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Angoli
vicini di suoni lontani
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Ecco
gli indirizzi di Torino dove trovare vere chicche di musica
originale a ottimi prezzi (2,50/3 euro le cassette, 5 i cd):
- Musica araba:
Italmag, Corso Regina Margherita 123, tel.011/43.67.638
- Musica senegalese-africana: Baobab Video, Corso Regina
Margherita 125/E, tel.011/43.66.474
- Musica cinese:
Nuova Cina, Via delle Orfane 27 B, tel.011/19.71.40.84
- Musica indiana e del Bangladesh: Huma, via Sant'Anselmo
22/B, tel. 011/659.61.06
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MUSICA
D'ALTRI MONDI
Torino e, per estensione geopolitica
e culturale, il Piemonte intero rappresentano attualmente la capitale
del musica italiana.
di
Francesca Ferrando
Un sabato
come tanti altri. Porta Palazzo esplode: verdura, arance "due-chili-un-euro",
vestiti con scritte in inglese. Due donne africane comprano il pane; un
ragazzo marocchino vende menta, calze e qualche confezione di pile. Devo
scrivere questo articolo sulla musica dei migranti a Torino. Non so da
dove cominciare: il tema è meraviglioso e immenso. Mentre pensierosa
sbuccio un mandarino nel freddo polare di questo gennaio piemontese, il
ragazzo che vende menta mi chiede: "Ehi amica, tutto bene?".
Bene, anzi benissimo. C'è il sole, anche se si congela, e mi sto
per immergere in una delle realtà più colorate della scena
musicale torinese. Ma a lui, fiutando la possibilità di fare due
chiacchiere sul tema, rispondo: "Più o meno. Devo scrivere
un articolo sulla musica maghrebina e
" "Musica maghrebina?".
Proprio come pensavo: Sahid, questo è il suo nome, si entusiasma
e quando scopre che il rai piace anche a me la conversazione sembra non
avere più fine
Le
rai c'est chic
Questo il titolo di una bella canzone di Cheb Mami, artista algerino
che insieme ai connazionali Chaba Fadela e Cheb Khaled ha portato il
rai a un riconoscimento internazionale. Tutto nasce a Orano, città
dell'Algeria occidentale conosciuta come "la piccola Parigi"
del Nord Africa. Prima dell'indipendenza, raggiunta nel 1962, la città
era suddivisa in quartieri: francese, spagnolo, arabo ed ebraico, ciascuno
con la propria musica e atmosfera. In questo melting pot musicale si
sviluppa una realtà di fondamentale importanza per la nascita
del rai: lo stile musicale-poetico libero da ogni inibizione delle cheikhas,
donne spesso orfane o figlie di famiglie povere che hanno molto da raccontare
e assai poco da perdere. Cheikha Remitti è una delle più
note rappresentanti di questo stile. Artista di grande abilità
e coraggio, in un'Algeria insanguinata dal fondamentalismo islamico,
canta contro il valore della verginità e descrive la ripugnante
condizione delle giovani date in sposa a uomini vecchi. Khaled, re indiscusso
del genere grazie al grande successo della canzone "Aïcha",
indicherà l'opera di Cheikha Remitti come una delle sue principali
fonti di ispirazione. Anche il rai è una musica di protesta,
nonostante il cantante Cheb Sahraoui affermi: "Il rai è
per fare festa e non ha niente a che vedere con la politica". Eppure
in un paese come l'Algeria il divertimento può diventare un atto
politico e un cantante un sovversivo: Cheb Hasni, principe del rai sentimentale,
viene ucciso il 29 settembre 1994 da un commando del Gruppo Armato Islamico.
Il suo "peccato"? Aver parlato d'amore in modo troppo fisico
e descrittivo. La sua morte ha causato una ferita profonda e non ancora
rimarginata nel mondo del rai.
Il recente successo di Faudel e Rachid Taha, artisti entrambi nati in
Francia, mostra le nuove prospettive che si aprono per questo genere
musicale: la contaminazione con il funk e il rap.
Salam
Aleikum
Sahid deve ancora vendere un po' di menta e di calze per fare la giornata.
Parlare di musica alleggerisce il cuore ma anche il portafoglio se non
si presta più attenzione ai clienti. Salutandomi, mi indica un
negozietto di musica proprio a cinque minuti a piedi dal mercato. Il
proprietario si chiama Mohammed e vende ogni genere musicale arabo:
dallo stile classico, definito "Al Andalus", al moderno. Vorrei
fare quattro chiacchiere con lui ma il negozio è pieno - nessun
italiano, tanto che appena entro Mohammed mi nota subito e mi sorride.
Decido di passare più tardi e mi dirigo alla videoteca di Thierno.
Gli spiego che sto scrivendo un articolo sulla musica dei migranti a
Torino. Risponde: "Dimmi almeno due nomi di musicisti senegalesi".
Sono presa alla sprovvista ma non a torto: troppe volte i giornalisti
parlano di ciò che non sanno e Thierno, prima di aiutarmi, vuole
tastare il mio grado di conoscenza/ignoranza. Mi concentro, non posso
farmi la figuraccia. Fortunatamente due nomi scivolano dolci dolci sulle
labbra: "Cheikh Lô e Ismaël Lô. Meno male che
hanno lo stesso cognome
". Thierno si mette a ridere e ci
stringiamo la mano.
Africando
a Torino
Artisti senegalesi? Tanti, dallo stile unico seppure inconfondibilmente
nazionale: dalle tradizioni in lingua pulaar rivisitate da Baaba Maal,
alla malinconica solarità dell'Orchestra Baobab, che propone
una fusione di rumba e ritmi afro-cubani con percussioni africane. L'Orchestra
ha collaborato con Youssou N'Dour, il re internazionale del ritmo mbalax,
la cui carriera inizia negli anni Settanta come cantante per la Étoile
de Dakar. Gruppo storico sia a livello musicale sia sociale, accanto
a un'ottima mescolanza di ritmi e di canto stile griot, la band rivendica
le proprie origini cantando in wolof - lingua autoctona - e indirizzando
la propria musica non alle élite ma alle classi più deboli,
che vivono sulla propria pelle le conseguenze dell'urbanizzazione e
dell'esplosione demografica del paese.
"E le donne?" chiedo a Thierno. A differenza di altri paesi
africani, dove le artiste hanno rapidamente conquistato grande visibilità
- basti pensare alle vedettes congolesi o alle jalimusolu del Mali -
in Senegal questo processo si è rivelato più lento e difficile.
Negli ultimi anni c'è stata però una rivalsa, come mi
conferma l'immediata risposta di Thierno: "Kiné Lam, Viviane
N'Dour, Coumba Gawlo". Prende una cassetta dalla copertina fucsia,
con la foto di una donna dai grandi occhi di pantera: l'album è
"Sa Líí Sa Léé" e la voce di Coumba
Gawlo è calda e limpida.
Ma l'Africa è grande e la conversazione si sposta sulla Costa
d'Avorio e su Alpha Blondy che, accanto al sudafricano Lucky Dube, è
uno dei primi artisti africani a utilizzare il reggae per esprimere
inquietudini e speranze sociali. Esco dal negozio di Thierno con due
cassette di musica, dieci amici in più e una gran voglia di trasferirmi
in Africa
Una
cassetta mandarina
Con la testa tra le nuvole, mentre penso a come fare per sopravvivere
a Dakar - l'unica cosa che mi viene in mente è fare la venditrice
ambulante di spaghetti - mi scontro in un ragazzo dagli occhi a mandorla.
Proprio a lui chiedo dove si può acquistare musica cinese. Incuriosito
ma discreto, indica un stradina alla nostra sinistra: "lì
c'è negozio". Apro la sottile porta di vetro: accanto al
tavolo un ragazzo cinese indaffarato non mi nota neppure. Nessuno parla
italiano. Solo un gentilissimo adolescente si mette con me a frugare
tra le varie cassette per aiutarmi a decifrare titoli e stili. Chiedo
di Wu Man - musicista del sud, allieva di Lin Shicheng - e del trombettista
Cui Jian, il padre del rock cinese, ma sarà per la mia pronuncia
o per la giovane età dei ragazzi, fatto sta che nessuno mi capisce.
Acquisto due cassette in base alla copertina: ascoltandole mi accorgerò
che una, anche se prodotta a Hong Kong, contiene musica araba da discoteca.
Sognando
l'India
In sella alla mia bicicletta razzo senza freni mi sposto da Porta Palazzo
a San Salvario. Nel call center/videoteca di Humo mi accoglie tutto
il calore dell'India e del Bangladesh. Passo una buona ora ad ascoltare
le cassette che lui e Jamal mettono su per me senza interruzione. Una
variegata clientela si alterna di fronte a noi: donne nigeriane, coppie
rumene e un dolce ragazzo afgano, che mi assicura di essere l'unico
a Torino proveniente da quel paese: "È da due anni che cerco
di incontrare connazionali: non ne ho mai trovati". Tra una cassetta
e l'altra il discorso cade sulla musica classica e su Ravi Shankar.
Raffinatissimo esecutore di musica hindustani, maestro di George Harrison
dei Beatles, col suo sitar incantò le platee di tutto il mondo:
Shankar si esibirà con l'Orchestra Sinfonica di Londra e, parallelamente,
suonerà ai festival di Woodstock (1969) e di Monterrey (1967).
Ma nonostante lo stile classico indiano sia estremamente apprezzato
in patria, Humo e i simpatici ragazzi che lo aiutano sembrano preferire
ritmi alla Bollywood. Le popolarissime colonne sonore dei film di una
delle industrie cinematografiche più fertili del mondo variano
dal techno-pop di Vijaya Anand alla voce di Lata Mangeshkar, e fanno
sognare ogni giorno milioni di persone.
Persa nei suoni serpentini e magici di queste musiche speziate, lo scoccare
delle sette e mezza di sera mi coglie all'improvviso. Mentre le saracinesche
di queste piccole finestre sul mondo si abbassano, la Torino nottambula
bianca, nera, meticcia si sveglia per un'altra serata vissuta insieme
all'insegna del ballo e della musica
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