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MADE
IN JAPAN
di Fabiola Palmeri
In Giappone come in Italia nascono
sempre meno bambini, siamo infatti le due nazioni che si contendono
il record della più bassa natalità al mondo. Come conseguenza, ci sono
sempre meno giovani e nei nostri due paesi il numero degli anziani è
destinato ad aumentare in maniera considerevole. Tuttavia girando per
Tokyo di ragazzi se ne vedono tantissimi, specialmente in determinati
quartieri, che sono un po' come delle vere città, sia per numero di
abitanti che per le specifiche caratteristiche. Certo è che fra i 12
milioni di abitanti ufficiali di Tokyo, che arrivano però oltre i 20
milioni durante la giornata lavorativa (considerando tutti i pendolari
da Yokohama e altre città periferiche), non si riesce a notare la sproporzione
fra giovani e vecchi, anzi i ragazzi e le ragazze si vedono ovunque,
grazie anche alla netta diversità fisica ed estetica fra loro ed il
resto della massa umana. I così detti salary-man (impiegati) infatti,
continuano ad indossare abiti in tutte le tonalità del grigio e del
blu e le office-lady (impiegate) i loro impeccabili completi dagli svariati
colori ma sempre molto a posto, con gli accessori d'obbligo, dalle borse
di Prada e Vuitton ai folulard Chanel. Le anziane giapponesi invece
sono di statura davvero bassa, indossano spesso i kimono dai colori
e pattern che si addicono alle stagioni e alle occasioni. La nuova generazione
di giapponesi, gli under 25, sono sicuramente un mondo a parte ed anche
se al loro interno sussistono mille suddivisioni, dettate dai micro-mondi
di appartenenza, è impossibile non notarli. Sono più alti e più slanciati
dei loro padri e madri, sono più colorati negli abiti, molti ragazzi
negli ultimi anni prediligono decolorarsi i capelli e così spiccano
una marea di biondi platino fra la folla mentre tantissime ragazze fanno
ricorso ai colpi di sole per le loro lunghe chiome. Raccontare Tokyo
e la sua fauna è comunque un'impresa non da poco, si rischia sempre
di cadere nel banale, di ricorrere a comparazioni rassicuranti, di rendere
il suo divenire esagerato e di trasfigurarne la realtà complessa. Vediamo
allora di raccontarla il più possibile per immagini come se salissimo
su un treno della linea Yamanote, che ad ogni stazione fa entrare ed
uscire migliaia di persone e fra questi tantissimi giovani che da mattino
a sera si muovono in questa straordinaria capitale giapponese.
Harajuku,
il paradiso degli adolescenti
La stazione di Harajuku e le sue due uscite sono in assoluto sempre
gremite di ragazzi che vanno in prevalenza dai 12-13 anni fino ai 24-25,
dalle 11 del mattino a tarda sera. Harajuku è un quartiere che si estende
dal tempio Meiji e dal grande parco Yoyogi che lo contiene fino ad Aoyama,
regno dei più bei negozi di moda giapponese e non. Il confine è netto,
ad Aoyama la media dell'età è decisamente sopra i 25, in Harajuku si
trova un incontrastato dominio di teenagers. Ed infatti tutto sembra
essere fatto apposta per loro, i mille negozi di vestiti, oggetti, i
caffè, i fast food, le macchinette che vendono da bere, bibite calde
e fredde, non fanno che servire e rivolgersi ai nuovi adolescenti giapponesi.
Appena usciti da scuola, si va subito lì, per mangiare ed addentrarsi
nei negozi preferiti in cerca di qualcosa di economico da comprare.
Sì, perché ora è diventato imperativo per i ragazzi spendere poco e
fare il più possibile scelte oculate. Takeshita dori è una via non più
lunga di 300 metri in cui esiste tutto quello che un teenager, giapponese
o straniero che sia, possa desiderare e soprattutto si trovano idee
a profusione da copiare per essere trendy. Attualmente, uno dei negozi
più amati è "Ready Made", aperto tre anni fa da Hiroshi Fujiwara, ex
DJ e giornalista di moda, personaggio che fa tendenza ed ovunque metta
le mani crea consenso. Nel 1981 si trasferì a Londra dove incominciò
a frequentare l'ambiente punk ed incontrò Malcom Mc Laren, il manager
dei Sex Pistols. Mc Laren gli disse però che ormai il punk era diventato
un fenomeno diffuso ovunque e che se avesse voluto essere presente in
una scena davvero "cool" avrebbe dovuto recarsi a New York e informarsi
su tutto ciò che riguardava il mondo dell'hip-hop. E così avvenne. Dopo
l'esperienza newyorkese e la conoscenza con la musica e con la gente
hip-hop, Fujiwara torna in Giappone, apre il Ready Made ed inizia a
regalare una ventata di novità per i capricciosi teens del luogo. Sì
perché, bisogna dirlo, a Tokyo ci si può vestire come si vuole, ogni
stile, tendenza; appartenenza è benvenuta e convive dignitosamente con
le altre, ma proprio per questo si ha sempre bisogno di qualcosa di
nuovo e di conseguenza le mode giovanili si avvicendano velocissimamente.
Non si vedono più punk, modette, skin, ecc., al loro posto si notano
sofisticate evoluzioni dei generi precedenti, nuovi accostamenti o contaminazioni
che danno vita a nuovi look, sempre pensati fino all'ultimo dettaglio.
Uno dei ruoli centrali di contatto e comunicazione dell'universo giovanile
è senz'altro la musica e, a differenza di qualche anno fa, l'industria
musicale giapponese sta facendosi notare anche all'estero. Seppure ispirata
alla techno music occidentale e all'hip-hop, oggi il Giappone ha una
vibrante e personale cultura di club, portata avanti dalle nuove celebrità
del paese, ovvero i DJ. Tempo fa i DJ passavano semplicemente musica
di altri e si trovavano alla periferia della scena musicale, mentre
oggi i più conosciuti fra loro sono dei veri e propri performers
con contratti da urlo, show grandiosi e un grande seguito di fan. Dunque
questi nuovi hit makers come Ken Ishii, i Denki Groove e DJ Krush
stanno diventando modelli di ruolo per parte dei giovani giapponesi:
coltivano infatti un nuovo senso di ribellione e di individualità fra
i ragazzi che già da qualche tempo stanno cominciando a guardare di
traverso alla cultura nazionale, notoriamente orientata al gruppo. Ed
allora, frotte di ragazzi cercano di entrare nelle scuole per DJ (forse
il Giappone è l'unico luogo al mondo ad avere delle scuole per tutto),
dove poter imparare a prendere i suoni più disparati e a montarli fino
a farli divenire un'esperienza aurale fulminea. Basti pensare che qui
in Giappone, i turntables, lo strumento principale per un DJ,
si vendono ormai più che le chitarre. Ma questi ragazzi vestiti con
pantaloni larghissimi con il cavallo che scende alle ginocchia, T shirts
extra large, scarpe Nike o simili e cappellini da baseball con cuffie
sonore intorno alle orecchie devono lasciare Harajuku per recarsi solo
alla prossima fermata di treno Yamanote, Shibuya, per poter trovare
la materia prima dei loro desideri, la musica.
Shibuya,
tra cd e beauty salon
Shibuya è un'alta città-quartiere molto frequentata dai giovani, più
grande di Harajuku e dove le possibilità di aggirarsi per negozi e locali
vari si amplifica sempre più. Ci sono infatti tantissimi department
stores dai 3 agli 8 piani, al cui interno si trova tutto quello che
si può umanamente pensare di volere. Ma torniamo alla musica. Dunque
Shibuya ha anche la più alta concentrazione di negozi di vinile e non
del pianeta: più di 60. Lo scorso anno il Giappone ha importato 8,2
milioni di dischi, cifra che rappresenta circa quattro volte il totale
delle vendite effettuate negli Stati Uniti. Il tutto rende Tokyo il
deposito mondiale della musica o se preferite una Disneyland per DJ
e persone che della musica fanno la propria ragione di vita: se vi manca
qualcosa potete trovarlo qui. Entriamo però un po' più dentro all'universo
femminile, visto che la stragrande maggioranza dei DJ e adepti sono
di sesso maschile. Le ragazze di Tokyo hanno mille e più modelli di
possibile riferimento ma fra la folla di Shibuya spiccano decisamente
quelle con la pelle ultra abbronzata, tipo spiaggia di Miami, raggiunta
grazie a numerose sedute presso i beauty salon del quartiere che offrono
vari servizi: taglio dei capelli, lampade facciali, beauty treatment
al viso eccetera. Allora, lampade su lampade, capelli lunghi con colpi
di sole o sempre più tendenti al biondo ed abbigliamento succintissimo,
l'idea sarebbe quella di essere sexy e di contrastare il concetto tradizionale
nipponico di bellezza, ovvero pelle bianchissima, capelli neri, niente
trucco intorno agli occhi, rossetto ben definito sulle labbra il più
possibile coperte, con stile ma coperte. Una delle star di queste ammiratrici
della black-sensation è una pop singer di Okinawa, l'isola più a sud
del Giappone, isola fantastica, semi-tropicale solo con troppi marines
americani sul luogo. Il fenomeno Namie Amuro si veste con strabilianti
minigonne e top a tinta pastello acceso (rosa, azzurro, verde), indossa
scarpe con altissime zeppe e colora le labbra sempre più gonfie con
rossetti rosa Barbie, il tutto sotto un'ondata di lunghi capelli biondi.
Se le ragazze di questo universo spiccano fra le altre, non lo è certo
per armonia estetica ma proprio in quanto l'effetto che procurano è
forte. In realtà quello che l'estetica, giovanile e non, predilige qui
in Giappone è l'effetto "Kawaii", cioè carino, grazioso, ed ecco allora
un eccesso di infantilismo: visi angelici ma studiati al dettaglio,
centinaia di ragazze delle medie o del liceo che rimangono in divisa
scolastica tutto il giorno perché la gonna corta a pieghe ed i calzettoni
bianchi che scendono sovrapponendosi sulle caviglie rimangono uno status
di bellezza molto apprezzato dai coetanei e, cosa conturbante, anche
dagli uomini adulti.
Roppongi,
tra disco e manga
Dall'uscita est della stazione di Shibuya, parte un bus che arriva in
poco più di 10 minuti al quartiere di Roppongi, altro luogo da esplorare.
Roppongi - che è il quartiere della notte perché di notte non dorme
mai, grazie alle sue discoteche, ai suoi caffè e club che stanno aperti
fino al primo treno che parte alle 6 - è il luogo d'incontro di giovani
e meno giovani, e soprattutto degli stranieri e di tutti quei giapponesi
che alla cultura e alla vita notturna dei "gaijin" (stranieri) sono
particolarmente interessati. Durante il giorno però, Roppongi è frequentato
per i suoi negozi esclusivi di hair-dresser, per i designer d'interni
che qui hanno i loro studi ed inoltre da incredibili fans di Kitty.
Come, non conoscete la gattina più famosa del mondo? Mi riferisco naturalmente
a Hello Kitty (www.sanrio.it), creazione
di un designer della Sanrio Ltd. che da ormai 26 anni e, senza sosta,
si ritrova su oggetti, matite, tazze, posate, giocattoli, asciugamani
in Giappone e nel resto del mondo, magari con meno evidenza qui in Italia.
Kitty è diventata la gattina più ricca del pianeta perché tutto ciò
su cui viene applicato il suo musetto carino vende tantissimo e colpisce
acquirenti che vanno dalle bambine, alle teen, alle mamme. Ebbene, proprio
qui a Roppongi si trova una clinica speciale dove, grazie ad un piccolo
intervento di chirurgia plastica, è possibile farsi temporaneamente
impiantare dei baffetti da gattina in modo da assomigliare il più possibile
all'adorabile Hello Kitty. Il tutto per farsi notare in un mondo in
cui tutto è permesso e tollerato con velato compiacimento o con indifferenza.
Oriente
o occidente?
Come premesso in apertura, è difficile raccontare il mondo giovanile
di Tokyo e del Giappone, troppo vasto e sfaccettato in molteplici realtà.
Sicuramente qualche dato veloce ci dice che in Giappone la frequenza
scolastica fino alla scuola superiore è più alta che da noi, che i ragazzi
leggono di più e che almeno in superficie sono meno aggressivi. Un esempio
stupendo di questo ultimo dato è offerto dal mondo del calcio, nuova
passione nazionale che porterà il campionato mondiale di calcio proprio
in Giappone e Corea nel 2002. Il campionato di calcio giapponese viene
seguito dai suoi fan con vera passione ed il modello di riferimento
è il nostro campionato di serie A, considerato come esempio di massima
professionalità e bravura. Sta di fatto che allo stadio di Tokyo il
pubblico si diverte, canta, balla, si dipinge la faccia con i colori
della squadra preferita ma violenze, insulti, razzi e lancio di oggetti
contundenti qui non hanno posto. Si entra e si esce dallo stadio con
ordinata compostezza ed il più delle volte non è neanche il caso di
pulire le gradinate e i posti a sedere perché quasi tutti buttano i
rifiuti in un sacchetto di plastica che si portano da casa. Tutto questo
insieme di fashion, comportamenti, letture, musica ed immaginario che
forma la cultura pop giapponese ha però qualcosa a che fare con la tradizione
o è del tutto sconnesso dal Giappone dei templi e del tè verde? Direi
che nonostante le varie mutazioni successe e l'influsso occidentale,
molte delle idee della cultura pop hanno origine proprio nella storia
giapponese. Dimenticando i Mc Donald's presenti a tutti gli angoli di
Sibuya, Shinjuku e così via, pensiamo ai famosi manga (giornali a fumetti),
così letti ed indispensabili qui in Giappone ma anche così famosi fuori
dall'arcipelago. Ebbene i manga non sono che la progenie artistica degli
ukiyo-e, le altrettanto e più famose incisioni su legno del periodo
Edo. Non dobbiamo poi dimenticare che la cultura pop giapponese è ormai
da anni esportata in tutto il resto del mondo: chi non conosce Pikachu?
I super eroi degli ultimi 20 anni sono tutti giapponesi, dalla ragazzina
quattordicenne che influenzata dalla luna diventa Sailor Moon ai Power
rangers, dai Pokemon ai Digimon. E dunque che significa essere giapponese
in questa era globale? Ho rivolto questa domanda a tre 25enni giapponesi
di passaggio a Torino, in occasione di Torino Film Festival. E' infatti
straordinariamente più facile rendersi conto di come si è quando ci
si trova fuori dal proprio ambiente. Takashi Ujita è nato nel '75 a
Wakayama ed ora vive ad Osaka dove ha frequentato l'università, laureandosi
in cinematografia. A Torino ha presentato il suo ultimo film, intitolato
"Ryuko, in the unfaithful evening", film che narra della ventenne Ryuko
che abita con il fratello più giovane Shuwa e con il padre Matsuo. Una
storia piuttosto intensa girata e diretta con grande bravura. L'interprete
di Shuwa, Shunsuke Sawada, è invece un simpatico e promettente attore,
mentre Si Sumimura è una produttrice cinematografica che ha vissuto
per un po' a Londra. Tutti e tre non sapevano definire o descrivere
se stessi o le differenze fra loro ed il resto dei giovani in occidente
ma, osservandoli e parlando d'altro, la risposta è arrivata. I giovani
d'oggi non hanno più le certezze che la "bubble economy" aveva regalato
ai loro genitori, vogliono trovare un'identità più personale, viaggiare
e conoscere (e lo fanno) ma non con i tour organizzati tipo "sei giorni
Milano, Firenze, Roma, Napoli e Capri", a modo loro. Non sognano più
un lavoro sicuro per tutta la vita, nella stessa company, ma un lavoro
che dia soddisfazione e che si possa eventualmente cambiare. Altra costante
è che, pur amando gli spaghetti e gli hamburger, non rinuncerebbero
mai alla zuppa di miso, al riso al curry alla giapponese e alla soba.
Amano il Giappone e non lo lascerebbero mai per trasferirsi in modo
definitivo all'estero. Solo una cosa Shuwa vorrebbe importare dai ragazzi
che ha visto a Torino: "Vorrei riuscire a baciare la mia ragazza per
la strada o al cinema in continuazione, la prossima volta che torno
lo farò anch'io!"
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