![]() |
|||
|
|||
![]() |
QUELLO
SCHERMO ROSSO SANGUE Interi pomeriggi passati a giocare all'aperto, con gli amici, nei prati della periferia o nei giardini del centro, armati di "liccia" per giocare a figurine (le mitiche "figu") e col panino in tasca preparato dalla mamma. di Mauro Marras Alle cinque, tutti a casa a vedere la Tv dei Ragazzi con Ivanohe, Lassie o Rin Tin Tin e poi di nuovo fuori a giocare a pallone. La sera, tutta la famiglia riunita attorno al tavolo a scambiarsi i fatti e le opinioni della giornata e, dopo Carosello, tutti i bambini a nanna. Sono passati "soltanto" quarant'anni da quando i ragazzi passavano il tempo in questo modo. La tv aveva un carattere meno pervasivo rispetto ad oggi: massimo mezz'ora al giorno. Oggi i bambini passano da due a quattro ore al giorno davanti alla tv, a guardare soprattutto cartoni animati. "È una cosa che non ti fa sudare e le mamme sono più contente quando non si suda" ha risposto spiritosamente un bambino alla domanda "cos'è la televisione per te?". Infatti, è una fantastica baby sitter, ha un effetto catalizzatore per i piccoli teledipendenti che dovrebbero invece, alla loro età, muoversi, far chiasso, scatenarsi, fare esperienze di libertà. Circa duecento studi condotti negli Stati Uniti concordano nell'assegnare alla tivù e a internet il ruolo di "istigatori a delinquere", in quanto accrescono l'aggressività delle giovani generazioni. Alcuni sostengono che i ragazzi diventano più aggressivi dopo essere stati esposti a spezzoni televisivi violenti, altri che a diventare più aggressive sono le ragazze, un altro afferma che il Muppet Show triplica l'aggressività dei bambini in età prescolare. Due anni fa, un articolo pubblicato dalla rivista "Internazionale", originariamente apparso sull'americana "Rolling Stone", individuava un vizio di fondo in queste ricerche: il potente effetto dell'aspettativa del ricercatore, in base al quale il soggetto intervistato intuisce facilmente quel che il ricercatore vuole da lui e si comporta di conseguenza. Ciò avviene soprattutto quando l'oggetto delle analisi è il comportamento dei bambini. Inoltre, sostiene l'articolista, il consumo di televisione è maggiore negli strati poveri del paese, quelli dotati degli strumenti più deboli nella lotta quotidiana per la sopravvivenza. Proviamo però ad uscire dal gioco delle interpretazioni, per valutare il rapporto tra televisione e infanzia. Nei primi anni di vita un bambino può percepire la tv come fosse una persona, perché parla e mostra persone, cui può affezionarsi e dalla quale è attratto per il continuo susseguirsi di immagini sullo schermo. Poi la tv diventa un amico, un compagno e, a differenza di un adulto che guarda la tv per rilassarsi, il bambino la guarda per farsi un'immagine del mondo. A quattro o cinque anni incomincia a capire la differenza tra vero e falso; la coscienza della differenza tra vero e verosimile è ancora lontana dal manifestarsi. Inoltre, i tempi di attenzione di un bambino sono brevi, non è in grado di seguire il filo conduttore, la trama di una vicenda, e quindi il più delle volte non collega il finale moralistico con il resto della storia, ma evidenzia singole immagini, particolari situazioni che l'hanno colpito al di là della morale che sottende l'intreccio del racconto o della "scaletta". Si prospetta una vera e propria mutazione antropologica: fin da piccolo, il bambino si abitua a fare attenzione agli stimoli visivi con il rischio che ciò vada a scapito di altre esperienze sensoriali. A tre anni un bambino ha il doppio delle cellule cerebrali di un adulto. Il cervello si plasma nei primi anni di vita. Un bambino che passa troppo tempo davanti alla tv può non riuscire a crearsi sufficienti schemi di ragionamento, mentre un bambino che fa molte esperienze in prima persona avrà un cervello ricco di connessioni e saprà ragionare anche in modo originale. La velocità degli stimoli visivi aumenta la passività di fronte al video: i bambini possono diventare spettatori critici, ma rischiano di perdere la capacità di prendere delle iniziative. Il mezzo audiovisivo, strumento di gradi potenzialità e di indubbio fascino, è malato di gigantismo: una valanga di immagini si scaraventa a velocità sempre più esasperate davanti agli occhi di chi guarda. Occorre allora insegnare ai bambini a diventare padroni del mezzo, a non subirlo passivamente; ad esempio, imparando a costruire immagini, a filmare e fare da sé la propria televisione. La velocità della televisione favorisce la riduzione del periodo di attenzione e non dà più tempo ai bambini di porre delle domande. Il filosofo Karl Popper sottolinea, nello scenario evolutivo accennato finora, il rischio che si corre nel sottoporre i bambini a scene shoccanti o violente: può avere effetti deleteri e può giungere alla distruzione del tessuto civile, perché rompe e altera l'equilibrio individuale e conduce a manifestazioni di violenza. Nei bambini, spiega il filosofo tedesco, la violenza della tv modifica il paesaggio dei suoni e delle immagini, e ciò impedisce una corretta crescita del sistema psico-mentale. Popper inoltre intuisce come si venga così a creare nella popolazione una minor reattività alla violenza, anticamera di comportamenti aggressivi. Un'analisi che porta alla proposta di creare, sul modello degli ordini professionali, un "Istituto della televisione", che promuova corsi di formazione, conferisca licenze, ponga vincoli alla responsabilità professionale degli operatori dell'immagine, anche attraverso sanzioni disciplinari. Ma soprattutto, l'analisi induce genitori, educatori e insegnanti a proporre con maggiore convinzione ai bambini un atteggiamento attivo nell'utilizzo quotidiano della televisione. |
.
|
||||
|
|
||||
|
||||
|