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IL
MESTIERE DELL'INSEGNANTE
Gli
insegnanti
Persone stressate? Demotivate? I luoghi comuni non sono
una novità nei confronti di questo mestiere complesso, che mette
a continuo confronto adulti e giovani e che richiede, oltre la preparazione
specifica relativa alla materia d'insegnamento, anche una dimensione umana
che si fonda su una propria capacità introspettiva, in grado di
cogliere quella altrui. Non a caso, è partita un'inchiesta, promossa
da Einaudi e il quotidiano La Stampa, che si intitola proprio "Il
mestiere di insegnare", per dare voce agli insegnanti, sentire cosa
ne pensano loro del proprio ruolo e del senso della professione. Insomma,
un'occasione per riflettere attraverso esperienze e considerazioni "dalla
parte della cattedra". Ne uscirà un volume che racconterà
i problemi della scuola vista da chi la fa.
Cosa dicono di loro
Il libro "Perché non sarò mai un insegnante" (Longanesi)
di Gianfranco Giovandone, invece, è la sintesi di un sondaggio
proposto da un insegnante di Pisa a circa 150 studenti: un divertente
ritratto, caustico e irriverente, da cui emerge davvero una scarsa considerazione
del corpo insegnante. I ragazzi lanciano accuse e i docenti vengono percepiti
come dei perdenti, fuori dalla vita reale,
che si accontentano di un lavoro con una retribuzione risibile che loro
non farebbero mai, mai e poi mai.
Un'inchiesta analoga svolta in Svizzera, invece, ha raggiunto risultati
esattamente opposti. Il sondaggio è stato effettuato fra gli studenti
di Scienze dell'Educazione di Ginevra e chiedeva di delineare le caratteristiche
indispensabili per un insegnante moderno. Al primo posto, come assolutamente
irrinunciabili, sono state segnate le vacanze
di cui l'insegnante ha diritto perché il suo mestiere lo schiaccia
- si legge nell'elaborato - se i docenti non avessero questo tempo libero
sarebbero soggetti al burn-out. Infatti, questa professione non si limita
al tempo orario svolto in classe, ma comporta un lavoro
aggiuntivo (riunioni, correzioni, aggiornamento, ecc
). Dunque,
lo stipendio degli insegnanti è largamente meritato. E si parla
dello stipendio svizzero! Per insegnare, inoltre, occorrerebbe essere
pedagogisti, psicologi, sociologi, educatori, competenti di didattica
e soprattutto l'importante è che il docente abbia scelto questo
mestiere per amore, per passione.
Per gli studenti svizzeri, infine, non bisogna illudersi: non esistono
né il docente né lo studente ideali. L'insegnante di oggi
- argomenta il documento - si trova di fronte a ragazzi frutto di una
generazione di immagini, di azione, di ritmo:
è impossibile non tenerne conto. Del resto, gli studenti hanno
accesso ad altre fonti d'informazione oltre la scuola: dalla televisione
a Internet. Oggi, sono qualità indispensabili la curiosità,
l'interesse, la volontà di aggiornare le
proprie conoscenze. E poi sono importanti improvvisazione, humor,
ricordarsi del proprio passato di studente, essere un po' attore e saper
trasmettere il desiderio di apprendere. Certo - ammettono gli studenti
svizzeri - occorre tener conto del fatto che le classi sono sempre più
eterogenee, non solo dal punto di vista culturale, ma anche per le competenze
degli alunni. Tale situazione obbliga il docente ad essere aperto ad altre
culture, a certe innovazioni, a nuove metodologie didattiche. In sintesi,
occorre adattarsi al cambiamento.
La parola agli insegnanti
Se ne parla tanto, è vero - dice Maria Scotto, docente d'inglese
al liceo scientifico Segrè - in effetti è un lavoro che
può dare molto, ma in questo periodo sono più pessimista
di un tempo. Non posso dar torto a quegli studenti che hanno fatto un
ritratto così negativo dell'insegnamento. Ormai il nostro è
un mestiere senza peso sociale, bistrattato
da tutti, in primo luogo dai genitori. E mi riferisco agli strati sociali
più alti. Non c'è interesse, coinvolgimento, rispetto.
A volte scrivo tre, quattro volte sul diario chiedendo un colloquio
con i genitori e non ricevo risposta, al massimo mi scrivono se posso
sintetizzare il problema per scritto, sempre sul diario. Il nostro viene
vissuto all'esterno sempre più come un lavoro di ripiego. Anni
fa mi sembrava ancora di avere un ruolo, di poter essere un
punto di riferimento per i ragazzi, oggi sono più negativa.
L'istruzione pubblica si sta degradando, il nostro lavoro viene riconosciuto
sempre meno, siamo spesso ridotti a fare i burocrati e poiché
tutta una parte di lavoro non viene riconosciuta e retribuita molto
è lasciato all'iniziativa personale. Il servizio non fa che peggiorare
con il sovraffollamento delle classi, la mancanza di insegnanti di sostegno
e le 18 ore obbligatorie (non è più consentito avere ore
libere a disposizione ndr). Certo, il rapporto con i ragazzi varia da
scuola a scuola, da classe a classe. Ma l'insegnante è comunque
considerato uno 'sfigato', non gode più di stima e poco interessa
la sua competenza, la sua intelligenza, il suo maggiore o minore impegno.
Secondo Annamaria Ajello, professore ordinario di Psicologia dell'Educazione
presso l'Università di Roma La Sapienza il problema è
complesso e coinvolge anche la realtà territoriale. La cultura
idealistica secondo la quale il professore bravo è quello che
sa incantare gli studenti intervenendo a braccio è poco realistica
- dice - però non funziona nemmeno il professionismo spinto al
tecnicismo, che sacrifica una dimensione relazionale. Né istruire,
né educare possono essere considerati da soli ma, se si pensa
ad un intervento educativo efficace, occorre
avere capacità di cogliere tratti, attitudini, caratteristiche
degli interessi, delle competenze per fare in modo che partendo da tutto
questo si raggiunga qualche altro obiettivo. E il rapporto con le istituzioni?
Abbiamo fatto ricerche sull'autonomia e uno degli aspetti risaltanti
è il fatto che nella scuola attuale c'è bisogno di un
aggancio con il territorio. Questo richiede agli insegnanti una capacità
di relazionarsi con l'esterno, che non
può essere vista in antagonismo alla capacità di saper
fare lezione, di sapere costruire una relazione didattica. Infine, il
riconoscimento della professionalità prestata e del tempo necessario
in cui questa professionalità viene erogata, per cui se l'insegnante
fa più incontri con i genitori, assistenza agli adolescenti per
lo studio o altro, deve veder riconosciute queste attività anche
sotto forma di compenso.
Il caso Mastrocola
Polemica e demoralizzata anche Paola Mastrocola. Insegnante di lettere
in un liceo scientifico di Torino, diventata famosa con i suoi libri
che parlano di scuola e proprio del difficile ruolo d'insegnante. Dopo
il fortunato esordio con "La Gallina volante" (1999), e il
successivo "Palline di pane" (2001), ha vinto il Premio Campiello
2004 con "Una barca nel bosco".
"La scuola raccontata al mio cane" è il suo ultimo
libro, che affronta il tema della scuola in forma di narrazione in prima
persona, lasciando per una volta la mediazione del romanzo d'invenzione.
Perché la tormentata storia del mestiere d'insegnare raccontata
al proprio cane? Per non dare nulla per scontato, spiega l'autrice.
Per non scriverne da addetta ai lavori, perché è come
raccontarlo a un marziano, ma i marziani non sono a portata di mano.
Un libro che dovrebbero leggere la Moratti e i ministri dell'Istruzione
suoi predecessori. Un libro che sarebbe utile anche ai genitori e naturalmente
ai professori, come antidoto alle arrabbiature, alla noia, al disamore.
Quello del professore, scrive Mastrocola, è un
mestiere che non c'è più. Lei però si ostina
a farlo ancora e scrivendone aiuta certamente tanti altri, genitori
e professori, a credere ancora nell'insegnamento. E i ragazzi?
"Sono pochissimi i giovani che vogliono fare gli insegnanti - dice
Paola Mastrocola - dicono che si guadagna poco e che si fa una gran
fatica. Lo vedono come un mestiere ingrato, in cui si è poco
amati e si ottengono ben pochi risultati. Mi rattrista molto tutto ciò,
mi pare che non siamo riusciti a far passare la bellezza del nostro
mestiere, il suo essere meravigliosamente sganciato da un'utilità
pratica e dai miraggi del facile successo. È un mestiere di soddisfazioni
interiori e anche di forti idealità.
Possibile che oggi abbia inesorabilmente vinto il mito del denaro e
dell'apparire?"
In questo quadro è cambiato anche il rapporto tra insegnanti
e ragazzi?
"Non credo sia poi molto cambiato. Quel che vale è ancora
e sempre la reciproca stima, la serietà dell'impegno, e la verità
di quel che si è. Io non critico mai la scuola davanti
ai miei allievi, non credo che sia bene farlo. Cerco di fare tutto il
possibile perché la scuola, la loro scuola che è limitata
alla loro classe, funzioni al meglio. Tutto il resto è chiacchiera.
Uscita di lì, io posso discutere all'infinito sulle misere sorti
della scuola italiana, ma nella mia classe... la scuola è la
mia classe, e basta! Ne rispondo io."
E il rapporto con gli altri insegnanti?
"Alcuni sono d'accordo con me, altri no. Posso dire che ho avuto
molto più consenso di quanto ne avessi previsto, anche nelle
mie più rosee aspettative. Alcuni criticano non le mie idee,
ma il fatto stesso che io sia critica verso la scuola di oggi e questo
mi lascia decisamente molto perplessa. Penso che il pensiero
critico sia sempre positivo, a maggior ragione se esercitato
dall'interno".
Di cosa ci sarebbe bisogno davvero nella scuola?
"Di ricominciare tutto da capo, senza idee preconcette e soprattutto
senza filtri ideologici che da anni obnubilano la verità delle
cose. Per insegnare occorre libertà di pensiero, voglia di combattere
e un grande amore per quel che s'insegna."
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