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VIOLENTO
A ME?! Questa volta, devo dirlo, il tema è veramente complicato. Non perché sia difficile trovare cose da dire, no. Anzi. di Giorgio Gallino La prima complicazione deriva proprio dalla vastità degli argomenti che si possono affrontare, sotto il titolo 'violenza': tratteremo della violenza dei giovani, di quella sui giovani, degli atti diretti verso altri o di quelli verso se stessi, della violenza in famiglia, per strada, a scuola, fra giovani; ci concentreremo sui piccoli gesti di violenza quotidiana, comprendendo anche le porte sbattute e l'uso del turpiloquio, o rivolgeremo la nostra attenzione piuttosto alla criminalità giovanile (o su quella che vede i giovani come vittime)? Faremo una descrizione del fenomeno, o piuttosto faremo chiarezza sulle motivazioni? E, parlando di queste ultime, dovremo interessarci di quelle psicologiche o di quelle sociali? Dobbiamo evitare di essere prolissi, ma anche di accodarci a tutta una serie di banalità, stereotipi, frasi fatte e imbecillità varie che tocca leggere già troppo spesso, per i contenuti o per il modo in cui vengono espresse. Perché una considerazione si impone: il modo in cui il tema della violenza viene affrontato, in ambito divulgativo, squalifica anche osservazioni che vale invece la pena di approfondire. Vediamone alcune: innanzi tutto l'osservazione di fondo, che la violenza giovanile è in aumento drammatico, e che quindi richiede un'osservazione e un intervento speciali. Può darsi che sia vero, o forse no. Se pensate che ci siano statistiche chiare al proposito, ebbene sappiate che non è vero. Esistono indicazioni abbastanza solide, riguardo ad esempio alle periferie degradate, o all'influenza di determinati fenomeni ben circoscritti e definiti, quale fu ad esempio l'arrivo sul mercato degli stupefacenti del cosiddetto 'crack'. Ma non vi sono invece ricerche univoche di carattere generale. Effettuando invece semplici indagini si possono trovare alcuni studi interessanti, vuoi perché davvero capovolgono luoghi comuni, vuoi perché (ahimé! assai più sovente) dicono delle ovvietà. Ad esempio, avreste mai immaginato che se un giovane vive in un ambiente violento, subendo dei traumi psicologici o addirittura essendo lui stesso vittima, più facilmente sarà a sua volta portato a comportamenti aggressivi? Sento da qui i vostri incuriositi commenti: "Ma dai! Chi l'avrebbe mai detto! Incredibile! Non lo pensavo ". Ancora, vi stupirò dicendovi che, nei periodi di crescita economica, con facilità a trovare posti di lavoro, vi sono meno comportamenti violenti rispetto ai periodi in cui molti ragazzi sono condannati all'inattività o possono trovare guadagni solo con attività illecite ("ah si?"); o che quando scuole, associazioni, genitori, istituzioni pubbliche si mobilitano congiuntamente per migliorare le condizioni di vita dei ragazzi in zone particolarmente colpite da fenomeni di violenza giovanile, le cose vanno meglio ("ohibò!"). Meno scontati i dati sulle differenze tra maschi e femmine. Per le ragazze la condotta violenta si associa più frequentemente a disturbi d'ansia, depressione, rischio suicidale. Viene spontaneo chiedersi se questi sintomi siano causa o conseguenza delle azioni violente; la risposta non c'è ancora, ma un altro studio che dice cose non banali riguarda i livelli di frustrazione ed autostima dei giovani offenders. Sembra che costoro abbiano tendenza ad essere, contrariamente all'opinione corrente, dotati di un senso di superiorità rispetto agli altri. Anzi, sarebbe spesso proprio una minaccia al personale egocentrismo a causare esplosioni di violenza. Gli psichiatri che discettano nei salotti televisivi sono portati ad accusare i familiari dei giovani violenti, incapaci, a loro dire, di stabilire relazioni affettive e indisponibili ad ascoltare. È chiaro che, in buona parte, si tratta di una tecnica di mercato: intitolare un libro con una frase accusatoria (che so, del tipo Non li sapete ascoltare!) garantisce ad esempio un surplus di vendite provocate dal senso di colpa (o dalla coda di paglia) di chi la legge, e dal suo desiderio di migliorarsi. Proviamo tuttavia a seguire il ragionamento: dobbiamo allora pensare che, nei tempi passati, i genitori mostrassero ben altre capacità di ascolto ed una maggiore empatia. E qui iniziano le perplessità: ma le relazioni tra generazioni non sono cambiate a partire dagli anni '60, uscendo da modalità decisamente ingessate, e basate sull'autorità quando non sull'autoritarismo? Possibile che nelle campagne di Ovada, per dire, genitori e figli si parlassero, si intendessero, si ascoltassero, 20 o 30 o 100 anni fa, più di oggi? Quando poi gli esperti non se la prendono con la famiglia si rivolgono all'altro grande filone di riflessione: quello che riguarda i danni fatti dai mass-media, che peraltro, sia detto per inciso, adorano parlar male (reciprocamente o a volte anche in prima persona) di sé, cosa che avviene - non solo ma anche - per due ragioni non del tutto limpide: la prima è che, quando si parla di violenza, l'audience sale. La seconda riguarda il fatto che, affrontando criticamente la questione, si dà l'impressione di esserne al di sopra. Ciononostante, parliamone. Indubbiamente le immagini violente sono di continuo presenti in televisione e nei videogiochi. In entrambi i casi sembra risultare indispensabile che quel che si vede sia il più realistico e il più spettacolare possibile. È accettabile l'idea che, a forza di vedere morti squartati in maniera che neanche ci si poteva immaginare, il giovane manifesti una certa assuefazione, e possa, pur sapendo benissimo dal punto di vista cognitivo che nel monitor nessuno si fa male, e nella vita sì, sperimentare una certa riduzione dell'impatto emotivo che esercita su di lui la violenza? E c'è davvero una differenza rispetto al passato, quando i giovani potevano assistere alla rappresentazione della Medea (uccide due figli), o a simpatici giochi tra umani e fiere al Colosseo, o ad esecuzioni pubbliche in ogni tempo, fino a quelli recenti, e giocare a ferocissime guerre tra bande, o a fare truculente battaglie con i soldatini? È vero, nei media c'è di più, e c'è più sangue, e sembra più vero. Ma come dimostrare che questo basta, se anzi è altrettanto sostenibile (lo facevano già i greci, appunto ad esempio per la Medea) che l'esposizione alla violenza abbia un potere catartico, che consenta lo sfogo e la metabolizzazione degli istinti aggressivi? Più seriamente sono state fatte riflessioni generali sul fatto che la morte è diventata, oggi, non più un tabù, e neanche un fatto normale, che appartiene ai ritmi della vita, bensì un evento che l'uomo sente di avere il diritto di controllare. Viene chiamato in causa l'intero dibattito sull'aborto, e ancor più quello sull'eutanasia. Si sostiene che, dal momento che la fine della vita diventa argomento banalizzato dal dibattito, tra esperti, sui media, ed il problema viene discusso in termini che concernono da quando 'sia giusto' porre un termine alla vita, si rompa un divieto sacrale e si entri nell'ambito delle possibilità, che, come si sa, sono infinite. Pur non condividendo del tutto questa impostazione, e anche tenendo conto che il dibattito è innescato da esigenze che riguardano il diritto del singolo di disporre della propria esistenza, si deve riconoscere ad essa il merito di osservare le questioni da un punto di vista più complessivo, anche se lascia irrisolta la questione, se davvero il problema della violenza (compresa quella estrema che esita in omicidi) sia in aumento da parte dei giovani, o se non vi sia invece una maggiore visibilità di un fenomeno che ha radici più antiche. A rischio di ripetermi: ma vi pare normale che, ogni volta che ad uno dei soliti esperti viene chiesta un'opinione in proposito, questi sia così ansioso di esprimerla che non gli venga voglia di informarsi meglio sull'argomento, ad esempio chiedendo delucidazioni: "ma davvero gli omicidi commessi dai giovani sono in aumento? E potrebbe precisarmi a quali dati, di quale studio, ricerca, specialista fa riferimento? Sono dati italiani, o statunitensi, o ucraini? E si riferiscono alla popolazione dei giovani in generale, o ad un gruppo specifico, di città o di campagna, studenti o impiegati o contadini o disoccupati, e di quali regioni? Sono dati recenti, che vengono posti a confronto con popolazioni analoghe di altri paesi, o con dati ottenuti anni or sono? E mettete insieme gli atti violenti finalizzati ad ottenere un ingiusto vantaggio, come le rapine, con l'aggressività che sembra essere il frutto di rabbie e frustrazioni domestiche, o, come sarebbe più logico, li dividete?"? No, tutto questo non viene fatto. Anzi: ci si pronuncia in maniera drastica e tagliente partendo a volte da informazioni approssimative, collezionando anche figuracce, come accadde a chi pontificò nei primi giorni sui tragici fatti di Novi Ligure, sulla base di notizie clamorosamente sbagliate sul tipo di famiglia della ragazza. Un'ipotesi alternativa, o complementare, pone invece al centro dell'attenzione l'incapacità, che appare sempre più diffusa, di tollerare sentimenti che sono comuni nella vita, quali l'ansia, il dolore, la tristezza. A questa involuzione della capacità delle persone (non solo dei giovani) di sopportare emozioni frustranti concorrono vari fattori: * l'esposizione a continui messaggi che propongono da un lato un modello di vita improntato a ricchezza, felicità, fortuna, bellezza (si dice che una parte degli immigrati siano giunti in Italia perché abbagliati dalle immagini viste in televisione, avendo scambiato quel che vedevano nelle pubblicità e nei varietà per vita vera. Ma la stessa esposizione la subiamo quotidianamente tutti noi, e certo un potere suggestivo sembra averlo, almeno a giudicare dai soldi che vengono investiti nella pubblicità), e d'altro canto la necessità di non rinviare mai la soddisfazione di un bisogno; * l'idea che i progressi delle scienze, e della medicina in particolare, possano o anzi debbano portare alla soluzione di ogni problema di salute; * una consapevolezza - che si va diffondendo e che forse non viene adeguatamente contrastata, anche nei comportamenti, da persone che dovrebbero, come gli uomini politici, impegnarsi a fornire esempi positivi - che comportamenti una volta considerati antisociali possano oggi godere di una maggiore comprensione. La conseguenza è che, quando ci si trova confrontati con eventi negativi, o anche semplicemente con l'impossibilità di soddisfare bisogni avvertiti come impellenti, si sperimenta la sensazione di essere vittima di una profonda ingiustizia, e si ha quindi l'impressione che rabbia e aggressività siano risposte adeguate. A ciò si aggiunga che, mentre da un lato lo scenario quotidiano viene descritto come avviato a magnifiche sorti, e progressive, d'altro canto le prospettive a medio termine appaiono se non fosche certo poco chiare, perché due dei pilastri su cui si poggia l'aspettativa di una vita soddisfacente, quello del reperimento di un lavoro adeguato, stabile, compatibile con le esigenze private, e quello della pace, sembrano gravemente lesionati. Non potremmo concludere senza riprendere il discorso accennato all'inizio, che riguarda il fatto che, spesso, i giovani sono vittime, e non protagonisti di azioni violente. All'interno della famiglia, dove ancora oggi sopravvivono soprusi (così frequenti, che sicuramente qualcuno tra i lettori si riconoscerà purtroppo immediatamente), ma anche per le strade, perché quando si parla di giovani violenti è importante aggiungere che, per lo più, i loro capri espiatori sono anch'essi ragazzi, nelle scuole, dove non è risolto il problema del bullismo, sui posti di lavoro, con piccole e grandi angherie. E, problema tra tutti, forse, più drammatico, quello della violenza contro se stessi. Qui i dati sembrano purtroppo più chiari: i tentativi di suicidio sono tra i ragazzi e le ragazze in aumento. Se è complicatissimo anche solo descrivere il problema, figuriamoci poi affrontarlo. Per sommi capi, visto quanto ci siamo detti, le vie da seguire sembrerebbero le seguenti: innanzi tutto una comprensione reale, approfondita, della situazione. In secondo luogo una maggiore attenzione, e sostegno, alle famiglie problematiche. Una reale educazione alla tolleranza, a partire dalla scuola. Una politica del lavoro che permetta almeno ai ragazzi di comprendere meglio qual è lo scenario in cui si muovono, quali sono le richieste alle quali devono saper rispondere, quali aspettative ragionevoli possono sperare di soddisfare. Un'educazione che comprenda anche la gestione del dolore e del conflitto. E ancora: fornire appoggio psicologico alle vittime della violenza, creare periferie non degradate, promuovere politiche di convivenza tra autoctoni ed immigrati. Come si vede, ce n'è abbastanza da riempire l'agenda di un governo per dieci anni. Oppure, per organizzarci un dibattito
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