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Sei qui: Città di Torino >> Informagiovani >> Rivista Informagiovani >> Num. 02/2005

IL MESTIERE DELL'INSEGNANTE
Gli insegnanti… Persone stressate? Demotivate? I luoghi comuni non sono una novità nei confronti di questo mestiere complesso, che mette a continuo confronto adulti e giovani e che richiede, oltre la preparazione specifica relativa alla materia d'insegnamento, anche una dimensione umana che si fonda su una propria capacità introspettiva, in grado di cogliere quella altrui. Non a caso, è partita un'inchiesta, promossa da Einaudi e il quotidiano La Stampa, che si intitola proprio "Il mestiere di insegnare", per dare voce agli insegnanti, sentire cosa ne pensano loro del proprio ruolo e del senso della professione. Insomma, un'occasione per riflettere attraverso esperienze e considerazioni "dalla parte della cattedra". Ne uscirà un volume che racconterà i problemi della scuola vista da chi la fa.

di Daniela Finocchi


Cosa dicono di loro
Il libro "Perché non sarò mai un insegnante" (Longanesi) di Gianfranco Giovandone, invece, è la sintesi di un sondaggio proposto da un insegnante di Pisa a circa 150 studenti: un divertente ritratto, caustico e irriverente, da cui emerge davvero una scarsa considerazione del corpo insegnante. I ragazzi lanciano accuse e i docenti vengono percepiti come dei perdenti, fuori dalla vita reale, che si accontentano di un lavoro con una retribuzione risibile che loro non farebbero mai, mai e poi mai.
Un'inchiesta analoga svolta in Svizzera, invece, ha raggiunto risultati esattamente opposti. Il sondaggio è stato effettuato fra gli studenti di Scienze dell'Educazione di Ginevra e chiedeva di delineare le caratteristiche indispensabili per un insegnante moderno. Al primo posto, come assolutamente irrinunciabili, sono state segnate le vacanze di cui l'insegnante ha diritto perché il suo mestiere lo schiaccia - si legge nell'elaborato - se i docenti non avessero questo tempo libero sarebbero soggetti al burn-out. Infatti, questa professione non si limita al tempo orario svolto in classe, ma comporta un lavoro aggiuntivo (riunioni, correzioni, aggiornamento, ecc…). Dunque, lo stipendio degli insegnanti è largamente meritato. E si parla dello stipendio svizzero! Per insegnare, inoltre, occorrerebbe essere pedagogisti, psicologi, sociologi, educatori, competenti di didattica e soprattutto l'importante è che il docente abbia scelto questo mestiere per amore, per passione.
Per gli studenti svizzeri, infine, non bisogna illudersi: non esistono né il docente né lo studente ideali. L'insegnante di oggi - argomenta il documento - si trova di fronte a ragazzi frutto di una generazione di immagini, di azione, di ritmo: è impossibile non tenerne conto. Del resto, gli studenti hanno accesso ad altre fonti d'informazione oltre la scuola: dalla televisione a Internet. Oggi, sono qualità indispensabili la curiosità, l'interesse, la volontà di aggiornare le proprie conoscenze. E poi sono importanti improvvisazione, humor, ricordarsi del proprio passato di studente, essere un po' attore e saper trasmettere il desiderio di apprendere. Certo - ammettono gli studenti svizzeri - occorre tener conto del fatto che le classi sono sempre più eterogenee, non solo dal punto di vista culturale, ma anche per le competenze degli alunni. Tale situazione obbliga il docente ad essere aperto ad altre culture, a certe innovazioni, a nuove metodologie didattiche. In sintesi, occorre adattarsi al cambiamento.

La parola agli insegnanti
Se ne parla tanto, è vero - dice Maria Scotto, docente d'inglese al liceo scientifico Segrè - in effetti è un lavoro che può dare molto, ma in questo periodo sono più pessimista di un tempo. Non posso dar torto a quegli studenti che hanno fatto un ritratto così negativo dell'insegnamento. Ormai il nostro è un mestiere senza peso sociale, bistrattato da tutti, in primo luogo dai genitori. E mi riferisco agli strati sociali più alti. Non c'è interesse, coinvolgimento, rispetto. A volte scrivo tre, quattro volte sul diario chiedendo un colloquio con i genitori e non ricevo risposta, al massimo mi scrivono se posso sintetizzare il problema per scritto, sempre sul diario. Il nostro viene vissuto all'esterno sempre più come un lavoro di ripiego. Anni fa mi sembrava ancora di avere un ruolo, di poter essere un punto di riferimento per i ragazzi, oggi sono più negativa. L'istruzione pubblica si sta degradando, il nostro lavoro viene riconosciuto sempre meno, siamo spesso ridotti a fare i burocrati e poiché tutta una parte di lavoro non viene riconosciuta e retribuita molto è lasciato all'iniziativa personale. Il servizio non fa che peggiorare con il sovraffollamento delle classi, la mancanza di insegnanti di sostegno e le 18 ore obbligatorie (non è più consentito avere ore libere a disposizione ndr). Certo, il rapporto con i ragazzi varia da scuola a scuola, da classe a classe. Ma l'insegnante è comunque considerato uno 'sfigato', non gode più di stima e poco interessa la sua competenza, la sua intelligenza, il suo maggiore o minore impegno.
Secondo Annamaria Ajello, professore ordinario di Psicologia dell'Educazione presso l'Università di Roma La Sapienza il problema è complesso e coinvolge anche la realtà territoriale. La cultura idealistica secondo la quale il professore bravo è quello che sa incantare gli studenti intervenendo a braccio è poco realistica - dice - però non funziona nemmeno il professionismo spinto al tecnicismo, che sacrifica una dimensione relazionale. Né istruire, né educare possono essere considerati da soli ma, se si pensa ad un intervento educativo efficace, occorre avere capacità di cogliere tratti, attitudini, caratteristiche degli interessi, delle competenze per fare in modo che partendo da tutto questo si raggiunga qualche altro obiettivo. E il rapporto con le istituzioni? Abbiamo fatto ricerche sull'autonomia e uno degli aspetti risaltanti è il fatto che nella scuola attuale c'è bisogno di un aggancio con il territorio. Questo richiede agli insegnanti una capacità di relazionarsi con l'esterno, che non può essere vista in antagonismo alla capacità di saper fare lezione, di sapere costruire una relazione didattica. Infine, il riconoscimento della professionalità prestata e del tempo necessario in cui questa professionalità viene erogata, per cui se l'insegnante fa più incontri con i genitori, assistenza agli adolescenti per lo studio o altro, deve veder riconosciute queste attività anche sotto forma di compenso.

Il caso Mastrocola
Polemica e demoralizzata anche Paola Mastrocola. Insegnante di lettere in un liceo scientifico di Torino, diventata famosa con i suoi libri che parlano di scuola e proprio del difficile ruolo d'insegnante. Dopo il fortunato esordio con "La Gallina volante" (1999), e il successivo "Palline di pane" (2001), ha vinto il Premio Campiello 2004 con "Una barca nel bosco".
"La scuola raccontata al mio cane" è il suo ultimo libro, che affronta il tema della scuola in forma di narrazione in prima persona, lasciando per una volta la mediazione del romanzo d'invenzione. Perché la tormentata storia del mestiere d'insegnare raccontata al proprio cane? Per non dare nulla per scontato, spiega l'autrice. Per non scriverne da addetta ai lavori, perché è come raccontarlo a un marziano, ma i marziani non sono a portata di mano. Un libro che dovrebbero leggere la Moratti e i ministri dell'Istruzione suoi predecessori. Un libro che sarebbe utile anche ai genitori e naturalmente ai professori, come antidoto alle arrabbiature, alla noia, al disamore. Quello del professore, scrive Mastrocola, è un mestiere che non c'è più. Lei però si ostina a farlo ancora e scrivendone aiuta certamente tanti altri, genitori e professori, a credere ancora nell'insegnamento. E i ragazzi?
"Sono pochissimi i giovani che vogliono fare gli insegnanti - dice Paola Mastrocola - dicono che si guadagna poco e che si fa una gran fatica. Lo vedono come un mestiere ingrato, in cui si è poco amati e si ottengono ben pochi risultati. Mi rattrista molto tutto ciò, mi pare che non siamo riusciti a far passare la bellezza del nostro mestiere, il suo essere meravigliosamente sganciato da un'utilità pratica e dai miraggi del facile successo. È un mestiere di soddisfazioni interiori e anche di forti idealità. Possibile che oggi abbia inesorabilmente vinto il mito del denaro e dell'apparire?"
In questo quadro è cambiato anche il rapporto tra insegnanti e ragazzi?
"Non credo sia poi molto cambiato. Quel che vale è ancora e sempre la reciproca stima, la serietà dell'impegno, e la verità di quel che si è. Io non critico mai la scuola davanti ai miei allievi, non credo che sia bene farlo. Cerco di fare tutto il possibile perché la scuola, la loro scuola che è limitata alla loro classe, funzioni al meglio. Tutto il resto è chiacchiera. Uscita di lì, io posso discutere all'infinito sulle misere sorti della scuola italiana, ma nella mia classe... la scuola è la mia classe, e basta! Ne rispondo io."
E il rapporto con gli altri insegnanti?
"Alcuni sono d'accordo con me, altri no. Posso dire che ho avuto molto più consenso di quanto ne avessi previsto, anche nelle mie più rosee aspettative. Alcuni criticano non le mie idee, ma il fatto stesso che io sia critica verso la scuola di oggi e questo mi lascia decisamente molto perplessa. Penso che il pensiero critico sia sempre positivo, a maggior ragione se esercitato dall'interno".
Di cosa ci sarebbe bisogno davvero nella scuola?
"Di ricominciare tutto da capo, senza idee preconcette e soprattutto senza filtri ideologici che da anni obnubilano la verità delle cose. Per insegnare occorre libertà di pensiero, voglia di combattere e un grande amore per quel che s'insegna."

 
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