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PIANETA
FAN CLUB In Inghilterra e in America il mondo dei "fanatici" è studiato e documentato. Se ne occupano sociologi, antropologi, psicologi e persino psichiatri. Da noi le cose non stanno allo stesso modo, ma resiste un atteggiamento di snobistica sufficienza verso un fenomeno che ha ragioni profonde e risvolti commerciali niente affatto trascurabili. di Maria Abbrescia A noi ha incuriosito un libro uscito un paio di anni fa, Il mondo dei Fan Club, scritto da Fulvio Paloscia e Andrea Scarlini per i tipi di Adnkronos, dove gli autori tracciano finalmente l'identikit di una realtà molto attiva anche in Italia. Così abbiamo scoperto che i "fanatici" non sono gli psicopatici, i maniaci che immaginavamo (ricordate Misery non deve morire, il romanzo di Stephen King da cui è stato tratto anche un film? Bene, ammettiamo di esserne stati un tantino influenzati, come da alcuni fatti reali: vedi l'omicidio di John Lennon), ma sono gli ammiratori appassionati, e a volte eccentrici, dei propri idoli. Il pianeta fan ruota in un cielo fatto di stelle del cinema, della televisione, della musica e della letteratura, e per alcuni si trasforma persino nel pianeta della fortuna, conducendo l'iniziale passione per un artista verso un vero e proprio lavoro al fianco della star preferita (uffici stampa, segretari, autisti ecc.). Il primo fan club nato nel mondo dello spettacolo risale alla metà dell'Ottocento. La diva più amata è Lola Montez, una spregiudicata ballerina, non spagnola come faceva credere ma irlandese, che mette addirittura in difficoltà la diplomazia europea. Fa innamorare pazzamente di sé Ludwig I di Baviera, che con grande scandalo la nomina granduchessa. Questo le merita la cacciata da Monaco e la simbolica parte di "belva" in un circo che monta le sue tende in mezza Europa. Lola, con il suo erotico e strambo flamenco fa di sé un sex-symbol d'eccezione, tanto che i suoi rifiuti provocano una serie di suicidi. Non diventa regina, come riuscì a Grace Kelly, ma il simbolo della donna fatale e, soprattutto, la prima star a inventare un merchandising di se stessa. Poi tocca a Rodolfo Valentino, che in breve tempo diventa prigioniero della sua immagine di irresistibile seduttore, persino da morto. Infatti il suo funerale diventa il pretesto per lanciare Il figlio dello sceicco, dove lui gioca il ruolo di un principe azzurro che, poveretto, rimarrà addormentato per l'eternità. Tra gli anni Trenta e Quaranta le star hollywoodiane diventano un modello di comportamento, e di abbigliamento. Gli abiti maschili indossati da Greta Garbo diventano fonte di ispirazione per le grandi catene di prêt-à-porter, come i pantaloni di Marlene Dietrich e i maglioncini di Lana Turner. In questi anni, oltre alla relazione tra star e mondo dei fan, si inventano le stesse strategie commerciali di lancio che tutt'oggi ben conosciamo: la creazione di un'isteria collettiva su opere ancora inesistenti e l'identificazione tra attore e personaggio (le soap insegnano). Nel dopoguerra i divi sono idolatrati: raccontano storie di ribellione e provocazione sessuale. Negli anni Cinquanta il pubblico giovane viene riconosciuto come possibile acquirente degli oggetti toccati dalle star preferite, divi che rappresentano l'immagine del disagio di un'epoca. James Dean, fin dal primo film, è oggetto di culto per molte generazioni di fan. E resiste ancora oggi, come il mito di Marilyn Monroe, alla quale sono dedicati fan club in tutto il mondo. Seguono, per nominarne alcune, Brigitte Bardot, la star erotica, Silvana Pampanini e Claudia Cardinale. Poi la televisione prende il sopravvento, e il mondo dei fan si sposta verso i serial, i telefilm, le soap-opera. Per rimanere nel Belpaese citiamo Un posto al sole (sono state aperte pagine internet che raccolgono pareri e commenti), Un medico in famiglia (il fan club offre feste-incontro con gli attori), Incantesimo e Vivere. Il concetto di fan è radicato anche nel mondo della letteratura, soprattutto a beneficio degli autori di "genere". La relazione tra fan e scrittore è strettissima. Conan Doyle fu costretto dalle pressioni dei lettori a resuscitare Sherlock Holmes dalla morte nelle cascate del Reichenbach, anche se in realtà aveva il desiderio di sperimentare altre forme narrative. J. D. Salinger, l'autore del sempre verde Il giovane Holden si è difeso da fan e giornalisti con il fucile: ha concesso la sua ultima intervista nel 1953, dopo di che si è segregato ed è diventato un mito, motivo in più per arricchire il mondo dei suoi fan. Il primo fan club inteso in senso moderno, anche se in principio si trattava di una setta costretta all'anonimato (all'epoca era ritenuto un crimine aderire alle sue idee), riguarda Oscar Wilde, al quale a inizio secolo venne tributato un autentico culto. Ma il maggior numero dei fan club connessi a uno scrittore è forse quello dedicato all'autore de Il signore degli anelli, John Ronald Reuel Tolkien. Negli ultimi anni è esemplare il caso di Stephen King, vera e propria rockstar della letteratura. Lo scrittore, bersagliato da lettere e comunicazioni di ogni tipo, ha dedicato molte opere al tema dei fan, come il già citato Misery non deve morire. Tra gli scrittori italiani recenti, pochissimi hanno l'onore di un fan club: Andrea Camilleri, Valerio Evalgelisti e Tiziano Terzani sono tra questi. Alessandro Baricco e Andrea De Carlo si limitano a far svenire le ragazze (?!). Attorno all'univero fantastico di romanzi e film, il mondo anglosassone crea un fenomeno di merchandising fatto di maschere e costumi, con molte sartorie abilitate a far rinascere qualsiasi fisionomia immaginata da un autore, per esempio sono diffusissimi i concorsi per dare un volto e un corpo a Lara Croft, l'eroina delle play station. Ma è il pianeta del rock quello che ha assistito all'espressione più clamorosa della devozione dei fan nei confronti delle star. Negli anni Sessanta, mentre media e mercato inglesi accrescono il loro interesse per i teen-ager, il fandom esplode intorno alla rivendicazione del diritto al divertimento, all'aggregazione e alla sessualità. Le ragazze di tutto il mondo "muiono" per Mick Jagger, e in Italia, grazie al juke box, si diffondono tra le altre le voci di Mina e Adriano Celentano. Il molleggiato è la prima stella nostrana a delimitare un territorio giovanile, a credere in un'identità indipendente da quella adulta, a voler dare voce alla vitalità e alla ribellione dei ragazzi. Quando Celentano partecipa con i suoi Rocky Boys (di cui fanno parte anche Gaber e Jannacci) al primo Festival del rock'n'roll succede il finimondo: le ragazze si strappano la camicetta, volano bottigliette di Coca Cola, interviene la polizia. I teddy boys che compongono il suo pubblico si radunano intorno al Clan, che oltre a essere un'etichetta discografica è un'idea di gruppo giovanile, di banda, e anche di condivisione di una fama. Facciamo un salto, e arriviamo fino al Re dei sorcini, Renato Zero, e al tendone da circo in cui alla fine degli anni Settanta l'ambiguità sessuale del gran cerimoniere colpisce in profondità l'immaginario dell'epoca. Impossibile non ricordare Elvis Presley e i Beatles. Elvis è il cantante bianco che fa la musica dei neri, che si atteggia e si dimena come loro e dà la possibilità ai giovani bianchi di accedere al modo nero di fare e fruire musica. Basta un colpo di bacino del giovane proletario con la faccia d'angelo e fioccano gli urli, le ragazze svengono e piangono, le loro grida liberano l'energia sessuale repressa. Elvis è uno come loro, che però è riuscito a sfondare. E' una bandiera, una fede, contro i pregiudizi degli adulti. Ma la fine della storia la conosciamo tutti. E la Beatlemania? L'Italia teme lo stesso fanatismo inglese e americano nei confronti dei quattro giovanotti di Liverpool: troppo androgini, troppo capelloni, troppo pericolosi per il terrorismo sessuale prodotto da genitori, medici, giornali e chiesa. Quando si sciolgono, nel 1970, non è soltanto un mito musicale a disgregarsi, ma il sogno di una collettività, di uno spirito di gruppo. Negli ultimi anni l'attenzione si sposta sul fenomeno delle boy-band, gruppi formati generalmente da adolescenti: dai Take That ai Boyzone, dai five ai Backstreet Boys. Gruppi studiati a tavolino, tutti composti da cinque membri, dove più della musica conta l'immagine che ogni membro rappresenta. C'è il ribelle, il sexy, l'intelligente, il mammone che ha bisogno della protezione delle fan. Il caso più eclatante di questa "microsocietà giovanile" in cui i teen possono riconoscersi è un gruppo di ragazze, le Spice Girls, ognuna con la propria identità, il proprio codice di comportamento. L'accoglienza riservata a queste nuove band è uguale a quella dedicata negli anni Ottanta ai Duran Duran e agli Spandau Ballet, due gruppi che con le loro tifoserie hanno focalizzato l'attenzione dei media e, evidentemente, del mercato e della sua colonna portante, il merchandising. Magliette, cappelli, felpe, giubbotti, zaini, penne, spillette e chi più ne ha più ne metta. Un business che si basa sull'illusione del fan di vivere a contatto con il proprio idolo nei momenti più quotidiani, per sentirsi più vicino a lui, per essere come lui. Il concetto è semplice: il fan è disposto a spendere molti soldi nel nome del proprio idolo, e non solo per i suoi prodotti artistici. E in alcuni casi va oltre. Il fan vuole sentirsi ancora più vicino alla sua star, vuole qualcosa che gli sia appartenuto, soprattutto se non è più tra noi: lo strumento che ha suonato, un vestito che ha indossato, un oggetto, insomma, i cosiddetti memorabilia. Gli esperti dicono che in Italia siamo in ritardo di quarant'anni, ma pensate che in America sono arrivati a commercializzare una t-shirt che riproduceva il biglietto lasciato da Kurt Cobain a Courtney Love e alla figlia Francis Bean prima del suicidio. Volete saperne di più? Volete scovare aneddoti, testimonianze, curiosità, e le regole per trasformare una passione in una professione? Leggete il Mondo dei Fan Club. Leggere fa bene alla salute. |
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