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VIVA
L'AUTOGESTIONE
Le
autogestioni sono l'applicazione del diritto dello studente ad autogestire
degli spazi didattici e formativi.
C'era una volta La Pantera,
il movimento studentesco che faceva riferimento con il proprio nome al
grosso felino avvistato libero nelle campagne romane, adottato come simbolo
di libertà ricercata e trovata, e attorno al quale si scatenò
un vero e proprio parapiglia mediatico. Erano gli inizi degli anni '90
ed oggi, a quasi quindici anni di distanza, occupazioni, ma soprattutto
autogestioni,
sono un appuntamento pressoché fisso, che si rinnova costantemente
di anno in anno. Appuntamento al quale i convenuti crescono costantemente.
Ma se La Pantera era un movimento di rottura, non altrettanto si può
dire delle autogestioni che animano le scuole italiane negli ultimi anni.
"Le autogestioni sono l'applicazione del diritto dello studente ad
autogestire degli spazi didattici e formativi. Nello stesso tempo sono
una forma di protesta, in questo caso contro la Riforma Moratti - ci dice
Giulia Tosoni, responsabile torinese dell'UdS (Unione degli Studenti)
- ma non per forza deve essere una rottura col corpo docente e con il
preside. Anzi molto spesso è concordata con il preside
".
Passati i tempi della "lotta dura senza paura", scopriamo che
esiste una sorta di decalogo
per la "buona autogestione". È pubblicato sul sito studenti.it,
vero e proprio punto di riferimento per i frequentatori delle scuole medie
superiori e non solo, e riporta i diktat dell'ex presidente dell'UdS,
Alessandro Coppola. Partendo dalla necessaria democraticità
della scelta di fare autogestione (ovvero si sceglie per maggioranza durante
l'assemblea d'istituto, e non per volere di un singolo, o di un gruppo
minoritario), si passa per la comunicazione
al preside della votazione avvenuta e della
decisione presa, "presentando le motivazioni, il programma, le intenzioni.
Se il preside è civile non ci sarà rottura di rapporti.
Se invece l'autogestione è contro il preside, le cose cambiano
e anzi la rottura è il primo passaggio della protesta", fino
ad arrivare alle attività che si svolgeranno durante la protesta:
l'autogestione non è e non deve essere "fine a sé stessa".
Deve avere un obiettivo,
un progetto, una piattaforma. Anche legata a problemi assolutamente locali,
al limite propri dell'Istituto singolo. Ma soprattutto deve avere un programma
delle attività: laboratori, incontri
culturali, discussioni e quant'altro devono essere proposti ed approvati
in assemblea. L'organizzazione e la messa in atto delle decisioni prese
sarà poi delegata ad un comitato organizzatore, che si preoccuperà
dei contatti con l'esterno ed anche con gli insegnanti dell'istituto.
"L'autogestione non è e non vuol essere un segno di rottura
con il preside (tranne quando ciò non sia espressamente dichiarato)
- continua Giulia Tosoni - l'autogestione come riappropriazione
di spazi didattici prevede un nugolo di attività.
I laboratori organizzati dagli studenti durante le autogestioni sono stati
dei più svariati tipi: da quelli informativi sulla riforma Moratti,
sui diritti degli studenti, o comunque legati a doppio filo con la vita
studentesca; a quelli a più ampio raggio, che si sono occupati
di guerra, un tema che in questo periodo è fortemente sentito dagli
studenti. Ma non soltanto Iraq: anche i conflitti più dimenticati,
da quelli centroafricani fino a quelli balcanici, e all'Afghanistan. Senza
poi scordare i laboratori
dedicati alla creatività studentesca: cineforum, laboratori musicali,
ma anche 'artistici' nel senso più ampio del termine". Laboratori
fine a sé stessi e sigillati dentro il contenitore autogestione?
"Stiamo pensando alla raccolta di tutto il materiale prodotto nei
laboratori autogestiti e alla sua messa in rete, così da dargli
la giusta visibilità e dignità".
Autogestione come momento culturale di approfondimento e protesta, non
coercitivo ("Mai togliere agli studenti la facoltà di studiare,
anche durante l'autogestione" si raccomanda Coppola); un'esperienza
di democrazia (quando attuata secondo i crismi) e di dialogo col corpo
docente su tematiche esterne ai programmi scolastici. E proprio questa
forma "soft" di protesta sembra aver tolto forza, almeno numerica,
alle proteste più dure, quali le occupazioni.
"Quest'anno a Torino sono state molte le scuole che hanno fatto autogestione.
Solo per citarne alcune il Volta, il Giordano Bruno, il Gioberti, il D'Azeglio,
il Galileo Ferraris
ma solo l'istituto Colombatto ha scelto l'occupazione"
ci dice Giulia Tosoni. Sorge spontanea la domanda: una volta l'ala dura
della protesta era rappresentata dai licei. Si sta spostando l'epicentro
della protesta? "Istituti Tecnici e Professionali sono quelli che
pagheranno il maggior dazio alla Riforma Moratti, quelli che più
di tutti saranno svantaggiati
all'interno dei Licei stiamo lentamente
e faticosamente cercando di prendere coscienza della situazione".
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Mauro Venezia, occupazione - Istituto Alberghiero Colombatto
Mauro,
il Colombatto è stato l'unico istituto torinese occupato.
Perché questa scelta?
Innanzitutto è una presa di posizione decisa contro la
Riforma Moratti. Abbiamo scelto di occupare la scuola da giovedì
17 febbraio a sabato 19 perché abbiamo ritenuto che l'autogestione
fosse una manifestazione inflazionata e poco incisiva. Abbiamo
ritenuto opportuno utilizzare mezzi di protesta più incisivi,
che ci hanno dato ragione, visto che la stampa si è occupata
del caso.
Come
si è arrivati alla decisione di occupare l'istituto?
Dopo un'assemblea d'istituto. Si è esposta l'idea ai compagni
e si è riscontrato il parere favorevole della maggioranza.
È
stata un'occupazione "concordata" col preside?
Abbiamo avvertito il vicepreside delle nostre intenzioni. E abbiamo
cercato di fare le cose in modo da non creare troppi attriti.
Ad esempio è stato concordato lo sgombero dell'edificio
a mezzanotte e mezza, in maniera che nessuno ci dormisse dentro
Com'è
stata gestita l'occupazione? Ci sono state attività, c'era
un programma?
In realtà non c'era nessun programma: abbiamo fatto in
modo che chiunque fosse libero di fare ciò che voleva.
Certo abbiamo organizzato un'assemblea sulla riforma Moratti,
dove abbiamo spiegato contenuti e conseguenze del provvedimento,
ma non abbiamo obbligato nessuno a partecipare. Tanto per dire:
erano belle giornate, quelle dell'occupazione, e chi ha ritenuto
di farlo ha potuto tranquillamente passarle giocando a pallone
in cortile.
In
che clima si è svolta l'occupazione?
Direi assolutamente sereno. Non abbiamo avuto nessun problema,
e anche il "servizio d'ordine", che altro non era che
un gruppo di studenti degli ultimi anni, non ha praticamente mai
dovuto intervenire o richiamare nessuno, se non in maniera assolutamente
tranquilla e bonaria.
Giacomo
Donadio, ex rappresentante degli studenti del Liceo Scientifico
Galileo Ferraris
Giacomo,
il Galfer ha fatto autogestione, quest'anno?
Si, abbiamo autogestito alcuni spazi didattici, ma non parlerei
di autogestione.
Ovvero?
Ovvero sono state organizzate delle assemblee di sensibilizzazione
e di informazione per gli studenti e dei laboratori studenteschi,
ma il tutto era stato concordato con il dirigente scolastico ed
approvato dal consiglio d'istituto.
Perché
questa scelta?
Perché esistono situazioni, e forse periodi storici, in
cui il rischio è che a portare avanti il progetto e a tirare
fuori le idee siano tre o quattro, e che il resto si accodi all'autogestione
(o alla occupazione, in alcuni casi) solo con l'obiettivo di far
casino. Noi abbiamo valutato di essere, hic et nunc, in questa
situazione e di correre questo rischio. È stata una valutazione
che si è fatta e che riguarda il nostro liceo, in questi
tempi. L'anno scorso si è proposta questa forma mista di
autogestione, quest'anno abbiamo ritenuto di doverla proporre
nuovamente. Anche perché credevamo necessario informare
e sensibilizzare gli studenti su alcuni temi scottanti.
Intendi
la riforma Moratti?
Certo, ma non solo. Sono state organizzate assemblee sulle nuove
guerre, sulla procreazione assistita, su molti temi che esulano
completamente dai programmi scolastici. E abbiamo invitato a discutere
con noi professori e professionisti del settore, in maniera il
più possibile super partes.
Insomma,
assemblee che colmano "buchi didattici"?
Di certi temi non si può parlare con i docenti, e probabilmente
nemmeno loro gradirebbero farlo. E comunque sono stati organizzati
laboratori di storia della musica, a colmare l'assenza della musica
dalle materie di insegnamento, per esempio. Ma l'obiettivo primario
resta senza dubbio quello della sensibilizzazione del corpo studentesco
su temi che ci toccano da vicino.
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