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articoli marzo/aprile 2003
cultura





rapper americano





GRAFFITI E MUSICA SPEZZATA: HIP HOP E CIÒ CHE CI CIRCONDA

di Francesca Ferrando
Treno per Milano, guardo fuori dal finestrino: nelle stazioni che incrociamo non più vecchi treni grigi di smog, ma graffiti arcobaleno a vivacizzare e a rendere unico ciò che prima era di serie. Fermata di Vercelli: un ragazzo alto con pantaloni larghissimi, cappellino da marinaio e felpa con scritte dalle lettere cubitali, che riproducono lo stile dei graffiti, entra nello scompartimento e si siede vicino a me. Dal suo walkman, che spara a tutto volume, esce una canzone rap di Eminem. Entro in un bar di Milano a chiedere informazioni sul bus da prendere: appesa a una parete la pubblicità di una palestra con i corsi elencati, tra i quali la break-dance.La cultura hip hop è ormai divenuta parte integrante delle nostre icone quotidiane, ma agli inizi essa rappresentava un'espressione artistica marginale, misconosciuta o addirittura rinnegata dall'ufficialità. A partire dall'abbigliamento caratteristico: i pantaloni over-size, oggi venduti ovunque senza limiti di prezzo, venivano usati dai ragazzi poveri dei ghetti neri americani a cui i fratelli maggiori passavano i propri indumenti. Se gli occhiali da sole molto scuri e i cappelli portati bassi sulla fronte avevano lo scopo di non farsi riconoscere durante la notte, mentre si dipingevano illegalmente le pareti della città, è ormai comune vederli indossare a gente che non ha mai preso la bomboletta in mano.
L'hip hop nasce alla fine degli anni Settanta come espressione della cultura di strada del South Bronx, quartiere di New York caratterizzato da una dura quotidianità fatta di violenza, droga e criminalità. L'abbondante presenza di palazzi abbattuti o abbandonati, nella zona, era una conseguenza del progetto di ricostruzione autostradale realizzato in quegli anni, che avrebbe permesso ai veicoli provenienti da Manhattan, l'area ricca della Grande Mela, di uscire rapidamente dalla città passando sopra agli edifici della zona povera senza doverla attraversare.
In questo contesto di degradazione urbana bande di ragazzini pieni di immaginazione, ma a corto di soldi, iniziano a forgiare un nuovo stile che stravolgerà completamente il concetto d'arte riportandolo, per certi versi, alla sua più originale purezza. Dalla musica alla danza, dalla pittura alla vita vera e propria, l'arte viene concepita come creazione spontanea e dirompente ovunque e comunque, al di fuori dell'ambito commerciale. Dipingere illegalmente graffiti su di un vecchio muro significa crearsi un proprio codice di autoregolamentazione e rinnegare il sistema d'arte convenzionale, in quanto si produce un'opera non vendibile, accessibile a tutti, e anonima per gli esterni. Proprio per le circostanze di illegalità che circondano il disegno, il nome nella firma viene sostituito con uno pseudonimo, chiamato "tag", che talvolta compone il graffito stesso.
I creatori della nuova cultura si autodefiniscono "bboys" (termine tuttora utilizzato per i seguaci dell'hip hop), e cioè i ragazzi del Bronx, ma anche i "black boys", i "bad boys" e i "break-boy" o "boogie-boy" - coloro che ballano ai "block party" (evento di strada che coinvolge il vicinato); le ragazze vengono invece definite "fly-girl" o "b-girl". Le quattro espressioni artistiche maggiormente sviluppate in questo nuovo contesto culturale sono: il rap, le composizioni musicali del deejay, il graffitismo e la break-dance.
La break-dance è un tipo di danza che viene esibita per strada e si caratterizza per le rotazioni sulle ginocchia, sulla schiena o addirittura sulla testa, per le mosse frammentate, i passi acrobatici ma, soprattutto, per il contatto con il suolo, che dà vita a movimenti mai studiati fino ad allora nella storia della danza occidentale. Parallelamente alla break-dance si sviluppa la "electric boogee", che include movenze da mimo e da robot, e in cui il ballerino sembra percorso da numerose correnti elettriche, riflettendo e riproponendo col corpo il contesto meccanico ed urbano in cui è nata questa danza. Negli anni '80 la break-dance viene inserita nei programmi del Black Power Movement (Movimento del Potere Nero), per risolvere il problema della violenza tra bande rivali: la supremazia su di un territorio non sarà più determinata attraverso cruente risse, che spesso finiscono in tragedie, ma da sfide di break, durante le quali la banda che dimostra maggiori abilità tecniche e acrobatiche vince.
Cogliere il concetto di sfida significa comprendere l'essenza stessa dell'hip hop: in un periodo in cui la violenza di strada miete la vita di troppi ragazzi di colore, la danza, ma anche la pittura, la musica e la parola ritmata (il rap) creano un nuovo spazio in cui definire la gerarchia di potere del ghetto. Una parola-chiave della cultura hip hop è proprio "battle", che indica la competizione pacifica tra ballerini, artisti aerosol, deejays o rappers. La sfida, soprattutto quella musicale, si lega al concetto di "freestyle", e cioè la capacità di improvvisare riguardo a situazioni che si stanno verificando nello stesso momento: i criteri di valutazione si baseranno, tra le altre cose, sulla velocità di pensiero e d'azione verbale degli sfidanti.
Il rapper, colui che canta o recita velocemente ("to rap", in americano gergale significa "chiacchierare") un testo in slang, si rivolge alla propria comunità e rivendica per sé il ruolo di suo portavoce: a questo scopo il frequente inframmezzare nelle rime del proprio nome d'arte, per lasciarlo ben impresso negli ascoltatori. Ritmare per strada, o comunque pubblicamente, canzoni che parlano della realtà propria e della comunità d'appartenenza significa, tra le altre cose, creare quello spazio di denuncia e di libertà d'espressione spesso negato dai mass media. Non a caso il rap viene definito da Chuck D, leader dei Public Enemy, come la CNN del popolo nero, in quanto racconta, senza alcun filtro, la più dura realtà dei ghetti americani, argomento tendenzialmente rimosso dagli organi d'informazione ufficiale.
Come stile musicale, il rap consiste nell'interazione del rapper su pezzi di brani manipolati da un deejay, che blocca e rilascia manualmente il disco: proprio nel contesto socio-culturale dell'hip hop ha luogo la grande rivoluzione delle tecniche del deejay. Kool Herc è il primo a esibire sui piatti due dischi uguali, potendo così estendere lo stesso ritmo indefinitamente e a proprio piacimento. Afrika Bambaataa figura tra i primissimi deejays a usare lo "scratching", tecnica inventata casualmente da DJ Grand Wizard Theodore che consiste nel tipico suono del disco graffiato, presente tutt'oggi in numerosi brani non solo di musica hip hop. Parallelamente al deejay si sviluppa anche la figura del Mc, ovvero il "Master of Ceremony" (maestro di cerimonia), colui che, durante i party, parla negli intermezzi musicali o canta, solitamente in rima, ciò che vede e che sente: i rappers prenderanno presto l'abitudine di chiamare se stessi Mc, rendendo praticamente inesistente la differenza tra i due ruoli.
Avvenendo al di fuori del circuito commerciale, spesso le performance non vengono registrate professionalmente, ma su cassette in modo amatoriale. I duplicati di queste feste raggiungono ben presto tutto il Bronx, Brooklyn e Uptown Manhattan, diffondendo il nuovo stile musicale dei deejay e dei rappers. Ma l'attenzione dei media e delle grandi etichette arriva solo nel 1979, dopo l'enorme successo di Grandmaster Flash con "King Tim III" e dei Sugarhill Gang con "Rapper's Delight". Negli anni '80 la musica hip hop, che ha ormai conquistato anche la costa ovest degli Stati Uniti - soprattutto Los Angeles - dà vita a più stili, tra cui il "gangsta rap" dai testi apertamente violenti, come quelli dei Niggaz With Attitude, gruppo di Los Angeles formato, tra gli altri, da Ice Cube e Dr.Dre. In questi anni si sviluppa anche un rap apertamente politico, come quello dei Public Enemy e dei Boogie Down Production. Ma è attraverso il crossover, cioè una fusione di rap con altri generi musicali, che la musica hip hop viene pienamente accettata da parte del pubblico di massa. Nel 1986, infatti, i Beastie Boys - tre giovani ragazzi bianchi ed ebrei di Brooklyn che si cimentano in un rap dalle basi punk hardcore - ottengono un enorme successo col brano "Fight for Your Right (To Party!)". Accanto a questa, un'altra canzone rap entra nella top ten nazionale dei dischi più venduti dell'anno: "Walk This Way", nata dalla collaborazione dei Run-DMC (gruppo hip hop proveniente da Queens, New York, il cui deejay è stato ucciso recentemente) con il gruppo rock degli Aerosmith.
Nei primi anni '90 la musica hip hop esplode a livello mondiale. Non solo il rap importato ottiene un grande successo - come il gruppo Cypress Hill, proveniente dalla comunità latina di Los Angeles, o A Tribe Called Quest, gruppo di Queens dai testi impegnati - ma anche il rap nazionale, che viene cantato in russo, giapponese, francese, croato, italiano...

 
RAPPITALIANO
 
 
Il rap si fa strada sulla scena underground nostrana già negli anni Ottanta, ma è solo a partire dagli anni Novanta che inizia ad acquistare piena visibilità. Penetrato dapprincipio in modo indipendente rispetto alla cultura hip hop, il rap diviene essenzialmente lo stile musicale proprio dei centri sociali e delle situazioni antagoniste: si riscopre il potere della parola per raccontare storie di denuncia politica e sociale. In questi anni molti gruppi di contestazione incrociano l'hip hop, tra i quali i Casino Royale, i 99 Posse, i Tiromancino e gli Almamegretta, ma per molti di questi il rap rappresenterà solo un incontro occasionale e una sperimentazione musicale.
Una delle prime leggendarie realtà del rap italiano, accanto all'Onda Rossa Posse, è costituita dall'Isola Posse All Stars. Formatosi nei primi anni '90 attorno al centro sociale bolognese Isola del Kantiere, il gruppo vanta artisti come MC Deda, DJ Gruff e Papa Ricky. Dalle ceneri dell'Isola Posse All Stars nascono i Sangue Misto. Attraverso la collaborazione dei tre reduci del gruppo, e cioè DJ Gruff, Neffa e Deda, nel 1994 esce l'album che pare sancire la nascita ufficiale dell'hip hop in Italia: "Sangue Misto".
Col tempo si vanno delineando sempre più due correnti: da una parte l'ala più politicizzata, come i 99 Posse e Speaker Cenzou, dall'altra realtà più attente allo stile che ai contenuti, come gli Otierre e la Pina. Ci sono poi i gruppi considerati commerciali, come i Sottotono e gli Articolo 31, anche se il primo album di questi ultimi, "Strade di città" del 1993, gode generalmente di ottima critica. La parola sfida, o "battle", costituisce parte integrante della cultura hip hop italiana: i testi rap nostrani, come quelli d'oltreoceano, sono carichi di allusioni, critiche, elogi contro o a favore altri artisti della scena nazionale.
E l'hip hop a Torino? Il punto d'incontro dei bboys torinesi viene considerato il Regio, attorno al quale hanno gravitato artisti come Rawl MC e Mauri B. Oriundo della nostra città è anche Frankie HI NRG, i cui testi si caratterizzano per la complessità e la ricchezza di riferimenti culturali. A Torino, poi, è stato ambientato il lungometraggio dei Manetti Bros, finanziato dalla Rai, "Torino Boys" (1997), che tratta la storia di due ragazzi di colore che ascoltano musica hip hop. La colonna sonora del film è stata affidata a Neffa, il quale ha messo insieme un'ora di buon rap nazionale, tra cui brani di Flaminio Maphia, Piotta, Colle der Fomento e Kaos One. A Torino si trova inoltre il quartier generale degli A.T.P.C., giovane gruppo hip hop che si ripropone di offrire, con la Suite Foundation, un punto di riferimento per i bboys torinesi.

 
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