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CONFLITTI
IN STRADA Una passeggiata pomeridiana per le vie del centro alla ricerca di pareri e idee sui conflitti: guerra e litigi nelle parole dei giovani torinesi. di Sergio Capelli In un periodo storico in cui la violenza (sia morale, che verbale che fisica) sembrerebbe avere il sopravvento, la via "pacifica" alla risoluzione dei conflitti diventa un vero e proprio spartiacque fra le diverse fasce della popolazione italiana e torinese e, proprio fra i più giovani, che naturalmente tendono ad estremizzare le proprie posizioni, questa situazione sembra essere più evidente. "Ma quale risoluzione pacifica dei conflitti? Io non ho voglia di stare a parlamentare - ci dice Angelo, 26 anni - Un discorso è fare una discussione fra amici, dove l'argomento del contendere sono sfumature, ma se si sta parlando di contrasti che esulano da questi confini, mi dispiace, ma non è nel mio stile confrontarmi. Tanto più se di fronte ho degli sconosciuti. Non arrivo mai a soluzioni 'estreme', semplicemente rifiuto il dialogo o la discussione. Faccio il venditore di professione, e la ricerca forzata del compromesso è già parte integrante della mia vita. Non mi va di 'sbattermi' anche nella vita privata. O sei con me o no ". L'atteggiamento di Angelo cambia radicalmente quando si parla di situazione internazionale: "Diverse sono le cose quando si tratta di rapporti fra organismi più grossi: industrie, governi, nazioni. A quel punto non esiste più l'uno contro uno, come nei rapporti interpersonali. A quel punto non si è più liberi di scegliere la via del rifiuto del dialogo: ogni decisione presa, infatti, ogni conflitto viene pagato da chi sta "sotto": lavoratori nelle aziende, cittadini nelle nazioni A quel punto è obbligatorio fare ricorso alla diplomazia, cercare in tutti i modi di ricucire il conflitto. E poi c'è gente che dovrebbe farlo per lavoro e tutti, senza nessuna eccezione, prendono degli stipendi da capogiro. Salvo poi far scontare il prezzo delle loro decisioni a chi li ha portati là dove sono". Insomma, la via del dialogo non è quella preferita, almeno sul piano dei rapporti interpersonali. Dello stesso avviso è Paolo, 19 anni. Indossa un cappellino decorato con la scritta Molti nemici molto onore ("L'ho visto in un negozio e l'ho comprato è una frase che mi piace, mio nonno me lo diceva sempre!") ed è seduto su una panchina di Piazza Castello con un gruppetto di amici: "Difficilmente ho dei conflitti da gestire. Forse perché sono grosso e la gente ha paura di me. Forse perché sono un tipo tosto e non mi vengono a rompere le scatole - dice Paolo - Fare un sacco di palestra mi aiuta nella gestione dei conflitti. E poi, le volte che sono stato 'disturbato' ho sempre risolto le cose a modo mio. Non lascio il tempo a chi mi affronta, lo aggredisco subito, prima verbalmente e poi se c'è bisogno ". Lascio a Paolo il tempo di terminare il suo spettacolino di fronte ai suoi tre amici che, ammirati, annuiscono vistosamente. Probabilmente sono stato utilizzato per la conferma di una leadership all'interno del gruppo. Ma continuo: un conflitto non è per forza legato ad un'azione di disturbo, non è obbligatoriamente uno scontro con uno dei tanti nemici che Paolo si onora di avere. Può essere una discussione con uno dei suoi tre amici, con la sua ragazza, con i suoi genitori, o con un suo diretto superiore sul lavoro. "Non può essere una di queste cose - afferma - Ci sono delle gerarchie da rispettare. Ognuno di noi occupa un posto all'interno di scale gerarchiche, in famiglia, nel gruppo di amici. Se ognuno rispettasse i propri doveri collegati a questo, allora non ci sarebbero mai dei conflitti. E per quel che mi riguarda io rispetto la scala gerarchica in cui sono inserito e pretendo che chi mi sta attorno la rispetti" conclude lanciando un'occhiata significativa al manipolo di amici. Abbandono Paolo e le sue teorie militaresche con il timore che possa salire sulla panchina improvvisando un comizio in mezzo alla piazza, qualora gli si chieda un parere sulla risoluzione dei conflitti a più ampio raggio. Mi incammino per via Garibaldi e incrocio un ragazzo dalle cui tasche spunta la bandiera della Pace. "L'ho appena comprata, le vendono al Centro Sereno Regis, qui vicino. La appenderò al mio balcone, manifestando così il mio no alla guerra". Si chiama Giuseppe, ha 26 anni. "Sono contrario a qualsiasi guerra, pur non essendo un pacifista e un anti-violento tout-court. E più di tutte sono contrario a questa guerra e a tutte quelle in cui, dietro a false ragioni umanitarie, si nascondono grossissimi interessi economici per lo più legati ai pozzi di petrolio. Era successo in Jugoslavia, succederà probabilmente in Iraq. E intanto la gente morirà, con negli occhi il fumo di un patriottismo becero e logoro". Fermo a fatica Giuseppe, che è un fiume in piena (oggi è proprio la giornata dei comizi ) e provo a portarlo sul personale. "L'atteggiamento che penso si debba utilizzare nei rapporti interpersonali quando ci si trova davanti ad uno scoglio è parallelo a quello che credo si debba utilizzare ai massimi livelli. O per lo meno io cerco di utilizzarlo: cerco di razzolare esattamente come predico. Difficilmente scendo in 'guerra' contro qualcuno. Se ci sono problemi è giusto cercare di risolverli insieme. Discutendone, parlandone, cercando un punto di incontro, soluzioni alternative. Evidentemente è necessario che la volontà di dialogo sia bilaterale. È inutile sbattersi per cercare un punto di incontro quando uno dei due 'contendenti' è arroccato sulle sue posizioni e non ha nessuna intenzione di cedere nemmeno un centimetro. E quando, dopo un certo numeri di tentativi, mi rendo conto che non c'è nessuna possibilità di arrivare ad un compromesso beh, allora ci sono gli enti preposti alla risoluzione dei conflitti, a cui io credo sia giusto rivolgersi. Ad ogni livello c'è un ente che dovrebbe occuparsi della risoluzione pacifica dei conflitti. I genitori in famiglia, e poi, andando sempre più su i tribunali, i tribunali internazionali, le Nazioni Unite. Oppure, semplicemente, un'autorità, anche se non ufficialmente investita di un ruolo, ma che goda della fiducia incondizionata di tutti e due i contendenti. Così in un gruppo di amici, se proprio i litiganti non riescono a trovare il bandolo della matassa, la palla può passare ad un paciere del gruppo, un elemento carismatico che si assuma l'onere (ma anche l'onore) di prendersi in spalla il problema. Certo che detta così sembra un processo rigidamente canonizzato, mentre in realtà è spontaneo e naturale". Ringrazio Giuseppe, che mi ha travolto e stravolto con il suo fiume di parole, mi riscaldo e mi rifocillo con un caffè e riparto alla caccia di pareri. Arrivato in piazza Statuto incontro Mohammed, un ragazzo 18enne marocchino, di religione islamica. "Lavoro come barista, e sono stato, finalmente, messo in regola. In Marocco vivevo in campagna, non distante da Casablanca. La mia famiglia, tutti i miei cari che ancora sono là sono islamici e vivono la situazione attuale con molta preoccupazione, soprattutto per me che sono qui in Italia. Purtroppo, come spesso accade, si sta rischiando di fare di ogni erba un fascio: islam uguale terrorismo. Non mi sembra nemmeno il caso di precisare che non è così. Certo che è dura per me. Mi trovo quotidianamente a scontrarmi con pregiudizi di ogni tipo: 'I marocchini spacciano, i marocchini scippano '. Ormai chiunque provenga dal nord Africa è definito Marocchino. Non posso negare che ci siano un certo numero di ragazzi che vivono di delinquenza, ma dire che tutti i marocchini lo fanno è un po' come dire che tutti gli italiani sono mafiosi. Una balla colossale!" Mohammed sembra avere un'urgenza di parlare, di esternare i suoi problemi. "Purtroppo quotidianamente sono costretto a gestire situazioni conflittuali: non passa giorno che non venga attaccato perché marocchino o perché islamico o per tutte e due le ragioni; non passa giorno in cui non riceva occhiatacce o battutine taglienti. E la gestione di queste situazioni è molto complicata. Dipende da chi hai di fronte. Solitamente si limitano all'occhiata di storto, alla mezza frase sussurrata all'amico di fianco o magari anche alla battutina ad alta voce, facendo ben attenzione che li possa sentire. Evidentemente a me non rimane che far finta di nulla, ingoiare il rospo e passarci sopra: mi fa male farlo, e forse la reazione istintiva sarebbe un'altra, ma non potrei fare diversamente, a meno di non voler passare gran parte delle mie giornate a litigare e a beccarmi, nella migliore delle ipotesi, insulti ben più fastidiosi delle battutine sussurrate. Insomma, i conflitti in realtà cerco di evitarli, più che gestirli, in questi casi. Quando invece si esce da queste situazioni, allora sì che li affronto, li prendo di petto, ne discuto, forse anche troppo. Ma alla fine arrivo sempre a una conclusione positiva. Basta dire che nei miei 18 anni di vita non ho mai perso un amico per un litigio". Provo a chiedere a Mohammed cosa pensa della situazione internazionale, come la gestirebbe lui. "Chi sbaglia paga! - esordisce - E se l'Iraq ha sbagliato dando appoggio a gruppi terroristici, allora è giusto attaccarlo. Ma ci vogliono prove certe: non si possono spezzare migliaia di vite solo per un sospetto. E se poi si rivelasse infondato?" |
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