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SPECIALE | |
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| Sei qui: Città di Torino >> Informagiovani >> Rivista Informagiovani >> Num. 02/2004 | ||
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LA CITTÀ CHE CAMBIA Una società multiculturale è potenzialmente più ricca, più bella, più interessante. La cucina, la musica, il cinema, i luoghi del divertimento e del lavoro, la scuola e la strada, tutto cambia faccia e si riveste di nuove opportunità. Ma gli stranieri, con la loro presenza, possono anche enfatizzare le contraddizioni della società che li accoglie: crisi economica, disoccupazione, conflittualità fra generazioni. Un bivio inevitabile, forse, dagli esiti sempre mutevoli e imprevedibili. Ma anche una sfida appassionante, alla quale nessuno può considerarsi estraneo. Gli argomenti sono tanti e complessi: immigrazione, integrazione, contaminazione, convivenza, città del futuro, globalizzazione a domicilio. Quanta roba. Per introdurli, diamo uno sguardo ai neonati torinesi del 2002. di Giovanni Monaco Ebbene, circa il 14 per cento del totale ha entrambi i genitori di nazionalità non italiana, mentre un altro 18 per cento li ha di nazionalità mista. E la matematica, si sa, offre (quasi) sempre risultati inoppugnabili. In questo caso - si tratta di banale addizione - scopriamo che il 32 per cento dei "pupi" made in Turin sono stati procreati da papà e mamme d'importazione. Cosa cambia? Niente, anzi tutto. Perché questo dato è segnalato al rialzo e saranno sempre di più i neotorinesi con gli occhi puntati sulle Alpi e mezzo cuore ancorato a patrie lontane, lontanissime. E allora bisogna lavorare, creare integrazione, costruirla mattone su mattone, litigio dopo litigio, convergenza dopo intesa. Don Cavallo, il parroco del Duomo spiega: "Ormai celebro soltanto sette - otto battesimi l'anno. Non di più. Qui in centro la maggioranza dei nuovi nati non è di religione cattolica e, a quanto pare, gli italiani in età da figli preferiscono abitare in altri quartieri". Le cose cambiano e il cuore della città è sempre il primo ad avvertire i mutamenti. Il dibattito, si sa, ha creato varie scuole di pensiero. Quella per cui sarebbe bene che gli immigrati si adattassero alle nostre usanze e costumi al più presto. E quella secondo cui, un'invasione di tali proporzioni ci imporrà cambiamenti forzati che non abbiamo chiesto e neanche immaginato, vista anche l'aggressività religiosa di alcune minoranze. C'è invece chi ritiene il cambiamento in ogni caso proficuo e foriero di buone novità. Si dice: è chiaro che tutti ci modificheremo, noi e loro, comunque la città sarà migliore. Peraltro c'è sottolineare, visto che le statistiche lo dimostrano, che la nostra città "propende al dialogo", come il sindaco spesso sottolinea. Qui si è sviluppata un'immigrazione più stanziale che altrove, tanto che la maggior parte degli studenti immigrati e dei loro genitori vorrebbe rimanere qui. Molti hanno portato a Torino le loro famiglie, si sono sposati qui da noi, lavorano, pagano le tasse e si integrano. Ci sono i problemi, inutile negarli. Innanzitutto la prostituzione, ormai all'80 per cento controllata da gruppi stranieri e alimentata con lo sfruttamento della povertà dei paesi dell'Africa e dell'Est europeo. Poi c'è lo spaccio di droga, praticato agli angoli delle nostre strade da giovani perlopiù nordafricani e che - com'è noto - spesso rispondono a grandi organizzazione rigorosamente italiane. Ci sono le difficoltà di quartieri come Porta Palazzo e San Salvario ed esistono tutti i problemi di integrazione causate sempre dalla matematica: quando la quantità di persone che varca le frontiere è superiore alla quantità di spazio disponibile, si comincia a sgomitare. La povertà resta terreno fertile per la delinquenza e la mancanza di lavoro onesto per tutti è una delle fonti principali di degrado. Non è che gli immigrati abbiano l'esclusiva, perché i reati vengono commessi senza distinzione di provenienza un po' da tutti. Gli industriali, i datori di lavoro in genere, ribattono: gli immigrati servono, perché ci sono molti lavori che gli italiani non sono più disposti a fare. Per la verità, gli italiani non sono disposti a lavorare se sottopagati o con stipendi al limite della povertà; ma è anche vero quello che afferma il Collegio costruttori: in Provincia di Torino sono circa 16 mila gli iscritti alla Cassa Edile. Di questi il 25% è rappresentato da manodopera extracomunitaria. "Una percentuale destinata a crescere in previsione dei giochi olimpici - commenta il presidente dei costruttori, Gino Grignolio -. Il lavoro per gli immigrati c'è e crescerà ancora". La questione, tuttavia, è strutturale. La prima ondata può risolvere problemi contingenti, ma dopo? E poi c'è la questione sollevata dalla Fondazione Agnelli, in una recente ricerca: le stime considerate più attendibili dalla Fondazione indicano in circa 2,5 milioni gli stranieri presenti in Italia, con circa 400mila ragazzi minorenni. Ma occorre anche ricordare che le nascite di bambini stranieri sono circa 30mila all'anno su un totale di 550mila in tutta Italia. Una percentuale destinata ad aumentare (si dovrebbe arrivare a 40mila nascite entro la fine del decennio). Dunque, nel corso dei prossimi dieci anni, si immagina di giungere a circa un milione di giovani immigrati di seconda generazione, concentrati in una fascia di età limitata. E questo comporterà non pochi problemi. "Sul mercato del lavoro, ad esempio, verrà a cadere - spiegano alla Fondazione - il patto tacito della cosiddetta 'integrazione subalterna' che ha favorito l'accettazione degli immigrati. Le seconde generazioni saranno infatti meno disponibili ad accettare i lavori rifiutati dagli italiani". Già adesso, peraltro, alcune banche piemontesi evidenziano un aumento degli stranieri regolari costretti a indebitarsi per sostenere un tipo di vita simile a quello degli italiani. Quindi delle due l'una: o i salari saranno decorosi per tutti o una sorta di disagio sociale sarà sempre presente. Intanto, però, l'integrazione avanza. Tra mille difficoltà e distinguo, la città ci cambia sotto gli occhi. Negli asili i nostri bambini giocano con i coetanei che parlano con il loro stesso accento, ma hanno la pelle più scura. Per le nostre vie gli stessi locali pubblici trovano impulso vitale dall'intraprendenza, dalla cultura e dalle tradizioni e - perché no - dalla cucina di importazione. Nelle nostre città sempre più spesso le persone di fiducia hanno un passaporto diverso: dalle infermiere, alle baby sitter, alle colf, a quelle che con un neologismo burocratico si chiamano badanti. Ma ci sono anche i primi imprenditori stranieri che si mettono in proprio aprendo ristoranti, locali di ritrovo, piccole cooperative di servizi di interpretariato, traduzioni, mediazione culturale. Un ragionamento utilitaristico prevede che tutti, soprattutto gli immigrati di seconda generazione, si considerino prima di tutto italiani. Da un lato il vantaggio sarebbe proprio per chi italiano lo è da generazioni (cosa sarebbero gli Stati Uniti senza immigrati?), dall'altro per chi è arrivato da poco. E poi questo dimostrerebbe che si è saputa creare una nuova comunità. A chi è immigrato si devono dare elementi a sufficienza affinché il suo orgoglio, la sua appartenenza, il suo senso di "casa" traslochi qui da noi. Sino a che l'atteggiamento principale sarà il rifiuto, ovviamente la risposta non potrà che essere - in termini negativi - l'esclusivo attaccamento alle tradizioni e alle culture di provenienza. Non è un'operazione facile, perché presume anche apertura e disponibilità da parte degli stranieri, oltre che intelligenza e tolleranza da parte nostra. Ma il senso di identità è il pilastro di ogni comunità e farne a meno sarebbe una sconfitta. Chiudiamo con la testimonianza che la maestra Carla Ponzio, trentun anni dietro una cattedra di Mirafiori, ha dato sulle colonne de "La Stampa". Nelle sue parole la città che cambia, una periferia in fragile equilibrio tra problemi mai risolti e voglia di futuro: "In soli due anni - spiega - gli alunni non italiani sono saliti al 15% degli iscritti. Una crescita esponenziale. Non negativa, comunque. I romeni e i cinesi hanno una visione quasi religiosa della scuola: per loro, studiare è un onore e un privilegio. Provengono da territori in cui se una persona si laurea fa festa tutto il paese. Dunque sono portatori di un modello positivo, se si vuole d'altri tempi, ma che può far riflettere anche gli altri bambini. Più difficile è invece il rapporto con i maghrebini, attratti dalla tentazione del bullismo e del maschilismo. In generale, comunque, dove c'è mescolanza di popoli c'è vivacità e ricchezza, e alla fine ha sempre vinto, almeno a Torino, l'integrazione". |
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