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marzo/aprile 2004






bambino africano armato


Siti
Coalizione internazionale
"Stop Using Child Soldiers!"
www.child-soldiers.org
-
Coalizione italiana
"Stop all'uso dei bambini soldato!"
www.bambinisoldato.it
- Unicef internazionale
www.unicef.org
- Amnesty International Italia
www.amnesty.it
-Coopi: Ong che ha progetti con i bambini soldato in Sierra Leone
www.coopi.org
-Istituto Internazionale di Stoccolma per la Ricerca sulla Pace
www.sipri.se
-Rete europea di ricerca dei bambini coinvolti nei conflitti armati
www.childreninarmedconflict.org
-Gruppo di ricerca e d'informazione sulla pace e la sicurezza
www.grip.org


Legislazione internazionale per la tutela dei bambini-soldato

1977 Protocolli addizionali alle Convenzioni di Ginevra.
Per la prima volta si accenna al reclutamento di minori, fissando l'età minima di 15 anni.

1989 Convenzione sui diritti dell'infanzia.
Pur definendo "bambino" ogni essere umano sino ai 18 anni, si limita l'impegno degli stati a non arruolare minori di 15 anni nelle azioni di guerra.

1990 Carta Africana sui diritti e benessere del fanciullo.
Unico trattato regionale a menzionare la questione dei minori soldato e primo a elevare l'età minima per il reclutamento a 18 anni.

1998 Statuto della Corte penale internazionale.
Reclutamento e partecipazione in conflitti armati di minori di 15 anni sono considerati crimini contro l'umanità.

1999 Convenzione 182 dell'Ilo (Organizzazione Internazionale del Lavoro) sulle peggiori forme di lavoro infantile.
Il reclutamento di minorenni viene inserito fra le peggiori forme di sfruttamento lavorativo minorile. Si fissa a 18 anni l'età minima per arruolare i più giovani.

2000 Protocollo addizionale alla Convenzione sui diritti dell'infanzia.
Si stabilisce che il reclutamento obbligatorio può avvenire a 18 anni, per quello volontario è sufficiente aver superato i 15 anni.
Il trattato è entrato in vigore il 12 febbraio 2002, data in cui si celebra la "Giornata internazionale dei bimbi soldato".

Fonti
I dati e le citazioni dell'articolo sono tratti da:
Caritas Italiana (a cura di), Non chiamarmi soldato. I bambini combattenti tornano a casa: frammenti di pace in Sierra Leone, EGA

LENZERINI F., La tutela del minore nei conflitti armati, in "Rivista internazionale dei diritti dell'uomo", gennaio-aprile 2000
Dossier Soldati bambini in Il mondodomani, mensile Unicef, gennaio 2003

AA.VV., Disegni di guerra, EMI
Raich J., L'inferno a Monrovia, in Internazionale, dicembre 2003

I BAMBINI SOLDATO: UNA GUERRA ANCORA PIÙ SPORCA

di Paola Bizzarri

Il 12 febbraio del 2002 entrava in vigore il "Protocollo opzionale alla Convenzione sui diritti del fanciullo sul coinvolgimento dei bambini nei conflitti armati". Il trattato internazionale vietava l'utilizzo dei bambini-soldato. Dopo due anni, mezzo milione di minori continua ad essere impiegato in eserciti regolari e gruppi armati di opposizione di oltre ottanta paesi…. La sola via d'uscita è la pace.

Adolescenti in divisa
I bambini utilizzano, nei giochi, termini e movimenti necessari per convincere se stessi e gli adulti che le loro immaginazioni sono realtà.
"Quando maneggiavo la mia mitragliatrice pesante, nessuno osava ostacolarmi. Gridavo a chi mi stava di fronte: 'Ti ucciderò se ti muovi!'".
Associamo con difficoltà l'idea dell'infanzia a quella della violenza, delle armi e della guerra. Per questa ragione, quelle dure parole fanno correre il pensiero all'imitazione di un film facilmente memorizzato.
Chi ha raccontato questa scena, però, all'epoca aveva tredici anni e riportava un episodio dove spari, carnefici e vittime erano veri, coinvolgendolo in prima persona: il giovane era un miliziano, appartenente al Revolutionary United Front (RUF) della Sierra Leone.
Lo Stato dell'Africa occidentale, dal 1991 sino al 1999, è stato distrutto da una straziante guerra civile, numerosi golpe e rivolte armate. In quegli anni, più di 7mila soldati bambini furono costretti alle armi, a causa di poco convincenti motivi etnici e di più consistenti volontà di controllo delle redditizie risorse diamantifere locali.
Lo stesso scenario si ripropone in altri angoli del mondo: secondo l'ultimo rapporto della Coalizione italiana "Stop all'uso dei soldati bambini!", nel 2003, in Uganda, a migliaia sono stati costretti a fuggire da casa per evitare di essere rapiti ed arruolati nell'Esercito di resistenza del Signore; in Colombia circa 11mila bambini sono utilizzati dai gruppi armati e nel Myanmar (ex Birmania) 70mila rinforzano le fila dell'organico delle forze armate governative.
Nonostante i maggiori circuiti informativi limitino il fenomeno a "terre lontane", si trovano soldati al di sotto dei diciotto anni anche nell'"insospettabile" Europa, dove i casi più noti riguardano la Bosnia-Herzegovina, il Kosovo e la Macedonia. Pochi sono, invece, a conoscenza che nel Regno Unito, tra il marzo 1998 e lo stesso mese del 1999, circa 9mila minori sono stati arruolati. Attualmente, militano nelle forze armate inglesi più di 5mila reclute con meno di diciotto anni. Nelle guerra delle Falklands-Malvinas e nella prima del Golfo sono morti più di novanta militari minorenni.
Gli Stati Uniti d'America offrono alla Comunità internazionale pessimi esempi: non solo, insieme alla Somalia, sono gli unici a non aver ratificato la Convenzione sui diritti del fanciullo del 1989, ma applicano, unitamente a Australia, Regno Unito e molti altri Paesi, la pratica di accettare volontari di sedici anni negli eserciti regolari e nei gruppi armati.
La ferma opposizione (non solo) statunitense, inoltre, ha impedito che nel Protocollo riguardante il coinvolgimento dei minorenni nei conflitti armati - adottato nel maggio del 2000 dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite - si estendesse l'obbligo dei 18 anni anche per il reclutamento volontario in regolari eserciti.
Evidenti le conseguenze: in diverse parti del mondo, ragazzini di 16 anni possono arruolarsi come volontari, quando, tuttavia, non è molto facile distinguere tra un reclutamento volontario e una scelta forzata da famiglie economicamente deboli.
Il Protocollo, pur con questa grave falla, finalmente eleva a 18 anni l'età minima per l'arruolamento obbligatorio. Fino al 2002, la disciplina internazionale fissava ufficialmente a 15 anni l'età minima per la partecipazione a operazioni militari.

L'orrore in parole
Il deserto nell'anima

A., sedici anni, ex bambino soldato in Sierra Leone, ricorda: "Di solito riunivamo i nostri nemici in piccoli gruppetti e iniziavamo a intimorirli raccontando loro quello che sarebbe accaduto. La gente ci supplicava di lasciarli in pace, ma il gioco era farli impazzire. (…) Poi si presentava 'Capitan 2 mani' con il machete e la condanna era evidente…".
Perché giovanissimi esseri sono costretti a mutilare, torturare, uccidere e morire in guerra?
Il lacunoso assetto giuridico spiega solo in parte il fenomeno. I bambini soldato esistono come atroce conseguenza di un fatto: la guerra e la lunga serie di nefandezze che la generano e da essa sono generate.
Oggi, le guerre hanno mutato la loro natura di scontro aperto fra due o più stati sovrani: sono lotte civili, fratricide, lunghe e sanguinose, mosse dalla sete di risorse naturali, dove il ruolo delle multinazionali occidentali è lontano dall'essere chiarito.
Di fronte ad un simile scenario, anche i bambini possono divenire risorsa, manovalanza da usare in battaglia, nemici da combattere e da far combattere.


DOVE E QUANTI SONO I BAMBINI SOLDATO?
Dove e quanti sono i bambini soldato?
La lista è amaramente lunga: Angola, Burundi, Congo-Brazzaville, Liberia, Repubblica democratica del Congo, Ruanda, Sierra Leone, Somalia, Sudan, Uganda, Afghanistan, Iran, Iraq, Israele e Territori Occupati Palestinesi, Myanmar (ex Birmania), Sri Lanka, Nepal, Filippine, Colombia, Perù.
Negli ultimi anni, circa 300mila adolescenti tra i dieci e i sedici anni, di cui 120mila solo nel continente africano, sono stati arruolati e impiegati in conflitti armati in più di 40 paesi al mondo. Altre stime, tuttavia, elevano il numero sino a mezzo milione.
Negli ultimi 10 anni: 1 milione e mezzo di bambini è stato ucciso e più di 4 milioni sono stati feriti in guerra. Altri milioni devono vivere in zone disseminate di mine e ordigni inesplosi, ma letali anche anni dopo la fine delle ostilità. Negli ultimi venti anni, 20 milioni di bimbi sono stati costretti, a causa della guerra, a abbandonare le loro case e a diventare profughi.

Decenni di guerre - in Sierra Leone, quella civile è proseguita per undici anni- di malattie, tra cui l'Aids, hanno decimato la popolazione maschile adulta e hanno reso necessario reclutare nuove forze: ecco, allora, che si coinvolgono i giovanissimi.
Miseria e povertà forniscono terreno fertile per l'arruolamento di ragazzini e bambine. Infilare il fucile al braccio diventa molto più facile se intorno non esistono prospettive. Scuole chiuse, famiglie in lotta contro una fame cronica, nessuna possibilità di lavoro: un kalashnikov dà cibo, vestiti, un'alternativa, l'unica, all'indigenza più nera.
Le Tigri per la liberazione del Tamil Ealal (Ltte), in Sri Lanka, hanno ammesso di avere arruolato in passato migliaia di bambini, sostenendo che i giovani si presentavano spontaneamente per sfuggire alla fame e agli abusi delle forze governative.
Guerra si coniuga con armi, fabbricate e rivendute, dalle quali si ricavano soldi e ricchezza. Le industrie produttrici d'armamenti, oggi, cercano all'estero i propri guadagni. Nel 2001, infatti, dei 191 Stati, ben 166 hanno importato con transazioni del tutto legali armi dagli undici leaders mondiali del mercato, fra i quali ritroviamo: Stati Uniti, Russia, Israele, Gran Bretagna, Francia, Germania, Svezia, Cina, Ucraina, Italia e Canada.
Se le esili braccia di ragazzini mal sopportano mitragliatrici e fucili pesanti, subito l'evoluzione tecnologica produce e commercia armi leggere, maneggevoli e dall'uso semplice, adatte alle forze di adolescenti. Queste "novità" si trovano a prezzi accessibili: in Uganda, è possibile acquistare una mitragliatrice automatica AK, con 10-20 dollari, ma, in mancanza di denaro, si può barattare l'oggetto con un pollo; nel Kenya settentrionale, la stessa arma può essere venduta ad un costo equivalente a quello di una capra o di un montone. Nella produzione di questi fucili, lanciarazzi, mine antiuomo troviamo ancora una volta: Usa, Regno Unito e Italia.
Una guerra origina famiglie separate, orfani, fanciulli rifugiati non accompagnati, per i quali l'esercito finisce con il rappresentare un sostituto del nucleo familiare: "Le milizie di Taylor [Charles Taylor, ex presidente della Liberia, attualmente è accusato di crimini di guerra dal Tribunale speciale per la Sierra Leone] sono arrivate a casa mia e hanno ucciso i miei genitori e i miei fratelli. Sono rimasto da solo, allora ho preso un Ak-47 e mi sono unito a loro. La milizia è la mia famiglia".

Unico riferimento: la ferocia
Accanto a ragazzi combattenti che decidono di unirsi "volontariamente" al gruppo armato, si contano migliaia di casi di rapimento e induzione a combattere.
In Etiopia, ad esempio, negli anni 90, polizia e militari giravano per le strade prelevando giovani e adolescenti nei villaggi e nelle aree più povere delle città. In Myanmar, interi gruppi di adolescenti, di età compresa tra i 15 e i 17 anni, sono stati sequestrati a scuola e arruolati con la forza. Gli unici ad essere rilasciati sono i giovani provenienti da famiglie benestanti dietro il pagamento di un riscatto.
Facilmente indottrinabili e non ancora in grado di distinguere realtà e immaginazione, inizialmente vengono sfruttati per la consegna di messaggi o il trasportato di armi e munizioni; in seguito, sono sottoposti a pericolosissime attività quali l'attraversamento di zone minate o lo spionaggio in campi nemici: un bambino soldato subisce, se catturato, il medesimo trattamento di un qualunque prigioniero adulto. Prova di quanto sostenuto si trova nel recente scandalo per la detenzione e, dopo ripetuti appelli di organizzazioni umanitarie, la liberazione avvenuta il 29 gennaio di questo anno, di tre prigionieri afgani di età compresa fra i 13 e i 15 anni rinchiusi nella base militare di Guantanamo Bay perché giudicati "combattenti nemici degli USA". Human Right Watch, organizzazione in difesa dei diritti umani, sostiene che oltre i tre bambini liberati, a Guantanamo ci sono sedicenni e diciassettenni privati delle condizioni speciali garantite ai minorenni dai trattati internazionali, per esempio, si trovano in celle con detenuti adulti.
Per avviarli all'uso della violenza, i ragazzi vengono terrorizzati; per addestrarli alla morte e agli assassinii, li si fa assistere o prendere parte a torture ed esecuzioni di genitori, familiari e conoscenti; per scoraggiarli nella fuga, viene loro insegnato a punire, mutilare e uccidere i compagni disobbedienti. Così, costruiti nuovi individui, Cobra, Dissident Baby, Bloody Moon, generale Push the Button - adolescenti dai nomi fantasiosi misti agli orrori vissuti - riescono a incutere più terrore dei soldati adulti: sono impulsivi, trovano forza e coraggio sotto effetto di alcol e droghe soprattutto marijuana e anfetamine.
Narcotizzati, i soldati in erba credono di essere invulnerabili agli spari e alle pallottole: "Prendi queste pillole - disse il mio comandante - con queste non avrai più paura, sarai imbattibile. Ad ogni attacco una medicina diversa: a volte me la iniettavano, a volte bevevo strani cocktail. Ho visto amici impazzire, perché sotto l'effetto della medicina erano costretti a bruciare le loro case".
Non sono solo i ragazzi ad ingrossare le fila dei combattenti: le ragazze, se non sparano, vengono destinate a lavare vestiti e divise, cucinare e offrire servizi sessuali tanto ai commilitoni quanto ai nemici per carpire notizie o informazioni utili. In Uganda, ad esempio, le giovani, rapite dall'Esercito della Resistenza del Signore, vengono costrette a sposare i responsabili militari. Se il "marito" muore, sono sottoposte a una cerimonia tradizionale di purificazione e, successivamente, assegnate di nuovo in "matrimonio" a un responsabile.

Dalla fine all'inizio
Chi arma un bambino e lo obbliga a commettere simili atrocità ha disegni decisamente più vasti del solo disporre di milizie a basso costo.
Addestrare bambini e adolescenti a divenire soldati significa annientare un popolo, ferendolo nel suo passato, presente e futuro. Significa distruggere non solo le vite dei giovani, ma una intera comunità che, in un primo tempo, temendo il rapimento e il reclutamento dei propri figli, abbandona terre, risorse e lavoro in mano agli assalitori. A guerra finita, respingerà i giovanissimi reduci, ritenendoli sempre a metà strada tra innocenza e responsabile colpevolezza.
Sul lungo termine, inoltre, quella parte ferita o mutilata dei giovani combattenti non sarà più in grado di lavorare. Abbandonate le armi e tolta l'uniforme, restano corpi feriti, affaticati da asma, tubercolosi, disturbi della tiroide, dolori diffusi nelle braccia, nelle gambe e nel petto, problemi ai denti, vista e udito. Non solo, restano menti afflitte e agitate: "I miei sogni?- confida Derrik, di diciannove anni - Beh, ogni tanto rivivo, nel sonno, il jungle system, il nostro sistema di vita e le nostre giornate nella foresta. E mi inquieto, e torno a sentire la paura". Tutti soffrono di ansia, attacchi di aggressività, difficoltà di concentrazione, ma, per chi potrà ricevere l'istruzione mai avuta e cure mediche, la speranza di "guarire" esiste, anche per merito dell'aiuto fornito dai centri d'accoglienza di Caritas, missionari Saveriani e di organismi come Unicef.
Ci sono anche piccoli tossicodipendenti, i più sfortunati tra gli sfortunati: dipendenti dalla droga, a guerra terminata, trattengono le armi per rubare e razziare, procurandosi il denaro per altre sostanze stupefacenti.
Eliminare le tremende conseguenze della guerra, tra cui i bambini soldato, è indispensabile, ma non sarà mai sufficiente: esse si riprodurranno sempre, sino a quando non cesseranno le cause che scatenano conflitti.
Nel 1988, si contavano circa 200mila ragazzi sotto i 16 anni combattenti negli eserciti regolari e in quelli ribelli. L'adozione di forti strumenti internazionali e la continua denuncia di organizzazioni sono stati fondamentali per ostacolare il problema, che però prosegue.
Una soluzione esiste ed è contenuta in quelle che, per ora, rimangono solo parole: "Noi popoli delle Nazioni Unite, decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra… abbiamo risoluto di unire i nostri sforzi per il raggiungimento di tali fini.". Era il 26 giugno del 1945.

 
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