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SE
VUOI LA PACE NON FARE LA GUERRA Oggi si dice che siamo in tempo di pace, ma intanto i nostri militari partono qua e là per missioni di pace, per mantenere la pace, per preservare la pace. Continuano a farlo proprio perché c'è la guerra e ce n'è tanta, forse come non mai nella storia del mondo. di Giovanni Monaco Ventisette milioni di morti, 35 milioni di rifugiati negli ultimi dieci anni. E - solo dal '90 al 2000 - 2 milioni di bambini periti in guerra. Il conflitto armato, spesso poco considerato dalle nostre attenzioni, è quasi ovunque. Perché la pace va mantenuta, ma anche perché forse l'unica pace totale sarebbe una dittatura assoluta sul mondo. E affermare che le nostre tivù e i nostri giornali dimentichino le guerre lontane non sarebbe neanche tanto giusto. Ce ne parlano eccome, ce le descrivono, mandano inviati con costosi viaggi e costose troupe. Forse fanno scelte non sempre condivisibili, ma chi può dirlo. Noi cogliamo un sentimento di angoscia che è un battito di ciglia. Non è che non ci interessi; è che di disgrazie e di guerre ce ne sono troppe e l'indifferenza è un antidoto sbagliato ma efficace. Quelli che ci colpevolizzano sono in errore. I moralisti che ci vorrebbero sempre partecipi e perennemente afflitti per colpe non nostre, oltre che sbagliare nella forma, falliscono anche nel messaggio, facendo allontanare di più chi già non è tanto vicino. Ma cercare di essere più informati, capire cosa succede ed è successo per poter avere una propria idea, una posizione coerente ad ogni nuova chiamata alle armi, non è un errore, tutt'altro. Così tentiamo di affrontare questo viaggio tra le tragedie di oggi, accennando appena ai conflitti più noti, come quello israelopalestinese, con i suoi drammi, le sue tragedie e le sue irritanti speculazioni politiche. Non vogliamo neanche diffonderci troppo sulle questioni relative all'Irak (anche perché con l'aria che tira qualsiasi considerazione potrebbe essere superata quando andremo in stampa), così come faremo sul conflitto jugoslavo, la difesa occidentale del Kosovo (o l'attacco alla Serbia, secondo alcuni) e la recente guerra in Afghanistan, pur avendoci riguardato direttamente. Partiamo invece dalle Filippine dove il clamoroso arresto dell'ex-presidente Estrada, seguito da una sommossa popolare, era stato l'ennesimo turbolento episodio della vita travagliata di quella giovane democrazia. Nel 1986, dopo la caduta della dittatura dei coniugi Marcos, le Filippine sono tornate, sotto gli auspici della Chiesa cattolica e dell'Occidente, alla libertà con Cory Aquino. La sua democrazia è sopravvissuta ai tentati golpe degli insoddisfatti e potenti militari, a scontri diplomatici con la Cina e i paesi islamici, ad una durissima crisi economica (che ha causato un vero esodo di immigrati filippini negli USA, in Italia ed in Medio Oriente) e, soprattutto, allo spietato confronto con la guerriglia. Nell'isola principale di Luzon operano i residui ribelli maoisti appoggiati dai cinesi, ma molto più pericolosi sono gli insorti islamici attivi nella grande isola meridionale di Mindanao, a maggioranza mussulmana. Il governo di Manila ha condotto una dura repressione contro la guerriglia, i morti sono stati tantissimi. A Timor Est, invece, sono arrivate soltanto nel 2000 la libertà e la possibilità di decidere il proprio destino. Ma l'indipendenza è stata travagliata e le conseguenze dell'occupazione indonesiana si fanno ancora sentire. Soprattutto i primi 15 anni di dominio di Giakarta sono stati molto duri e solo la fine della Guerra Fredda ha spinto l'autoritario presidente Suharto ad allentare la repressione nell'isola. Solo dopo la sua caduta nel 1998, diretta conseguenza della rovinosa crisi economica e delle proteste degli studenti, si è assistito ad un relativo miglioramento della situazione. C'è stato il referendum indipendentista, sotto l'egida delle Nazioni Unite, che ha visto il largo successo dei sostenitori della separazione di Timor dall'Indonesia, che ha fatto scattare un piano già preparato dai vertici militari di Giakarta: feroci milizie irregolari, armate e guidate da ufficiali indonesiani, di timoresi collaborazionisti, dopo aver tentato invano di sabotare il referendum, hanno scatenato il caos nell'isola con massacri e devastazioni causando un biblico esodo di profughi a Timor Ovest, in Australia e sulle montagne dell'interno. Solo l'intervento dell'ONU e le forti pressioni di USA ed Australia, sollecitate dai Paesi europei e dal Vaticano, hanno spinto l'esercito indonesiano a bloccare lentamente la repressione mentre una forza di pacificazione internazionale a guida australiana (comprendente anche 600 paracadutisti italiani) è sbarcata nella devastata capitale Dili, prendendo il controllo di Timor Est, ormai abbandonata dagli indonesiani, disarmando le milizie e permettendo il ritorno dei primi profughi. Cambiando continente e parlando di guerra civile, possiamo andare in Colombia, prima linea della lotta al narcotraffico. Qui è la guerriglia a farla da padrona. la Colombia, assieme al Sudafrica, è il Paese più violento del mondo: il numero di omicidi e rapimenti è altissimo e la stessa lotta politica è sempre stata molto dura; negli ultimi decenni numerosi movimenti d'opposizione, vista l'impossibilità di arrivare al potere per vie legali, si sono dati alla guerriglia ed al terrorismo. A tale violenza si aggiunge quella dei cartelli della droga che, dalle loro roccaforti negli inferni urbani di Medellin, Cali e Bogotà controllano il traffico della cocaina prodotta in Sudamerica ed inondano di stupefacenti Nordamerica ed Europa. I narcotrafficanti godono di protezione negli apparati governativo e poliziesco ed hanno stretto accordi con guerriglie e squadroni della morte che si finanziano, in parte, coi proventi del traffico di droga. Negli anni '80 i Narcos, guidati dal carismatico e spietato Pablo Escobar, avevano quasi creato uno stato nello Stato, soprattutto a Medellin. Le pressioni degli Stati Uniti, inondati dalla coca colombiana, e la consapevolezza del degrado e discredito in cui era caduta la Colombia hanno spinto il governo di Bogotà a combattere duramente Escobar ed a formare efficienti unità speciali antinarcos. Ma il potere dei narcotrafficanti si è poi diffuso in tutta la nazione essendo, paradossalmente, una fonte di ricchezza e sostentamento per molti colombiani. Oramai i cartelli della droga, in primis quello di Cali, sono un pericolo grave come la guerriglia rivoluzionaria per le istituzioni. Anche i Paesi Ue continuano a scendere in guerra, quando è il caso. Lo ha fatto l'Inghilterra nella sanguinosa guerra delle Falklands, per esempio. Recentemente abbiamo assistito al sostegno ricevuto dal generale Pinochet in Gran Bretagna, in attesa d'una estradizione in Spagna mai avvenuta. E soltanto ventun anni fa, era il 1982, assistemmo all'appoggio del Cile al governo inglese durante la guerra delle Falklands. Questo remoto arcipelago dell'Atlantico meridionale è stato tolto dall'Inghilterra alla Spagna nel XVIII secolo. Si tratta di un gruppo di fredde e sperdute isole abitate da poche migliaia di britannici. Gli argentini, che le chiamano Malvinas, le rivendicano da sempre come loro territorio. Nel 1982 la dura, ma già traballante, dittatura militare che opprime l'Argentina cerca di rinsaldare il proprio potere e distrarre la popolazione giocando la carta nazionalistica: a sorpresa le forze di sbarco di Buenos Aires occupano le indifese Falklands e gli altri arcipelaghi antartici sotto dominio britannico. La reazione di Londra, guidata dal primo ministro Margareth Thatcher, è rapida ed orgogliosa: allestimento d'una spedizione navale per trasportare truppe scelte alla riconquista delle isole contese. L'appoggio americano spinge anche Pinochet a dare sostegno all'impresa inglese, che si conclude favorevolmente dopo un breve, ma sanguinario conflitto. La sconfitta militare segna anche il crollo della dittatura militare in Argentina: già l'anno dopo s'insedia un governo democratico. Oggi i rapporti tra i due Stati sono in parte ricuciti, ma permangono rancori reciproci forse insanabili. Risale a sette anni fa il Genocidio in Ruanda e Burundi, una delle guerre recenti più sanguinose, quasi paragonabile a un conflitto mondiale. Ex-colonie tedesche e poi belghe dopo la prima guerra mondiale, sono due staterelli dell'Africa centrale tra Congo, Uganda e Tanzania; la maggioranza dei loro abitanti sono di etnia Hutu e la minoranza Tutsi (i famosi Watussi delle vecchie canzonette italiane) i quali dall'indipendenza negli anni '60 controllano governo ed esercito in entrambi i Paesi. L'insofferenza dei discriminati hutu e l'atavico odio tribale hanno portato ad una sanguinosa guerra civile nei primi anni '90 che ha rovesciato i regimi Tutsi al potere. Gli Hutu più radicali si sono resi allora responsabili di un vero e proprio genocidio nei confronti dei Tutsi, ormai in loro balia, e soprattutto dei numerosi Hutu neutrali o collaborazionisti del passato governo. Le vittime sono state oltre 800 mila ed il massacro è continuato fino a quando la resistenza Tutsi ha rovesciato i nuovi dominatori Hutu e li ha costretti a rifugiarsi nel vicino Zaire, già allora in via di dissoluzione. Da lì questi Hutu fanatici hanno continuato le loro incursioni in Ruanda e Burundi ed oppresso i Tutsi congolesi (i c.d. Banyamulenge) causando una vera e propria invasione del Congo orientale da parte delle truppe Tutsi dai loro stati d'origine per continuare la loro guerra civile all'estero. Da quel momento il conflitto è degenerato in una lotta di tutti contro tutti e nel tentativo dei Tutsi di rovesciare il nuovo dispotico presidente dell'ex-Zaire Laurent Kabila, filo-Hutu. Solo l'intervento degli Stati confinanti - davvero gendarmi del Mondo - ha impedito questo piano ma, dopo anni di travaglio e il raggiungimento di una convivenza quasi pacifica, le cicatrici non sono ancora del tutto rimarginate. Uno dei drammi peggiori dei nostri tempi sono le mine antiuomo. Nella ex Jugoslavia sono una presenza ingombrante con cui tutti continuano a convivere. I mutilati - e tra essi molti bambini - sono tantissimi, le vittime centinaia di migliaia. Ma forse la "patria" delle mine antiuomo è l'Angola. In nessun Paese al mondo il problema è così grave e sentito come nell'ex-colonia portoghese, sventurata nazione dell'Africa sudoccidentale squassata da trent'anni di spietata guerra civile. Insieme con l'Afghanistan e la Cambogia, l'Angola detiene questo poco invidiabile primato e la bonifica del territorio mediante sminamento è una priorità per poter ricominciare una vita normale, anche se è necessario l'aiuto di esperti e tecnici internazionali. Tutto è cominciato negli anni '60 quando la guerriglia indipendentista, divisa tra l'MPLA marxista e l'UNITA filoccidentale, comincia a combattere i colonizzatori portoghesi ed i loro feroci mercenari. E gli organismi internazionali? Fanno quel che possono. I sanguinosi eventi avvenuti un paio di mesi fa in Sierra Leone, Stato dell'Africa occidentale dilaniato da una decennale guerra civile, hanno mostrato l'impotenza dell'ONU nel risolvere le crisi internazionali. Nell'ex-colonia britannica il conflitto interno ha opposto le disorganizzate forze governative agli spietati ribelli del RUF (Fronte rivoluzionario unito) ed oggetto della contesa, oltre al potere, è il controllo dei ricchi giacimenti diamantiferi, unica risorsa del poverissimo Paese. La guerra ha praticamente diviso la Sierra Leone in due e causato sofferenze inaudite alla popolazione, provocate anche dalle vendette tribali che la caratterizzano. L'intervento di un nutrito contingente ONU composto da truppe di vari Stati africani si è rivelato un insuccesso: questi soldati, demotivati e male armati, non sono riusciti a porre fine ai combattimenti e molti sono stati sequestrati dai rivoluzionari del RUF la cui avanzata verso la capitale Freetown sembrava ormai inarrestabile. Solo l'intervento di truppe speciali britanniche ed i cospicui rinforzi spediti al corpo di spedizione dell'ONU hanno evitato il collasso e l'ennesimo insuccesso delle Nazioni Unite. Non mancano le guerre tra Stati, naturalmente, perché i tempi moderni non sono soltanto segnati da sanguinosissime guerriglie. Come la durissima guerra combattuta negli scorsi anni in Africa orientale tra due Stati sovrani, Etiopia ed Eritrea: una biblica carestia ed un mare di profughi ne sono tra le conseguenze maggiori. Il conflitto è iniziato nel 1998 per motivi territoriali con l'occupazione eritrea di alcune zone dell'Etiopia del Nord. Dopo duri scontri una prima tregua le ha lasciate in mani eritree, fino all primavera del 2000 quando con una meticolosa e dispendiosa offensiva l'Etiopia le ha riconquistate penetrando a fondo in territorio eritreo. Comunque è tutto il Corno d'Africa che si trova da anni nel vortice della crisi politica e del collasso economico: ad est la Somalia è da dieci anni nell'anarchia più totale col potere nelle mani di spietati signori della guerra che hanno fatto fallire anche la missione ONU nei primi anni '90; ad ovest il regime arabo-islamico del Sudan continua la sua dura repressione contro la popolazione nera e cristiana del Sud del paese. Ed ora questa guerra spietata sta distruggendo le speranze che la caduta di Menghistu aveva creato in Etiopia ed Eritrea. Gli esempi sono sterminati, lo spazio per parlarne no. Come la guerriglia marxista degli anni '60 in Mozambico, dove il Fronte di Liberazione (FRELIMO) ha combattuto la potenza coloniale portoghese. Oppure la situazione pakistana, uno degli Stati più popolosi ed importanti dell'Asia, dove una pace relativa è stata ottenuta soltanto negli ultimi anni, pur permanendo le fortissime tensioni con la vicina e nemica India. E ancora la colonizzazione del Tibet da parte dei Cinesi, un'occupazione molto dura. Il Dalai Lama è in esilio, il dominio cinese è sempre più opprimente e si è esteso a tutto lo smisurato ed impervio territorio del Tibet; milioni di cinesi Han sono giunti per sinizzare il paese ed oggigiorno i tibetani sono a malapena la metà degli abitanti del Tetto del Mondo. Tutte le proteste e forme di dissenso sono state represse, monasteri e templi sono stati distrutti e la lingua e la cultura tibetana ostacolate in tutti i modi. Se vuoi la pace, non fare la guerra: troppo facile per essere vero.
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