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SRI
LANKA. GUERRA E PACE DIMENTICATE
Questo
viaggio risale al luglio 2004, quando la normalità imperava, una
normalità fatta di turismo e guerra civile.
di
Maurizio
Pagliassotti e Silvia Pezza
Sri Lanka perla d'oriente, paradiso perduto, isola
risplendente? Niente da fare, non ci convince. Dietro a tanti abbaglianti
appellativi da catalogo viaggi tutto incluso c'è sicuramente un'altra
faccia, più vera e quindi a volte più spietata.
Ed è proprio questo che ci interessa. Quindi come prima tappa una
buona dose di Colombo, la capitale, tanto
grande quanto vuota di turisti. In effetti non c'è un centro "pittoresco"
da visitare, ma ugualmente ci piace perderci per Pettah, la zona commerciale
a ridosso del porto dove, secondo buona tradizione asiatica, ogni via
è dedicata a un solo prodotto: pesce, tessuti, spezie, oro
Qui, come altrove, convivono le quattro principali religioni dell'isola:
buddista (70%), indù (15), cristiana (8) e mussulmana (7).
Il tempio indù in cui ci infiliamo è una festa per gli occhi:
i colori sono accesi, le statue nelle nicchie sono abbigliate con sari
e sarong e truccate con le polveri rosse e gialle. È in corso una
poja in cui gli officianti fanno offerte al dio Skanda (dio della guerra,
il più venerato dell'isola) per conto di un gruppetto di fedeli,
mentre i suonatori di tamburo, tromba e campanelli producono potenti suoni
a un ritmo indiavolato. Dopo di che accende un candelabro le cui fiamme
vengono sfiorate dai fedeli che portano poi le mani al viso.
Il giorno dopo avremmo voluto spingerci a nord ma uno sciopero delle ferrovie
ci costringe alla vita cittadina.
Padre Janze da Negombo
Nell'attesa che fare? Semplice, un salto a Negombo, 36 km. a nord, sulla
costa. Questa parte dell'isola è stato il primo approdo per chi,
nei secoli, è sbarcato con svariate intenzioni: i mercanti arabi
e le popolazioni indiane, prima, portoghesi, olandesi e inglesi, poi.
Nello scorso secolo, infine, ha subito un'ultima invasione, apparentemente
più pacifica, ma di fatto molto più distruttiva: il turismo
di massa. Ora gli affari non sono molto fiorenti perché le località
a sud di Colombo gli contendono i pochi clienti che cominciano a ripopolare
le spiagge da quando la guerra civile ha avuto una tregua.
Vagando tra i canali pieni di barche e pescatori che venano la cittadina,
giungiamo alla missione salesiana e scuola tecnica
Don Bosco. L'avvicinarsi della struttura ci viene preannunciato
da gruppi di ragazzi in divisa che arrivano in bici dalla stessa direzione.
Sono quelli più grandi, che vivono nei paraggi e che stanno tornando
a casa. Per poco, infatti, ci siamo persi la festa del ringraziamento,
con balli e canti. Ci accoglie Padre Emanuel Janze, il primo prete salesiano
singalese, che un tempo è stato direttore di questa missione
e ora - a 61 anni e dopo aver fondato altre case e parrocchie - è
tornato come amministratore. Alla sua "corte" si presentano
madri con figli adolescenti per chiedere di inserire il loro ragazzo
a scuola. Essa è infatti una garanzia di posto di lavoro, terminati
i due anni di studi e il tirocinio in un'officina o in una falegnameria.
Padre Janze, dietro la sua scrivania su cui si ammassano vari fogli
e oggetti, ci parla della storia della missione e dei ragazzi che attualmente
la frequentano. La maggior parte sono cristiani, ma ci sono anche musulmani
e indù. Una ventina di ragazze esterne frequenta il corso di
computer, riservato a chi ha superato i primi due anni di università.
Alcuni ragazzi che vivono nel collegio vengono da lontano, altri sono
orfani o hanno situazioni familiari difficili. Altri ancora sono stati
strappati alla prostituzione da un salesiano che gira per le spiagge
di Negombo dove loro vanno a caccia di turisti (e viceversa).
Padre Janze parla lentamente, alla singalese, in un ottimo italiano
imparato in gioventù durante due anni di permanenza a Roma. Ad
un certo punto si affaccia alla porta un gruppo che canta e balla, chiaramente
rivolgendosi a lui. Poi uno di loro si fa avanti e, imbarazzatissimo,
gli recita qualcosa. Alla fine il Padre lo bacia e tutti se ne vanno.
Ci spiega che lo hanno ringraziato per essere stato per loro come un
padre.
Dopo un ottimo pranzo a base di curry di pollo, riso e tante verdure
sconosciute, ci fa visitare la falegnameria dove producono banchi, letti
e modellini che vendono a ditte locali e l'officina dove si riparano
i motori delle barche che scorrazzano per i canali di Negombo. C'è
anche un grande campo di calcio e una palestra con attrezzi da muscolo-bill.
Il tutto circondato da alti alberi di vario genere, per lo più
manghi, che il nostro ospite non esita ad offrirci.
Anuradhapura e le altre
Un altro giorno di sciopero ferrovie ci induce a sperimentare il primo
dei tanti bus (160 rupie per fare 200 km, cioè 1,30 euro!). Viaggio
molto interessante, tra palme, campi e risaie, scimmie e duriam enormi
pencolanti dal tronco degli alberi.
Per mille anni capitale di buona parte dell'isola, Anuradhapura conserva
una vasta zona archeologica da girare in bicicletta. La maggior parte
degli edifici è ridotto alle fondamenta o poco più, ma
vi sono anche degli immensi dagoba (edifici
buddisti a forma di campana rovesciata completamente pieni di mattoni)
in restauro e altri che hanno continuato nei secoli la loro funzione.
C'è da inebriarsi di sole e di vento a percorrere quei sentieri
di terra rossiccia che serpeggiano tra le rovine per fermarsi poi alla
cisterna dove i singalesi, uomini e donne, fanno il bagno avvolti nei
sarong. Alcuni si lavano anche i panni, sbattendoli sui sassi. Qui i
turisti ci sono eccome, e di conseguenza anche i venditori di souvenirs
che, incalliti, propongono a dei tedeschi degli oggetti a 200 rupie
l'uno, quando a noi poco prima, ne avevano chiesti 100! Differenza di
potere d'acquisto e/o di caratteristica nazionale colta appieno dal
venditore?
Questa zona è il fulcro della storia dello Sri Lanka. Da queste
parti, a Mihintale, nel 247 a.C. il re
Tissa incontrò Mahinda, figlio dell'imperatore indiano Ashoka,
e si convertì al buddismo. Da allora il credo si propagò
in tutta l'isola, tanto da diventare il punto di riferimento per i buddisti
della scuola theravada del sudest asiatico. Anche a Mihintale ci andiamo
in bici, 13 km sotto il sole a picco, fermandoci di tanto in tanto a
bere in un chiosco/capanna. Dappertutto la gente è ospitale e
sorridente.
Per completare l'argomento "città antiche", possiamo
dire che Polonnaruwa e Sighiria, le uniche altre che abbiamo visto,
meritano uno stop. Polonnaruwa, capitale
anch'essa di un regno successivo a quello di Anuradhapura, ha una zona
archeologica più piccola ma decisamente meglio conservata, con
edifici di stili e scopi diversi ed enormi statue di Buddha scolpite
nella pietra. Sighiria, invece, è
un roccione che si erge in mezzo a un terreno relativamente pianeggiante
e che illo tempore è stato trasformato in palazzo reale. Chissà
che brivido si provava nel salire la ripida scalinata che entra nella
bocca del leone di cui rimangono solo le due enormi zampe! Le fanciulle
formose e sensuali dipinte sul fianco della roccia sono affascinanti
e dalla cima si ammira il bel panorama della verde campagna sottostante,
nonché dei giardini della reggia.
Verso il nord
La zona attorno ad Anuradhapura è stata negli ultimi vent'anni
del secolo scorso la terra di confine dello stato singalese e il campo
di addestramento per i militari anti-guerriglia impegnati in un conflitto
che attualmente è in fase di stallo, con una tregua che ha assegnato
porzioni di territorio ai tamil che rivendicano il nord e l'est come
patria a sé stante. Il cammino verso la pace definitiva viene
continuamente intralciato dalle due fazioni e ancora non se ne vede
l'uscita. Anzi
Ma andiamo per ordine. Sia i singalesi
che i tamil sono di origine indiana ma,
mentre i primi sono giunti sull'isola verso il V secolo a.C., probabilmente
dall'India del nord e, come detto, si sono poi convertiti al buddismo,
i Tamil (di religione indù) arrivarono dall'India del sud (il
Tamil Nadu, appunto) attorno all'anno 1000 d.C., al seguito delle varie
invasioni che i loro regnanti portarono a segno. Sono presenti, e in
genere pacificamente conviventi in tutta l'isola, ma al nord costituiscono
la stragrande maggioranza e all'est sono un buon numero. Altra storia
è quella dei tamil che, giunti in Sri Lanka con gli inglesi,
lavorano nelle piantagioni di tè delle colline e non hanno particolari
attriti.
I guai sono iniziati negli anni '70, quando il governo elesse il buddismo
a religione di stato e iniziò a discriminare gli studenti tamil
limitando il loro numero all'università. I giovani tamil costituirono
gruppi armati il cui scopo era quello di fondare uno stato indipendente:
il Tamil Eelam. Il gruppo che, nel tempo, predominò sugli altri
è l'LTTE (Liberation Tigers of Tamil Eelam),
fondato dall'allora adolescente Velupillai Prabhakaran. Seguirono anni
di schermaglie, massacri e sparizioni da entrambe le parti, fino ad
arrivare ad una guerra vera e propria (con l'intervento anche dell'India)
combattuta al nord e all'est del Paese. Gente in fuga, campi profughi,
attentati suicidi e, negli ultimi anni, bambini soldato. A fine 2001
si è raggiunta una tregua, ma i tentativi di mediazione da parte
dei norvegesi non hanno ancora portato a nulla di buono. Viaggiando
in questa zona è palpabile la stanchezza della popolazione che,
dopo vent'anni di lotte, sessantamila morti, un incalcolabile numero
di mine sotterrate nei campi, senza prospettive di sviluppo e ridotta
alla fame, non vede l'ora di tornare alla normalità.
La statale che porta al nord è stata riaperta tre anni fa e attraversa
il Vanni, una striscia di terra arida concessa
all'LTTE, per approdare alla penisola di Jaffna, attualmente sotto il
controllo del governo.
Scolaretti bianco vestiti corrono verso l'autobus che li ricondurrà
a casa dopo la giornata trascorsa a scuola. Ciabattano nella polvere
sghignazzanti, sgomitando per riuscire a salire su un torpedone già
zeppo di gente sudata e affaticata dalla lentezza e dalla ressa. I ragazzini
rimangono sbigottiti dalla presenza di due occidentali. Si fanno strada
fino a quando non si parano di fronte e lì, incantati (quasi
non si riesce a sostenere il loro sguardo, tanto è intenso),
squadrano quegli esseri esotici e pallidi con tutto il loro armamentario
di macchine fotografiche, zaini e orpelli vari. Una vera novità!
Da queste parti non si vedono bianchi in giro da anni e si ha l'impressione
di essere in un lembo di terra ancora vergine dove, a differenza della
restante parte dello Sri Lanka, nessun furbo affarista cerca di venderti
la sua pelosa amicizia.
Il paesaggio è giallo e stopposo, gli alberi di banano sono tutti
inesorabilmente tagliati ad un metro di altezza. "Lo fecero i soldati
dell'esercito regolare per rappresaglia; con i banani tagliarono anche
l'economia e quindi la nostra sussistenza" racconta l'autista,
ex combattente.
Due ore per attraversare le due frontiere; in mezzo, 300 metri a piedi
sotto il sole cocente nella terra di nessuno presenziata dalla Croce
Rossa. Alla frontiera tamil la curiosità
per lo straniero è troppo forte e così l'interrogatorio
diventa una tragicommedia nella quale l'ingessata serietà iniziale
si trasforma nel commento di ogni prodotto cosmetico se donna, tecnologico
se uomo, presenti nello zaino. Interrogatorio, fogli da compilare ed
estrema gentilezza da parte delle soldatesse dalle lunghe trecce nere
impomatate con l'olio di cocco. Poi arriva il via libera: il Tamil Eelam
apre le sue porte.
Finalmente dentro il Tamil
Eelam
L'inizio di Kilinochchi, poco più
di un villaggio, è annunciato da un arco di trionfo in cartone
raffigurante la tigre combattente ed il suo inseparabile fucile. Siamo
nella capitale tamil.
Muri sforacchiati, chiese bombardate, assenza di illuminazione notturna,
"tuc tuc" (i veicoli a tre ruote usati come taxi) vecchi di
trent'anni che arrancano per le strade sterrate del centro, fogne intasate,
economia allo sfascio, foresta trasformata in deserto
L'elenco
potrebbe essere infinito. Per contrasto, uomini vestiti con mimetica
tigrata sfrecciano armati di kalashnikow a bordo di luccicanti pick-up
dai vetri fumé. La stazione di polizia è un gioiello,
giardino ben curato e computer con schermo piatto. Le uniche due guest
house, "molto confortevoli" dice il proprietario di una, sono
due topaie carissime.
Davanti alla nostra si sta allestendo la festa di celebrazione delle
Black Tiger. Sotto un capannone addobbato
con bandierine giallo-rosse sono esposte le foto di 300 giovani kamikaze
dai volti fieri, a volte duri, ma alcuni anche sorridenti, buoni. Molte
ragazze. Viene da riflettere sugli alti ideali che li hanno portati
all'estremo sacrificio. L'indomani partecipiamo anche noi alla festa:
comizio, offerta di fiori, marcette militari a tutto volume, parate.
Lungo la statale che taglia in due il "centro città",
ogni cinquanta metri c'è la sede di una O.N.G; arrivano da tutto
il mondo e non è sicuramente un caso che siano tutte qui a Kilinochchi.
Chi si occupa di bambini, chi di donne, moltissime di fornitura di arti
artificiali e relativa riabilitazione delle persone che si sono avventurate
nei campi minati. Enormi cartelloni, pagati dall'Unione Europea, avvertono
i bambini del pericolo delle mine disseminate sul territorio.
Ottenere notizie su un argomento scottante come i bambini soldato è
difficilissimo. UNICEF e Save the Children, le maggiori organizzazioni
impegnate nel recupero psicofisico dei bambini che hanno combattuto,
sono recalcitranti a dare notizie sul loro operato. Il perché
ce lo spiega il direttore di ZOA (tamil cristiano), una ONG impegnata
nell'assistenza dei profughi (ricostruzione case, problemi legati all'occupazione
di case da parte di altri profughi non proprietari, fogne, salute, educazione):
"I soldi delle ONG dovrebbero essere
gestiti in maniera autonoma, ma purtroppo non è così perché
l'LTTE controlla i progetti e 'consiglia' come investire i fondi. Fanno
una continua pressione psicologica. Stesso discorso vale per i bambini
soldato. Le ONG hanno ordini precisi di tenere lontano i curiosi
su un argomento così dannoso per l'immagine della guerriglia,
soprattutto in occidente."
Qualcun altro però, nel ristorante in cui ceniamo, non vede l'ora
di farci sapere come stanno le cose: "La gente non è libera
di parlare e subisce restrizioni negli spostamenti. Per andare nei villaggi
qui intorno ci vuole un permesso. Anche voi due, da che siete arrivati
qui, siete sicuramente seguiti da qualcuno." "L'LTTE ha ripreso
ad arruolare bambini soldato. Quando stanno per finire la scuola, verso
i 10 anni, li indottrinano finché questi non si arruolano. A
volte le famiglie non ne sanno nulla e vanno alla polizia a denunciare
la scomparsa del loro figlio. Impossibile per un ragazzo cambiare idea
e scappare, perché i campi sono minati e le strade sono percorribili
solo con un lasciapassare. Da quel momento la vita della tigre tamil
è regolata da leggi ferree: addestramento alla guerriglia, niente
istruzione (causa dell'abbassamento del tasso di alfabetizzazione dall'80%
degli anni '70 al 40% di oggi) e quindi incapacità di vivere
al di fuori dell'organizzazione. Ci si sposa dopo i 30 anni e l'LTTE
provvede alla casa e alle spese." Dunque gli alti ideali che credevamo
non sono altro che lavaggio del cervello?
La gente di Kilinochchi è rimasta intrappolata nella furia distruttiva
della guerriglia e dell'esercito. "Siamo
stati sfollati per cinque anni - racconta un commerciante di stoffe
che ha riaperto il suo piccolo negozio sulla via principale - Il periodo
peggiore è stato tra il 1996 ed il 2000, quando l'esercito regolare
ammassò in questa cittadina il comando e le truppe che avevano
il compito di riconquistare Jaffna da tempo in mano ai ribelli. Tutti
gli abitanti vennero sfollati e portati nei campi profughi, oppure fuggirono
in India. Rimanemmo senza nulla e le nostre case vennero occupate dai
soldati. Al ritorno trovammo il paese distrutto."
Jaffna oghé
oghé?
La zona autonoma controllata dalle Tigri Tamil finisce poco prima dell'Elephant
pass, zona paludosa protagonista della battaglia che diede una svolta
decisiva alla guerra. Qui, nel 1999 le Tigri subirono una dura disfatta
e in seguito persero anche la città di Jaffna.
Jaffna, un tempo seconda città dell'isola
e fiorente zona agricola e industriale, accoglie con un paio di enormi
chiese completamente distrutte dai bombardamenti, le vie disseminate
di giovanissimi soldati dello SLA (l'esercito cingalese) che girano
su carri trainati dai trattori, equipaggiati sommariamente con vecchi
ed esausti kalashnikov.
Nonostante la versione ufficiale che vuole Jaffna sotto il controllo
del governo, l'LTTE continua di fatto ad imperversare in città.
Un commerciante del centro racconta una drammatica situazione, il suo
tono è indignato. "La guerriglia si è trasformata
nel tempo in una sorta di mafia. Oltre
alle tasse dovute allo stato cingalese, i commercianti devono versare
il 15% dell'incasso giornaliero all'LTTE, pena rappresaglie (mi sparerebbero).
Tutte le merci che arrivano dal sud, e anche il trasporto, vengono gravate
da tasse. Ovviamente è illegale, ma il governo sa tutto e lascia
correre. Abbiamo paura e quindi paghiamo regolarmente."
Il racconto si fa lungo e testimonia una situazione insostenibile. Tasse
sul matrimonio, sull'acquisto della casa, sulla scuola, strozzinaggio
delle ONG. "È per tutte queste ragioni che l'LTTE non ha
quasi più sostenitori tra la popolazione, escluso i giovani facilmente
ideologizzabili."
In effetti la stanchezza è generale, come lo è pure la
sfiducia nel processo di pace, viste le continue "scaramucce"
tra i contendenti. Ma gli esagitati su entrambi i fronti non mancano.
Come un gruppo di studenti dell'Università
di Jaffna: "Il governo vuole una nuova politica repressiva contro
i tamil. Le tigri ci difenderanno." E ancora: "Gli attentati,
le rappresaglie, sono necessari alla pace perché creano una giusta,
e quindi alta, tensione. Un gioco sulla lama del rasoio per ottenere
il massimo in sede di negoziati."
Di Jaffna ricordiamo con affetto il padrone della nostra guest house,
un buzzone eternamente affondato nella poltrona davanti alla tivù,
il cui massimo sforzo era chiederci ad ogni passaggio: "Oghé?
Oghé?". Sì, tutto bene, torna pure ai tuoi drammoni
storici e alle tue telenovelas.
Trincomalee, sull'Oceano Indiano
Dieci ore di buche e pioggia battente in un minibus forato dalla ruggine
e senza tergicristalli per ripercorrere la A9 in senso inverso e raggiungere
Trincomalee, all'est, su una strada non asfaltata, deserta di civili
ma popolata di trincee singalesi, pavoni selvatici e svariati altri
animali. Viaggio da incubo ricompensato da scorci di giungla indimenticabili.
Trincomalee, come Jaffna, pur essendo tornata sotto il controllo del
governo, subisce un forte controllo da parte dell'LTTE. D'altronde il
Tamil Eelam, la patria rivendicata dai Tamil, scende lungo tutta la
fascia costiera est, proprio quella che ha subito gravi danni dall'urto
dello tsunami.
La casa dei genitori di Sa'a il postino,
che aveva adibito a guest house per arrotondare lo stipendio e che ci
lasciava al mattino con un "fate come se fosse casa vostra",
ora sarà un cumulo di macerie, essendo a ridosso della spiaggia.
Ma quello che più ci fa star male è che lui, con la sua
famiglia, abita due case più in là
Abbiamo condiviso quella villetta con un palestinese che lavora come
coordinatore di un progetto di pace finalizzato alla creazione di momenti
sociali tra le varie etnie. Il 27 gennaio abbiamo cercato di contattarlo
per sapere dov'era e cos'aveva visto. Il 31 ci è arrivata la
sua mail agghiacciante: "Ho passato gli ultimi due giorni sul cassone
di un camion carico di cibo e medicinali diretto all'est. Avevo le ossa
rotte ma quello che ho visto sulla spiaggia di Kalmunai
mi ha fatto dimenticare tutto il dolore e la fatica: la maggior parte
delle case fino a 1 km. all'interno erano completamente distrutte e
i resti sparsi dappertutto. Ci vivevano più di 2000 persone.
Molti si sono messi in salvo, ma gli altri sono morti. Mi hanno detto
di un gruppo di ragazzi che, quando il mare si è ritirato in
modo anomalo, si sono lanciati nella risacca per acchiappare i pesci
con le mani. Un momento dopo sono scomparsi nell'onda. Un attivista
dell'YMCA che abita a 2.5 km dal mare ha avuto la casa distrutta ma
lui e i suoi si sono salvati. Così si è messo a estrarre
corpi dalle macerie e, visto che non c'era nessun intervento sanitario
in quella zona, per evitare epidemie ha dovuto bruciarli. Lavorerò
all'est ancora per molto tempo e quindi non sarò raggiungibile.
Per favore, ricordatevi di questo angolo di mondo
"
E neanche il momento della disgrazia riesce a ricomporre il conflitto:
ora la posta in gioco sono gli aiuti internazionali per la ricostruzione
che, secondo i tamil, non vengono equamente distribuiti.
Con questo triste epilogo si conclude il nostro racconto, che corrisponde
solo alla metà del viaggio. Ma questa è stata la parte
più succosa, carica di emozioni e di avventura. Il resto (Kandy
e il suo meraviglioso orto botanico, le colline ammantate di piantagioni
di tè, il festival di Kataragama con sfilate di danzatori ed
elefanti nonché di penitenti che si trafiggono le carni) lo potete
trovare in qualsiasi guida turistica (beh, non proprio
). Perché,
usciti dal territorio controllato dalle tigri, il panorama sembra cambiare
e il conflitto, così sentito nelle zone del nord, si trasforma
in un'eco lontana che la gente vuole rimuovere.
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