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marzo/aprile 2002


 


 


LA GUERRA DEI MEDIA
I MEDIA DI FRONTE ALL'11 SETTEMBRE

di Fabrizio Cellai

Così come i nostri genitori si ricordano esattamente dove si trovavano il 22 novembre del 1963, giorno dell'assassinio del presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy, noi tutti non dimenticheremo mai cosa stavamo facendo il pomeriggio dell'11 settembre 2001 nel momento in cui abbiamo appreso dell'attacco alle Torri gemelle di New York e alla sede del Pentagono a Washington.
La notizia, appresa al lavoro davanti al computer, al bar sorseggiando un caffè o in automobile tornando a casa, ha sprigionato immediatamente un caos mediatico tipico dei momenti in cui le notizie superano l'immaginazione. E mai come in questo caso la realtà è sembrata andare oltre il confine della realtà.
Come hanno reagito i mass media di fronte a questa notizia che, pur con le immagini in diretta della televisione CNN, sembrava incredibile? Perché si sente ripetere che dopo l'11 settembre "nulla è più come prima", anche per quanto riguarda il mondo dell'informazione?
Le domande che ci siamo appena posti hanno trovato molte risposte nelle riflessioni di intellettuali, professori universitari, giornalisti, studiosi, ma anche in associazioni e organizzazioni che si occupano di mass media in generale. Alcune indicazioni arrivano da un convegno tenutosi alla Facoltà di Scienze della Comunicazione de La Sapienza che ha voluto riflettere su come il sistema informativo occidentale ha affrontato l'evento dell'11 settembre.
Bene, ne sono emerse alcune considerazioni molto interessanti. Innanzitutto il fatto che solo il giorno dopo gli attentati i quotidiani hanno potuto mostrare l'immagine sulle prime pagine; dunque, nella primissima fase, la parola scritta è stata messa in secondo piano rispetto al mezzo televisivo. Inoltre, i giornali hanno inseguito la televisione riempiendo le loro pagine di immagini e spesso le semplici didascalie alle foto delle torri gemelle trafitte e infuocate hanno sostituito del tutto gli articoli. Insomma la spettacolarizzazione della morte, reiterata su video per intere giornate dopo l'11 settembre, è continuata sulla carta stampata del mondo occidentale, "ritenendo che un'immagine riuscisse a comunicare meglio e più di un testo scritto", come osserva il giornalista Dario Volpi.
Altro punto interessante: l'uso della parola terrorismo da parte dei mezzi d'informazione. Nessun dubbio, ci fa notare Norman Solomon, esperto di media e politica, per i giornalisti americani riguardo gli autori degli attentati alle Twin Towers e al Pentagono: sono dei terroristi. Tuttavia esiste un altro punto di vista, adottato per esempio dalla famosa agenzia di stampa Reuters i cui giornalisti sostengono che "il terrorista di qualcuno è il combattente per la libertà per qualcun altro"; da qui la tendenza, in passato, a evitare l'uso di termini emotivi, come "terroristi", che in occasione dei fatti di New York e Washington sono stati invece invocati a gran voce dai media per descrivere gli autori delle stragi.
"Un uso ambivalente dell'etichetta 'terrorista' - ci ricorda Solomon - significherebbe qualche volta includere nella lista anche il governo americano che negli ultimi dieci anni, in Iraq come in Sudan o nell'ex-Jugoslavia, ha bombardato e colpito civili innocenti tanto quanto quelli uccisi l'11 settembre. Se i giornalisti non osano chiamare 'terrorismo' anche questo, allora la parola dovrebbe essere messa al bando dal lessico dei media".
Umberto Eco, esperto di comunicazione, si è invece interrogato sulla pubblicità gratuita regalata dai mass media a Osama Bin Laden.
"Qual era il proposito di Bin Laden nel colpire gli obiettivi? - si chiede Eco - Creare il più grande spettacolo del mondo mai immaginato neppure nei film catastrofici". Nell'analisi di Eco lo sceicco saudita non mirava a fare un certo numero di vittime (che pure sono state per i suoi fini un valore aggiunto) perché non stava facendo una guerra, ma stava lanciando un messaggio terroristico e quello che contava era l'immagine.
E i mass media come hanno reagito? Sono stati ovviamente obbligati a darne notizia. Ma hanno insistito (e questo non era un obbligo), ripetendo quella notizia ogni giorno, ad ogni ora, per un mese intero, con foto, filmati, infiniti racconti di testimoni oculari, calando le notizie nella ricerca morbosa della storia tragica all'interno della catastrofe di quel fatidico 11 settembre.
"In questo modo - conclude Eco - i giornali con le foto delle Twin Towers hanno aumentato le vendite, le televisioni con la ripetizione dei terribili filmati hanno aumentato gli ascolti; sta di fatto che in questo modo i mass media hanno regalato a Bin Laden miliardi di dollari di pubblicità gratuita, nel senso che hanno mostrato ogni giorno le immagini che egli aveva creato."
Un lavoro di grande interesse su queste tematiche è stato portato a termine a Torino dall'organizzazione non governativa APS (Associazione per la Partecipazione allo Sviluppo) che dal 1985, oltre a intraprendere azioni di aiuto umanitario e di cooperazione internazionale, è attiva in Italia grazie a interventi di informazione e di educazione allo sviluppo.
Il lavoro in questione riguarda la realizzazione di un kit multimediale nel quale viene analizzata la reazione dei mass media di fronte all'Evento che per la prima volta ha colpito al cuore il sistema occidentale.
"Il kit - afferma Giulia Micciché, coordinatrice del progetto all'interno di Aps - è composto da un cd rom contente la rassegna stampa delle due settimane seguenti l'attentato di testate giornalistiche appartenenti a dieci Paesi scelti a campione. Per ogni Paese, sono stati analizzati almeno due quotidiani, uno con posizioni filogovernative l'altro no".
Si va così dall'Italia ("La Stampa", "la Repubblica" e "il Giornale") agli Stati Uniti ("New York Times" e "Washington Post"); si prosegue con la carta stampata del mondo arabo con l'Egitto, l'Algeria, l'Iran, il Qatar ("al-Ahram", "al-Watan", "Gulf tomes", "Liberté"); l'India ("The Hindu" e "The Indian Express"), Israele ("Ma'ariv" e "Ha'aretz"), la Cina ("Renmin Rebao" e "South China Mornig Post"), per finire con la Russia ("Izvestija" e "Nezavisimaja").
La scelta degli articoli, la traduzione e la loro analisi è stata fatta da gruppi di lavoro suddivisi per Paese coordinati dalla giornalista Maria Nadotti. Il lavoro è stato fatto soprattutto su internet, data la difficoltà nel reperire molti dei giornali presi in esame, e accanto alla traduzione di ciascun articolo si trova la versione originale, in modo che chiunque possa controllare la fonte.
Tra le molte e interessanti riflessioni che scaturiscono dal materiale analizzato compreso tra il 12 e il 26 settembre 2001, ne scegliamo alcune.
La prima, che coinvolge tutto il mondo occidentale, è che il panico e lo stupore che hanno sconvolto la società e i media non ha lasciato immuni le testate prese in considerazione. Si è verificato un fenomeno anomalo: la funzione di organo d'informazione, che normalmente appartiene ai quotidiani, è stata spazzata via in quei primi giorni dopo gli attentati dalla drammaticità degli eventi, lasciando spazio alla disperazione, all'incredulità, all'emotività in generale. La seconda riflessione coinvolge i tre quotidiani italiani e riguarda la presenza di una serie di articoli che in quei giorni cercarono a tutti i costi il capro espiatorio, il nemico da combattere. Lo straniero venne perciò colpevolizzato, percepito in maniera indistinta e votato alla distruzione della cultura occidentale.
Oltre al cd-rom, il kit multimediale prodotto dall'Aps contiene un video con le immagini della tragedia, un'analisi di islamisti sugli stereotipi diffusi dai mass media sul mondo arabo e alcune interviste a personaggi della cooperazione non governativa.
Infine una pubblicazione con due interventi del professore universitario Michelguglielmo Torri che analizza le relazioni internazionali prima e dopo l'11 settembre, e una di Maria Nadotti con una riflessione sul giornalismo come strumento in mano al potere politico.


BOX

Per informazioni e per ricevere il kit multimediale: APS tel. 011.4375049, www.aps-ong.org

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