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| Sei qui: Città di Torino >> Informagiovani >> Rivista Informagiovani >> Num. 02/2002 | ||
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SENEGAL: IN VIAGGIO CON IL NONNO di Emanuele EnriaIl Senegal è stata la mia prima avventura in Africa. Ognuno di noi, credo, sogna nel suo intimo di poterla avvicinare almeno una volta Non mi sbagliavo: quando ne hai toccato la terra, quando ti sei addormentato sotto una luna più grande del sole al rumore del tam tam, tra le grida acute e nascoste degli animali che un po' più in là errano per la savana, non la dimentichi mai più. È come una malattia, un grande amore. Poi, il Senegal ha significato avvicinare le orme percorse dal nonno e, finalmente, conoscere con gli occhi ciò che da bambino ascoltavo dai racconti suoi e della nonna. Un bel mattino, dunque, eccomi all'aeroporto: destinazione Dakar, la capitale, arroccata sul capo roccioso della punta occidentale del continente, battezzato dai navigatori portoghesi del XV secolo Capo Verde. La città vive affacciata sul mare, assorbendo su di sé il ritmo che spetta ad una capitale africana: il porto, i mercati e le vie che si snodano dalla Place de l'Indépendance ne sono le viscere calde e rumorose; intorno, la popolazione vive, lavora, banchetta, danza, muore di lebbra agli angoli delle strade. Qui, come in un Paradiso che ha inghiottito anche l'Inferno, la Bellezza e la Povertà convivono insieme, naturali come due sorelle. Ci si innamora di una donna che porta sulla testa un cocomero per venderlo al mercato, si subisce tutto l'incanto della sua camminata da pantera per poi soffrire, all'isolato successivo, nel vedere 3 giovani ragazzi ridotti quasi allo scheletro dalla fame e dalla malattia. Ma l'anima vera di Dakar fiorisce al mercato: nei suoi colori, nei suoi frutti, nel pesce trasbordante sui banchi, nella voce stessa delle venditrici, nel loro sorriso, nelle loro vesti, nel loro cantare Il mercato più nuovo è quello di Kermel, ricostruito dopo un incendio con i finanziamenti del Consolato del Lussemburgo, mentre quello di Tilène, nel cuore della Medina, rimane il più autentico ed anche il più difficile da camminare per un bianco che vi si avventuri solo. Prima di uscire da Dakar, rimane la tentazione di dedicare metà giornata a uno "sbarco" sull'isola di Gorée, appena 20 minuti di battello di fronte alla città, una pacifica oasi fatta di sabbia e case bianche sommerse da buganvillee. Poi, viene il momento di scegliere una direzione: andare verso Nord in direzione Saint Louis, o scendere la costa verso sud fino alla foce del Saloum. Per andare verso Nord si passa per la "Via delle Niayes" in direzione Kayar: le Niayes sono delle piccole depressioni tra le dune dove si coltivano i legumi. Magnifico è giungere a Kayar nell'ora del tramonto, quando sulla spiaggia ritornano le barche dalla pesca. Allora, l'intero villaggio è in trepida attesa del raccolto della giornata che servirà da nutrimento e da fonte di guadagno. Se uomini sono i pescatori, donne, madri e figlie, sono coloro che attendono, che afferrano, che separano, che riempiono la cesta. So che molte ore ho trascorso a guardarle, e tante altre desidererò farlo ancora Salendo, tra Kayar e Mboro, si incontra il Lago Rosa, che deve il suo colore straordinario alla forte densità di sali minerali. Nel periodo invernale, è anche il luogo prediletto dagli uccelli migratori quali cormorani e pellicani, che vi giungono a centinaia. Ma che cosa è, in realtà, un itinerario, in Senegal? È, soprattutto, un viaggio attraverso lo sguardo, una fatica anche per il corpo che impara a conoscere la forza del sole al Mezzogiorno, la siccità della savana, il vigore centenario dei baobab e quanto l'acqua sia preziosa e benvenuta. Nelle mani della pioggia è la buona annata di un raccolto, la fecondità della terra, il benessere della gente. Ho avuto la fortuna di visitare insieme a padre Giancarlo, coordinatore della missione cattolica in Senegal, alcuni villaggi dell'interno: vivono senza acqua, raccogliendo miglio e frutta. Ogni mattina, il capo famiglia attacca il carretto al mulo per recarsi al pozzo più vicino da cui attingere la riserva d'acqua per la giornata. La missione lavora da anni alla costruzione di trecento pozzi lungo tutto il Senegal: quanta fatica, cari miei! A 60 chilometri da Saint-Louis si trova il parco nazionale di Djoudji, altra meta ideale per gli amanti degli uccelli. Il passato, poi, mi ha portato verso sud a percorrere strade piene di buche che sfidano l'abilità e l'attenzione di un guidatore. Zigzigando tra asini, carretti, taxi rimasti senza benzina e camionette sovraccariche fino alla testa di passeggeri, attimo dopo attimo ho cercato il Senegal: era, come nei racconti, uno spazio interminabile di savana riempita di baobab, imponenti come lo erano i giganti dell'Olimpo. Sulla destra, si percepiva la striscia blu dell'Oceano che ne segue tutta la costa, mentre a sinistra brillava il colore oro della sabbia riflessa dal sole. Visto a distanza, l'uomo è un piccolo punto dentro uno spazio che lo inghiotte dentro di sé. Forse è questa la ragione per cui si ha la sensazione di avanzare sempre e non arrivare mai. A circa 70 chilometri a sud di Dakar, giungo nel villaggio della Saumone e il cuore incomincia a battere: è qui che trovo l'eredità del nonno, gli anni trascorsi a costruire in una zona paludosa quello che oggi è, per i Senegalesi, un magnifico angolo di vita e vacanza. Da subito, mi sento come a casa, probabilmente a causa della calorosa accoglienza che riceviamo ovunque, la gente riconosce il nonno con gioia, sorpresa di vederlo ancora lì, e al nome di "Papi, papi" ci invita nella sua casa Da questo giorno in poi, mi dedico a conoscere la vita del villaggio. L'impressione è che sia sempre festa, vedo quotidianamente le donne vestite da parata e enormi piatti di Tiébou Dienn (fatto di pesce, spezie e riso) disposti al centro. Si festeggia ogni volta che c'è un battesimo, ogni volta che nasce un bambino, ogni volta che qualcuno si sposa e anche quando si muore insomma, si festeggia praticamente ogni giorno! Il rituale dura tutta la giornata, ed è fatto di una preparazione a cui contribuisce l'intero villaggio pestando la frutta per farne una bevanda, disponendo il bestiame, cucinando la carne e il pesce, e poi della festa vera e propria con celebrazioni, rituali, danze, canti. È un onore e un'emozione impareggiabile presenziarvi, per mangiare si usano le mani sedendosi tutti attorno ad un grande piatto. Le ore trascorrono in amicizia, piene di gioia e voglia di ballare. Certo, ancora una volta un elogio tutto particolare lo meritano le donne, le "gazzelle", come le chiamano loro: si coprono di stoffe colorite, si truccano da regine, fanno dei loro capelli lunghe trecce che scendono lungo la schiena, e aspirano tutte ad essere le più belle. Il momento magico arriva la sera: come in uno spettacolo non previsto, quando scende la notte intorno, la gente inizia a battere il tam tam disponendosi in un grande cerchio. I suonatori aumentano di minuto in minuto, al crescere del fracasso che fa tremare la terra, e nel mezzo lo spazio rimane vuoto, come in attesa. L'urlo del tam tam è troppo forte per non scaldare negli animi un fremito di movimento che vuole esplodere. Chi sarà la prima donna a gettarsi dentro e sfidare i suonatori in questo rituale? E quando una prima fa un timido accenno, ecco che anche le altre, ad una ad una, balleranno nel mezzo, per sfilare, per essere guardate, per attirare su di sé l'attenzione. Non vi è nulla di più eccitante di questa celebrazione che ogni sera si risveglia perpetua Per un amante come sono dei mercati, un'intera giornata l'ho trascorsa ad Hambour, a circa trenta chilometri più a sud, invasa ovunque di banchi che espongono ogni genere di oggetto, gris-gris, bracciali, vesti, filtri, stoffe, scarpe, musica, piatti, cappelli fino ad arrivare, davanti al mare, ad un'immensa coltre di pesce di ogni tipo e qualità. Il ritmo è frenetico, ci sono mani ovunque, che toccano, posano, contrattano. Prima di sentirsi davvero a proprio agio, è necessario essere entrati bene nell'atmosfera. Ogni ritorno a casa, se avviene quando il sole è calante, comunica un'estasi indescrivibile. Il carro del sole se ne va lentamente, scomparendo dietro la savana, ma lasciando ancora su di lei gli ultimi abbagli di luce. La processione di donne e bambini che rientrano ha una sua armonia segreta, come quella del mattino quando il sole risorge. Si dice che il nome Senegal venga dalla tribù dei Berberi che occupavano l'antica Mauritania, gli Zanagas. Dal 1959 è diventato République du Sénégal, staccandosi dalla Francia, sotto la guida del presidente poeta Lèopold Sédar Senghor; è stato proprio lui a definire il Senegal "completamente africano e, allo stesso tempo, disponibile alle culture straniere". Adesso, so molte cose in più e quando incontro un senegalese che cammina avvolto dentro un cappotto nel freddo inverno torinese, mi sembra di percepire ciò che può provare senza il sole e con le calze di lana addosso: un'infinita nostalgia di quella terra amica.
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