirà, sarà molto bello tornare qui come turisti. Per ora, proseguendo verso Unawatuna, "una delle dieci spiagge più belle del mondo", la sensazione di disastro (trentamila morti lungo questa costa) sopravanza la bellezza sopravvissuta dei luoghi.

 
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