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NATI
DA DONNA "Mia madre mi ha insegnato a stare con gli altri, ad aiutare il prossimo, ad essere disponibile", oppure "Sono molto fiera di mia madre e spero che lei possa sempre essere fiera di me", ma anche "Mi sono sempre preoccupata di non voler essere come mia madre". di Daniela Finocchi Sono alcuni stralci dei tanti elaborati (ben 136) giunti al concorso "Nati da donna - la mia genealogia femminile" ideato dal Centro Studi e Documentazione Pensiero Femminile di Torino (accolto e fatto proprio dalla Commissione Pari Opportunità della Regione Piemonte, finanziato dal Fondo Sociale Europeo). I ragazzi e le ragazze delle scuole superiori sono stati invitati a scoprire, ricostruire, raccontare le storie di vita delle donne della propria famiglia. L'iniziativa è stata preceduta da incontri di preparazione rivolti agli insegnanti, affinché guidassero le proprie classi allo svolgimento del tema proposto e "la risposta - come sottolineano le stesse organizzatrici - è stata vivace, entusiasta, superiore alle nostre aspettative". Tanto superiore che alla giornata di premiazione alla Cascina Marchesa erano presenti oltre 250 persone. Ma andiamo per ordine. Cosa si proponeva questa iniziativa e cosa sottende al concetto di "genealogia femminile"? La storia con la esse maiuscola Scriveva Luce Irigaray: "Di questa genealogia di donne, dato il nostro esilio nella famiglia del padre-marito, tendiamo a dimenticarne la singolarità e perfino a rinnegarla". La nostra cultura, infatti, ha sempre riservato scarsa attenzione alle donne. La storia con la esse maiuscola è stata fatta e scritta dagli uomini, dai loro trattati, dalle loro guerre ed ogni testo scolastico è lì a ricordarlo. Ma nessun testo parla di cosa facessero le donne nel frattempo. "Il lavoro di cura dei bambini, di sostentamento della famiglia, di impegno nelle fabbriche e nelle campagne - dice Aida Ribero, presidente del Centro Studi e Documentazione Pensiero Femminile - non ha dignità politica, né documentazione pedagogica e didattica. La figura della madre, al di là delle descrizioni presenti nella letteratura, nell'arte, nella religione e oggi nei mass-media, non ha una sua rappresentazione fondata su dati concreti della realtà, ma è affidata prevalentemente ai miti, alle religioni, alle astrazioni, alle proiezioni psicologiche e ideologiche, che hanno riversato sull'immaginario collettivo una serie di fantasie riconducibili a figure stereotipate. È una madre parlata, detta da altri, definita in funzione dei bisogni di altri: lei in prima persona ha parlato ben poco". Insomma, la nostra civiltà non ha mai riconosciuto l'opera e l'autorità materna, né ha educato i suoi figli ad imparare ad amare la madre (che è altra cosa dal mito della maternità). Il concetto di genealogia femminile Non dimentichiamo le teorie psicoanalitiche relative all'identità femminile. Il percorso che Freud fa fare alla bambina per diventare donna consiste nell'inseguimento di ciò che lei non ha, ossia del pene. La bambina ama la madre solo perché la crede in possesso del pene e la dovrà necessariamente odiare quando si renderà conto che è "castrata". Scrive Freud nella sua Introduzione alla psicanalisi: "il distacco (dalla madre, ndr) avviene all'insegna dell'ostilità, l'attaccamento alla madre finisce in odio". E il ritorno alla madre può avvenire solo con l'identificazione successiva con il ruolo ad essa assegnato dalla cultura patriarcale. Questa visione è stata da tempo smentita dall'elaborazione del concetto di genealogia femminile, che ha ormai una storia forte di trent'anni di pensiero delle donne. Da Antoinette Fouque a Julia Kristeva, da Adrienne Rich a Luce Irigaray, la rilettura critica delle vecchie teorie ha ribaltato la relazione tra madri e figlie. L'individuazione di sé come essere femminile non può avvenire per "separazione", quindi, ma solo grazie all'amore-gratitudine nei confronti della madre. "L'amore per la madre è necessario alla figlia per poter amare anche se stessa e le altre donne - dice Aida Ribero - il riconoscimento d'appartenenza al proprio sesso deve essere strettamente congiunto con il riconoscimento dell'autorevolezza femminile. È da una sola donna che nasciamo, è a lei che dobbiamo riconoscenza. Ma, come ci avverte la Rich, il passaggio di questo primitivo e ancestrale testamento d'eredità biologica non va associato con l'eredità sociale e culturale. Tra i due momenti vi è un profondo solco determinato dalla cultura patriarcale che ha diffuso il disprezzo per la donna, unitamente al mito della maternità (purché il frutto sia un figlio maschio). La ricerca di un'autorevolezza femminile è strettamente collegata con la libertà. Far nascere nelle giovani donne il senso del valore dell'autorevolezza della madre per poter avere il senso della propria autorevolezza: questo ci sembra essere il modo più incisivo per smantellare il disprezzo della donna, che inconsciamente diventa disprezzo di sé, in modo da aiutare a costruire persone sessuate al femminile, fiere di esserlo". Lo sguardo e il ricordo Ecco così il via a una ricerca, una ricostruzione che ha appassionato le ragazze e i ragazzi come non mai. Gli elaborati ci offrono storie di lavoro, di emigrazione, di amore e di lutto. Sono ricchi di episodi, attenti ai particolari e tutti rivelano l'entusiasmo della scoperta. Il rapporto "madri e figlie" si svela tra ammirazione e contrasti, ma sempre intriso di profondo affetto. Ecco alcune frasi raccolte nel libro nato a conclusione dell'esperienza: "La mamma sembra non sentire la fatica delle otto ore lavorative. Una volta a casa abbandona tutto lo stress accumulato durante la giornata per dedicare alla famiglia parole di affetto e sorrisi che riscaldano l'atmosfera". "Ripercorrendo l'albero genealogico della mia famiglia ho scoperto che per tre generazioni sono venute alla luce solo donne". "Nel '76 la mamma ha lasciato la sua famiglia in Viet-Nam per venire qui in Italia con il mio papà e mia sorella. Da allora lei e la sua mamma non si sono più riviste. Ventisei anni sono tanti, ma non abbastanza per separarle, perché io sono sicura che in ognuna di loro c'è ancora il sogno di reincontrarsi. E' il legame che tiene unite tutte le madri e le figlie". Poi c'è la storia raccontata da madri, nonne e bisnonne: "I tre fratelli partirono per il fronte e il lavoro nei campi venne ridotto. Il cibo scarseggiava e il lavoro delle sorelle bastava appena al comune sostentamento". "Quando ero piccola il parroco mi portava su una collina quando bombardavano il ponte sul Ticino e mi diceva di guardare gli aerei perché li guidava il mio papà ed io ero contenta". "Venivano i soldati a prendermi a casa e mi facevano vestire da Piccola italiana con cappello, gonna e scarpe nere e camicia bianca. Ci facevano marciare tutto il sabato mattina e dovevamo urlare "Viva il Duce!". È stato un periodo bruttissimo". "Andammo incontro al militare che tornava. Era il mio papà. La mamma era contentissima. La prima bambina che abbracciò non ero io, ma la mia cuginetta di due anni, perché lui mi ricordava così ed era convinto che fossi io". Gli uomini: "Il papà era più temuto della mamma e chiamato scherzosamente, ancora oggi da noi nipoti, lo 'sceriffo'". "I miei genitori si erano separati a causa di una relazione extra-coniugale di mio padre: io non lo perdonai mai. Morì da solo, forse come meritava". "Il nonno la lasciava spesso sola per giorni, ma non per motivi di lavoro o a causa della guerra, ma per motivi futili. Spariva per giorni interi e quando tornava a casa era sempre ubriaco. Spesso lasciava la moglie e i figli a digiuno, perché rovesciava di proposito, con un calcio, la pentola della minestra tra i ceppi accesi". Gli studi: "La nonna era analfabeta, all'epoca non si mandavano a scuola le donne". "Mia madre non poté frequentare la prima elementare perché la scuola era troppo distante". "Molte mattine non andavo a scuola perché dovevo guardare i bimbi, invece di fare la bimba". Il lavoro: "In fabbrica le mie compagne parlavano in dialetto stretto e io non capivo una parola". "Terminati gli studi vince il concorso per un posto nella gestione merci delle Ferrovie dello Stato. È una delle prime donne a lavorare presso le ferrovie e deve perciò guadagnarsi il rispetto dei colleghi". "Lavorava in campagna come mondariso e spesso mi raccontava del grande cappello che doveva portare per proteggersi dal sole e del grembiulone con cui cercava di salvarsi dalle zanzare". Il dolore: "La mia bisnonna ebbe ben quattordici figli, dieci dei quali non riuscirono a sopravvivere più di un giorno". "Agnese aveva solo trentatré anni quando prese il comando della famiglia, dopo la morte del marito quarantenne". "Si sentì soprattutto in colpa per la perdita di suo nipote, morto a quindici anni, annegato in mare mentre stava pescando con i suoi amici, in un freddo giorno d'inverno". Gli svaghi: "Noi correvamo per i campi, andavamo a catturare le lucciole e a raccogliere le margherite, e poi c'era la monda del riso!". "I miei divertimenti principali erano le uscite con le amiche e le serate nelle prime balere. Erano momenti magici... Infatti una di queste serate conobbi il nonno". "A Torino si ballava il boogie-woogie. Il mio ballerino fisso si chiamava Marianini che divenne poi un personaggio abbastanza noto in televisione: ballava bene e si esprimeva in modo molto forbito". E, naturalmente, l'amore: "Io portavo le oche di mio zio al laghetto e lui lavorava in un campo lì vicino. Ci siamo subito voluti bene". "La nonna era innamorata di un altro, ma i suoi genitori avevano già combinato il matrimonio". "Un'estate quando ero incinta di mia figlia Valentina mi sono arrampicata sul ciliegio per prendere delle ciliege che erano in punta. Ormai avevo il pancione e quando dovevo scendere non ce la facevo più. Sono rimasta sull'albero per più di due ore. Quando mio marito tornò a casa mi fece scendere dall'albero però mi sentivo così imbarazzata che sono scoppiata a piangere. Lui mi prese in braccio e mi strinse così forte che tutte le mie paure scomparvero all'istante. Adesso mi ricordo con gioia quei momenti e mi rendo conto di quanto fossi una bambina". Nata due volte Cinque gli scritti premiati (tra i quali un "premio speciale alla ricerca" per una difficile e ricca ricostruzione storica con tanto di book fotografico). A parlare per tutti è Laura Lorusso, allieva di terza liceo scientifico, vincitrice del concorso (3 milioni di vecchie lire in viaggi). Lei ha tracciato un bel ritratto al femminile della sua famiglia "emigrata" dalla Puglia a Novara, tra proverbi di rara saggezza ("A piangere il morto sono lacrime perse" penserà inevitabilmente la mamma Laura alla notizia della morte di sua madre), nonne concrete e battagliere, padri e fratelli di nuova generazione. "È stata un'esperienza significativa svolgere questa ricerca - dice Laura - un'occasione d'incontro con mia madre in un percorso interiore, fatto di luoghi della memoria e strade del suo cuore che mi hanno permesso di conoscere meglio lati di lei che trovo affini ai miei come l'ansia per ciò che non conosco e che mi fa paura perché temo di non saper governare, il sentirmi altro nei confronti del mondo circostante che a volte mi impedisce di trovare amici, lo spirito d'osservazione che mi permette di capire chi mi trovo davanti, la continua ricerca di miei spazi e di libertà, la costanza e l'impegno nello studio che si trasforma in amore, il desiderio di coerenza e di onestà. È come se fossi nata una seconda volta, grazie all'educazione che ho ricevuto dai miei genitori, che pure molte volte mi è sembrata scomoda e troppo severa, ma che mi rende consapevole di quel che sono nel rapporto con la vita e con gli altri. È stato bello sentirmi più vicino a quella mia famiglia che mi è sempre stata negata dalla lontananza, sentirmi parte di un affetto più grande, testimone ed erede di queste vite, di valori, di ricordi". Educare alla differenza Insomma, la mamma di certe pubblicità edulcorate o quella di certe "famiglie da copertina patinata" è stata smentita, spazzata via con forza e ironia dalla realtà della storia, quella vera, quella della vita. "Le giovani donne, in un mondo che è ancora segnato e molto dai riferimenti maschili - dice Maria Grazia Pellerino della Commissione Pari Opportunità della Regione Piemonte - hanno la necessità di potersi identificare in modelli che per genere appartengono loro. Per i ragazzi possiamo pensare in termini di acquisizione di consapevolezza della differenza di genere, dei valori di entrambe le linee di discendenza. Per tutti questo lavoro, che non è una ricerca ma un intervento in sé, rappresenta un momento di relazione con la famiglia: ragazzi e ragazze che si fermano a pensare alla storia recente in termini di verità, di realtà, con uno sguardo che restituisce la giusta importanza alle donne, ad esempio nei processi di immigrazione tra nord e sud, e per altro verso al significato di essere casalinghe. La consapevolezza della differenza di genere e la strada per l'effettiva affermazione della libertà delle donne e questo percorso passa attraverso la modifica dei valori culturali fondati sul pensiero universale maschile apparentemente neutro. E proprio dalla scuola può partire un'educazione alla differenza di genere che porti ciascuno a potersi definire identitariamente in termini di libertà". Contrariamente a quanto afferma la politica della mera e sterile uguaglianza, per la politica della differenza (di genere e sessuale) gli elementi costitutivi della femminilità - quali prendersi cura degli altri, accogliere "l'altro da sé" (maternità), vivere la sessualità non disgiunta dall'affettività - diventano fondamentali e irrinunciabili. Il pensiero della differenza è quindi il passaggio necessario per far nascere un mondo simbolico delle donne cioè quel livello profondo di una cultura che non è dato percepire né modificare senza una presa di coscienza, di decifrazione di testi e comportamenti sociali, di trasformazione attraverso le pratiche politiche. In questo senso la differenza sessuale viene posta come paradigma per tutte le altre differenze. Se riconosciuta e rispettata verranno riconosciute e rispettate anche le differenze etniche, politiche, religiose e, in generale, di pensiero. |
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