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Sei qui: Città di Torino >> Informagiovani >> Rivista Informagiovani >> Num. 02/2005

VIVA L'AUTOGESTIONE
Le autogestioni sono l'applicazione del diritto dello studente ad autogestire degli spazi didattici e formativi.

di Sergio Capelli


C'era una volta La Pantera, il movimento studentesco che faceva riferimento con il proprio nome al grosso felino avvistato libero nelle campagne romane, adottato come simbolo di libertà ricercata e trovata, e attorno al quale si scatenò un vero e proprio parapiglia mediatico. Erano gli inizi degli anni '90 ed oggi, a quasi quindici anni di distanza, occupazioni, ma soprattutto autogestioni, sono un appuntamento pressoché fisso, che si rinnova costantemente di anno in anno. Appuntamento al quale i convenuti crescono costantemente.
Ma se La Pantera era un movimento di rottura, non altrettanto si può dire delle autogestioni che animano le scuole italiane negli ultimi anni. "Le autogestioni sono l'applicazione del diritto dello studente ad autogestire degli spazi didattici e formativi. Nello stesso tempo sono una forma di protesta, in questo caso contro la Riforma Moratti - ci dice Giulia Tosoni, responsabile torinese dell'UdS (Unione degli Studenti) - ma non per forza deve essere una rottura col corpo docente e con il preside. Anzi molto spesso è concordata con il preside…".
Passati i tempi della "lotta dura senza paura", scopriamo che esiste una sorta di
decalogo per la "buona autogestione". È pubblicato sul sito studenti.it, vero e proprio punto di riferimento per i frequentatori delle scuole medie superiori e non solo, e riporta i diktat dell'ex presidente dell'UdS, Alessandro Coppola. Partendo dalla necessaria democraticità della scelta di fare autogestione (ovvero si sceglie per maggioranza durante l'assemblea d'istituto, e non per volere di un singolo, o di un gruppo minoritario), si passa per la comunicazione al preside della votazione avvenuta e della decisione presa, "presentando le motivazioni, il programma, le intenzioni. Se il preside è civile non ci sarà rottura di rapporti. Se invece l'autogestione è contro il preside, le cose cambiano e anzi la rottura è il primo passaggio della protesta", fino ad arrivare alle attività che si svolgeranno durante la protesta: l'autogestione non è e non deve essere "fine a sé stessa". Deve avere un obiettivo, un progetto, una piattaforma. Anche legata a problemi assolutamente locali, al limite propri dell'Istituto singolo. Ma soprattutto deve avere un programma delle attività: laboratori, incontri culturali, discussioni e quant'altro devono essere proposti ed approvati in assemblea. L'organizzazione e la messa in atto delle decisioni prese sarà poi delegata ad un comitato organizzatore, che si preoccuperà dei contatti con l'esterno ed anche con gli insegnanti dell'istituto. "L'autogestione non è e non vuol essere un segno di rottura con il preside (tranne quando ciò non sia espressamente dichiarato) - continua Giulia Tosoni - l'autogestione come riappropriazione di spazi didattici prevede un nugolo di attività. I laboratori organizzati dagli studenti durante le autogestioni sono stati dei più svariati tipi: da quelli informativi sulla riforma Moratti, sui diritti degli studenti, o comunque legati a doppio filo con la vita studentesca; a quelli a più ampio raggio, che si sono occupati di guerra, un tema che in questo periodo è fortemente sentito dagli studenti. Ma non soltanto Iraq: anche i conflitti più dimenticati, da quelli centroafricani fino a quelli balcanici, e all'Afghanistan. Senza poi scordare i laboratori dedicati alla creatività studentesca: cineforum, laboratori musicali, ma anche 'artistici' nel senso più ampio del termine". Laboratori fine a sé stessi e sigillati dentro il contenitore autogestione? "Stiamo pensando alla raccolta di tutto il materiale prodotto nei laboratori autogestiti e alla sua messa in rete, così da dargli la giusta visibilità e dignità".
Autogestione come momento culturale di approfondimento e protesta, non coercitivo ("Mai togliere agli studenti la facoltà di studiare, anche durante l'autogestione" si raccomanda Coppola); un'esperienza di democrazia (quando attuata secondo i crismi) e di dialogo col corpo docente su tematiche esterne ai programmi scolastici. E proprio questa forma "soft" di protesta sembra aver tolto forza, almeno numerica, alle proteste più dure, quali le
occupazioni. "Quest'anno a Torino sono state molte le scuole che hanno fatto autogestione. Solo per citarne alcune il Volta, il Giordano Bruno, il Gioberti, il D'Azeglio, il Galileo Ferraris… ma solo l'istituto Colombatto ha scelto l'occupazione" ci dice Giulia Tosoni. Sorge spontanea la domanda: una volta l'ala dura della protesta era rappresentata dai licei. Si sta spostando l'epicentro della protesta? "Istituti Tecnici e Professionali sono quelli che pagheranno il maggior dazio alla Riforma Moratti, quelli che più di tutti saranno svantaggiati… all'interno dei Licei stiamo lentamente e faticosamente cercando di prendere coscienza della situazione".

 
Parlano i protagonisti
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Mauro Venezia, occupazione - Istituto Alberghiero Colombatto

Mauro, il Colombatto è stato l'unico istituto torinese occupato. Perché questa scelta?
Innanzitutto è una presa di posizione decisa contro la Riforma Moratti. Abbiamo scelto di occupare la scuola da giovedì 17 febbraio a sabato 19 perché abbiamo ritenuto che l'autogestione fosse una manifestazione inflazionata e poco incisiva. Abbiamo ritenuto opportuno utilizzare mezzi di protesta più incisivi, che ci hanno dato ragione, visto che la stampa si è occupata del caso.

Come si è arrivati alla decisione di occupare l'istituto?
Dopo un'assemblea d'istituto. Si è esposta l'idea ai compagni e si è riscontrato il parere favorevole della maggioranza.

È stata un'occupazione "concordata" col preside?
Abbiamo avvertito il vicepreside delle nostre intenzioni. E abbiamo cercato di fare le cose in modo da non creare troppi attriti. Ad esempio è stato concordato lo sgombero dell'edificio a mezzanotte e mezza, in maniera che nessuno ci dormisse dentro…

Com'è stata gestita l'occupazione? Ci sono state attività, c'era un programma?
In realtà non c'era nessun programma: abbiamo fatto in modo che chiunque fosse libero di fare ciò che voleva. Certo abbiamo organizzato un'assemblea sulla riforma Moratti, dove abbiamo spiegato contenuti e conseguenze del provvedimento, ma non abbiamo obbligato nessuno a partecipare. Tanto per dire: erano belle giornate, quelle dell'occupazione, e chi ha ritenuto di farlo ha potuto tranquillamente passarle giocando a pallone in cortile.

In che clima si è svolta l'occupazione?
Direi assolutamente sereno. Non abbiamo avuto nessun problema, e anche il "servizio d'ordine", che altro non era che un gruppo di studenti degli ultimi anni, non ha praticamente mai dovuto intervenire o richiamare nessuno, se non in maniera assolutamente tranquilla e bonaria.

Giacomo Donadio, ex rappresentante degli studenti del Liceo Scientifico Galileo Ferraris

Giacomo, il Galfer ha fatto autogestione, quest'anno?
Si, abbiamo autogestito alcuni spazi didattici, ma non parlerei di autogestione.

Ovvero?
Ovvero sono state organizzate delle assemblee di sensibilizzazione e di informazione per gli studenti e dei laboratori studenteschi, ma il tutto era stato concordato con il dirigente scolastico ed approvato dal consiglio d'istituto.

Perché questa scelta?
Perché esistono situazioni, e forse periodi storici, in cui il rischio è che a portare avanti il progetto e a tirare fuori le idee siano tre o quattro, e che il resto si accodi all'autogestione (o alla occupazione, in alcuni casi) solo con l'obiettivo di far casino. Noi abbiamo valutato di essere, hic et nunc, in questa situazione e di correre questo rischio. È stata una valutazione che si è fatta e che riguarda il nostro liceo, in questi tempi. L'anno scorso si è proposta questa forma mista di autogestione, quest'anno abbiamo ritenuto di doverla proporre nuovamente. Anche perché credevamo necessario informare e sensibilizzare gli studenti su alcuni temi scottanti.

Intendi la riforma Moratti?
Certo, ma non solo. Sono state organizzate assemblee sulle nuove guerre, sulla procreazione assistita, su molti temi che esulano completamente dai programmi scolastici. E abbiamo invitato a discutere con noi professori e professionisti del settore, in maniera il più possibile super partes.

Insomma, assemblee che colmano "buchi didattici"?
Di certi temi non si può parlare con i docenti, e probabilmente nemmeno loro gradirebbero farlo. E comunque sono stati organizzati laboratori di storia della musica, a colmare l'assenza della musica dalle materie di insegnamento, per esempio. Ma l'obiettivo primario resta senza dubbio quello della sensibilizzazione del corpo studentesco su temi che ci toccano da vicino.

 
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