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marzo/aprile 2004






cantante africana


Angoli vicini di suoni lontani

Ecco gli indirizzi di Torino dove trovare vere chicche di musica originale a ottimi prezzi (2,50/3 euro le cassette, 5 i cd):

- Musica araba:
Italmag, Corso Regina Margherita 123, tel.011/43.67.638

- Musica senegalese-africana: Baobab Video, Corso Regina Margherita 125/E, tel.011/43.66.474

- Musica cinese:
Nuova Cina, Via delle Orfane 27 B, tel.011/19.71.40.84

- Musica indiana e del Bangladesh: Huma, via Sant'Anselmo 22/B, tel. 011/659.61.06

MUSICA D'ALTRI MONDI
Torino e, per estensione geopolitica e culturale, il Piemonte intero rappresentano attualmente la capitale del musica italiana.

di Francesca Ferrando

Un sabato come tanti altri. Porta Palazzo esplode: verdura, arance "due-chili-un-euro", vestiti con scritte in inglese. Due donne africane comprano il pane; un ragazzo marocchino vende menta, calze e qualche confezione di pile. Devo scrivere questo articolo sulla musica dei migranti a Torino. Non so da dove cominciare: il tema è meraviglioso e immenso. Mentre pensierosa sbuccio un mandarino nel freddo polare di questo gennaio piemontese, il ragazzo che vende menta mi chiede: "Ehi amica, tutto bene?". Bene, anzi benissimo. C'è il sole, anche se si congela, e mi sto per immergere in una delle realtà più colorate della scena musicale torinese. Ma a lui, fiutando la possibilità di fare due chiacchiere sul tema, rispondo: "Più o meno. Devo scrivere un articolo sulla musica maghrebina e…" "Musica maghrebina?". Proprio come pensavo: Sahid, questo è il suo nome, si entusiasma e quando scopre che il rai piace anche a me la conversazione sembra non avere più fine…

Le rai c'est chic
Questo il titolo di una bella canzone di Cheb Mami, artista algerino che insieme ai connazionali Chaba Fadela e Cheb Khaled ha portato il rai a un riconoscimento internazionale. Tutto nasce a Orano, città dell'Algeria occidentale conosciuta come "la piccola Parigi" del Nord Africa. Prima dell'indipendenza, raggiunta nel 1962, la città era suddivisa in quartieri: francese, spagnolo, arabo ed ebraico, ciascuno con la propria musica e atmosfera. In questo melting pot musicale si sviluppa una realtà di fondamentale importanza per la nascita del rai: lo stile musicale-poetico libero da ogni inibizione delle cheikhas, donne spesso orfane o figlie di famiglie povere che hanno molto da raccontare e assai poco da perdere. Cheikha Remitti è una delle più note rappresentanti di questo stile. Artista di grande abilità e coraggio, in un'Algeria insanguinata dal fondamentalismo islamico, canta contro il valore della verginità e descrive la ripugnante condizione delle giovani date in sposa a uomini vecchi. Khaled, re indiscusso del genere grazie al grande successo della canzone "Aïcha", indicherà l'opera di Cheikha Remitti come una delle sue principali fonti di ispirazione. Anche il rai è una musica di protesta, nonostante il cantante Cheb Sahraoui affermi: "Il rai è per fare festa e non ha niente a che vedere con la politica". Eppure in un paese come l'Algeria il divertimento può diventare un atto politico e un cantante un sovversivo: Cheb Hasni, principe del rai sentimentale, viene ucciso il 29 settembre 1994 da un commando del Gruppo Armato Islamico. Il suo "peccato"? Aver parlato d'amore in modo troppo fisico e descrittivo. La sua morte ha causato una ferita profonda e non ancora rimarginata nel mondo del rai.
Il recente successo di Faudel e Rachid Taha, artisti entrambi nati in Francia, mostra le nuove prospettive che si aprono per questo genere musicale: la contaminazione con il funk e il rap.

Salam Aleikum
Sahid deve ancora vendere un po' di menta e di calze per fare la giornata. Parlare di musica alleggerisce il cuore ma anche il portafoglio se non si presta più attenzione ai clienti. Salutandomi, mi indica un negozietto di musica proprio a cinque minuti a piedi dal mercato. Il proprietario si chiama Mohammed e vende ogni genere musicale arabo: dallo stile classico, definito "Al Andalus", al moderno. Vorrei fare quattro chiacchiere con lui ma il negozio è pieno - nessun italiano, tanto che appena entro Mohammed mi nota subito e mi sorride. Decido di passare più tardi e mi dirigo alla videoteca di Thierno. Gli spiego che sto scrivendo un articolo sulla musica dei migranti a Torino. Risponde: "Dimmi almeno due nomi di musicisti senegalesi". Sono presa alla sprovvista ma non a torto: troppe volte i giornalisti parlano di ciò che non sanno e Thierno, prima di aiutarmi, vuole tastare il mio grado di conoscenza/ignoranza. Mi concentro, non posso farmi la figuraccia. Fortunatamente due nomi scivolano dolci dolci sulle labbra: "Cheikh Lô e Ismaël Lô. Meno male che hanno lo stesso cognome…". Thierno si mette a ridere e ci stringiamo la mano.

Africando a Torino
Artisti senegalesi? Tanti, dallo stile unico seppure inconfondibilmente nazionale: dalle tradizioni in lingua pulaar rivisitate da Baaba Maal, alla malinconica solarità dell'Orchestra Baobab, che propone una fusione di rumba e ritmi afro-cubani con percussioni africane. L'Orchestra ha collaborato con Youssou N'Dour, il re internazionale del ritmo mbalax, la cui carriera inizia negli anni Settanta come cantante per la Étoile de Dakar. Gruppo storico sia a livello musicale sia sociale, accanto a un'ottima mescolanza di ritmi e di canto stile griot, la band rivendica le proprie origini cantando in wolof - lingua autoctona - e indirizzando la propria musica non alle élite ma alle classi più deboli, che vivono sulla propria pelle le conseguenze dell'urbanizzazione e dell'esplosione demografica del paese.
"E le donne?" chiedo a Thierno. A differenza di altri paesi africani, dove le artiste hanno rapidamente conquistato grande visibilità - basti pensare alle vedettes congolesi o alle jalimusolu del Mali - in Senegal questo processo si è rivelato più lento e difficile. Negli ultimi anni c'è stata però una rivalsa, come mi conferma l'immediata risposta di Thierno: "Kiné Lam, Viviane N'Dour, Coumba Gawlo". Prende una cassetta dalla copertina fucsia, con la foto di una donna dai grandi occhi di pantera: l'album è "Sa Líí Sa Léé" e la voce di Coumba Gawlo è calda e limpida.
Ma l'Africa è grande e la conversazione si sposta sulla Costa d'Avorio e su Alpha Blondy che, accanto al sudafricano Lucky Dube, è uno dei primi artisti africani a utilizzare il reggae per esprimere inquietudini e speranze sociali. Esco dal negozio di Thierno con due cassette di musica, dieci amici in più e una gran voglia di trasferirmi in Africa…

Una cassetta mandarina
Con la testa tra le nuvole, mentre penso a come fare per sopravvivere a Dakar - l'unica cosa che mi viene in mente è fare la venditrice ambulante di spaghetti - mi scontro in un ragazzo dagli occhi a mandorla. Proprio a lui chiedo dove si può acquistare musica cinese. Incuriosito ma discreto, indica un stradina alla nostra sinistra: "lì c'è negozio". Apro la sottile porta di vetro: accanto al tavolo un ragazzo cinese indaffarato non mi nota neppure. Nessuno parla italiano. Solo un gentilissimo adolescente si mette con me a frugare tra le varie cassette per aiutarmi a decifrare titoli e stili. Chiedo di Wu Man - musicista del sud, allieva di Lin Shicheng - e del trombettista Cui Jian, il padre del rock cinese, ma sarà per la mia pronuncia o per la giovane età dei ragazzi, fatto sta che nessuno mi capisce. Acquisto due cassette in base alla copertina: ascoltandole mi accorgerò che una, anche se prodotta a Hong Kong, contiene musica araba da discoteca.

Sognando l'India
In sella alla mia bicicletta razzo senza freni mi sposto da Porta Palazzo a San Salvario. Nel call center/videoteca di Humo mi accoglie tutto il calore dell'India e del Bangladesh. Passo una buona ora ad ascoltare le cassette che lui e Jamal mettono su per me senza interruzione. Una variegata clientela si alterna di fronte a noi: donne nigeriane, coppie rumene e un dolce ragazzo afgano, che mi assicura di essere l'unico a Torino proveniente da quel paese: "È da due anni che cerco di incontrare connazionali: non ne ho mai trovati". Tra una cassetta e l'altra il discorso cade sulla musica classica e su Ravi Shankar. Raffinatissimo esecutore di musica hindustani, maestro di George Harrison dei Beatles, col suo sitar incantò le platee di tutto il mondo: Shankar si esibirà con l'Orchestra Sinfonica di Londra e, parallelamente, suonerà ai festival di Woodstock (1969) e di Monterrey (1967). Ma nonostante lo stile classico indiano sia estremamente apprezzato in patria, Humo e i simpatici ragazzi che lo aiutano sembrano preferire ritmi alla Bollywood. Le popolarissime colonne sonore dei film di una delle industrie cinematografiche più fertili del mondo variano dal techno-pop di Vijaya Anand alla voce di Lata Mangeshkar, e fanno sognare ogni giorno milioni di persone.
Persa nei suoni serpentini e magici di queste musiche speziate, lo scoccare delle sette e mezza di sera mi coglie all'improvviso. Mentre le saracinesche di queste piccole finestre sul mondo si abbassano, la Torino nottambula bianca, nera, meticcia si sveglia per un'altra serata vissuta insieme all'insegna del ballo e della musica…

 
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