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marzo/aprile 2001

 
 
 
 


 
 
TUTTI GLI INTERESSI IN FUMO
Piccola guida alla sigaretta di stato

di Giovanni Monaco

Tabacco e Stato, fumo e tasse, polmoni anneriti, interessi multinazionali e ministeriali. Le sigarette, viziaccio malsano e romantico, sono in realtà un intreccio di forze economiche, politiche, finanziarie e - perché no - mediche. In quelle foglie di tabacco essiccate, trinciate e arrotolate nell'apposita cartina, addolcite dal rassicurante filtro, si nascondono le migliaia di miliardi in gioco, la volontà degli Stati di non interrompere la dipendenza dei loro cittadini, l'assuefazione di milioni e milioni di persone per la dea nicotina. I numeri? Impressionanti: si tenga presente che, qualche settimana fa, Philips Morris - una delle più importanti aziende del settore - ha reso noto che nel secondo trimestre del 2000 i suoi utili sono saliti a 2,17 miliardi di dollari, quasi 4.500 miliardi di lire. I ricavi sono aumentati del 5,4%. Le sigarette vendute dal notissimo marchio americano sono state 172,2 miliardi (+0,1% in totale, ma +4,5% in Europa occidentale e in Giappone). Quattromila e cinquecento miliardi di guadagno in soli tre mesi valgono ben qualcosa, anche qualche battaglia legale. In Italia, a questo proposito, si prosegue con la lotta al contrabbando, che comincia a dare i suoi frutti almeno economici, e i conti dell'Eti, l'Ente tabacchi italiani, hanno registrato per i primi sei mesi del 2000 un aumento del sei per cento delle sigarette vendute, rispetto allo stesso periodo del '99. Incremento dettato dalle marche estere (+10%), molte delle quali comunque prodotte su licenza in Italia dallo stesso monopolio, e controbilanciato dal -3,7% subìto da quelle nostrane. Il tutto per complessive 46.842 tonnellate di prodotto (+5,7%) andato in fumo. Dati impressionanti, che chiariscono gli interessi in gioco. Ci sono però altre cifre, da tenere in seria considerazione. Il fumo di tabacco, e di sigarette in particolare, è il responsabile di numerose malattie spesso complicate da invalidità e morte. Senza ombra di dubbio è stato dimostrato che il fumo costituisce uno dei principali fattori di rischio cardiovascolare e neoplastico (infarti e tumori), oltre a rappresentare un importante acceleratore dell'invecchiamento. Cosa si inala quando si fa la fatidica e rilassante tirata? Migliaia di sostanze chimiche, tra cui cloruro di vinile, metanolo (carburante per fusioni), ammoniaca (detergente), naftilammina, uretano, pirene, toluene (solvente industriale), arsenico (veleno violento), dimetilnitrosammina, naftalina, dibenzacridene, Ddt (insetticida), fenolo, cadmio (utilizzato nelle batterie), acido cianidrico (era usato nelle camere a gas), acetone (solvente). C'è da prendersi una laurea in chimica (con master annesso) e anche qualcos'altro. Però il tabacco, oltre che business, è anche cultura, tradizione, piacere della vita. Risultati psicologicamente molto simili (anche se praticamente molto meno gravi) li otterremmo elencando le sostanze che ingeriamo mangiando alcuni piatti succulenti e malsani, bevendo alcuni liquori perfetti e micidiali, oppure analizzando le radiazioni e i bombardamenti che subiamo usando tecnologie utili ma dagli effetti per ora non del tutto conosciuti. E dove ci sono i soldi, c'è anche chi tenta di farli in modo poco onesto. Per le sigarette, c'è una complicazione in più: le tasse che raddoppiano il prezzo al consumo. Pensate cosa succederebbe se si potesse "spacciare" la benzina, senza bisogno di di-ßstributori fissi. Sarebbe la catastrofe, un po' come accade con il contrabbando di sigarette. Fenomeno fortemente avversato dallo Stato, stigmatizzato dagli organi d'informazione tutti, malvisto dalla popolazione. Qual è il vantaggio della guerra al contrabbando per l'onesto cittadino qualunque? La nascita di un monopolio può determinare due opposti sviluppi in economia: l'imposizione di un prezzo "politico" (totalmente avulso, cioè, dalle leggi di mercato), che può essere inferiore o superiore al reale prezzo di mercato di detta merce. Nel caso specifico, però, il prezzo statale è ben al di sopra di quello di equilibrio e ciò genera il fenomeno del contrabbando non ipotizzabile nel caso opposto. Si finisce insomma con lo spendere moltissime risorse per potenziare le forze dell'ordine, in particolare la Guardia di Finanza, per reprimere un'attività che danneggia soprattutto lo Stato stesso. Del resto, se si sommano i soldi spesi per contrastare il contrabbando e quelli profusi per le cure - la sanità è pubblica, non dimentichiamolo - rese necessarie dall'abuso di sigarette, forse il ragioniere di stato consiglierebbe ai competenti ministeri di lasciar perdere con le sigarette. Questo perché, malgrado tutto, si spende più di quanto si incassa, ma è evidente che i problemi e le questioni da risolvere, in pratica sono sempre meno lineari che in teoria.

ETI: una questione di monopolio
Si diceva dell'Eti. Prima c'era il Monopolio: chiamiamolo come vogliamo, è lo strumento finanziario dello Stato su nicotina e dintorni. Da un paio d'anni la sigaretta che fumiamo ha la targa dell'Ente tabacchi italiani (Eti, appunto). Un ente destinato ad essere trasformato in società per azioni e privatizzato con un collocamento dei titoli sul mercato. Lo stesso percorso già avviato per le Poste Italiane. Ai vertici dell'Ente Tabacchi è stato affiancato un comitato consultivo paritetico del quale fanno parte sei rappresentanti dei lavoratori e, solo per i problemi che li riguardano, tabaccai e produttori di tabacco. L'Ente svolgerà le attività produttive e commerciali svolte dai Monopoli (produzione di sigarette e di sale) con esclusione delle attività di lotto e lotterie. L'Eti ha avuto un fondo di dotazione iniziale di oltre 500 miliardi e il personale dei Monopoli è stato progressivamente trasferito all'Ente stesso. Sembra, occorre dirlo, che poco sia cambiato: anche se non si chiama più monopolio, ha in mano l'esclusiva sulle sigarette (e anche quelle straniere devono riportare il "si venda" dell'Eti) e forse l'unica novità è rappresentata dal collocamento in borsa. Con atteggiamento schizofrenico, il nostro Stato - che gestisce in proprio il commercio del tabacco e che combatte chi tenta di infrangerne le regole - ha dichiarato guerra anche ai fumatori. Il ministro della Sanità Veronesi ha presentato infatti in Parlamento una proposta di legge che prevede l'inasprimento delle sanzioni amministrative per i trasgressori del divieto di fumare (da 5-10.000 a 100-300.000 lire, che entrano nelle casse dello Stato, il quale ci ha venduto proprio le sigarette per le quali ci sta multando). La proposta vieta il fumo anche nei bar e ristoranti e negli ambienti dove si svolgono attività lavorative, come uffici e banche. Tutto giusto. D'altro canto un articolo apparso sul giornale del National Cancer Institute afferma che i parametri per la misurazione del contenuto di nicotina e condensati riportati sul pacchetto di sigarette sono superati e che le sigarette light (cioè considerate più leggere) fanno ugualmente male, perché il consumatore è portato a traspirare il fumo più profondamente e più spesso.

Storia di un monopolio
Il monopolio? Un'invenzione italiana che ha conquistato il mondo. Alcuni studiosi affermano (sbagliando, dicono altri storici) che la privativa sul tabacco fu inventata in Francia dal Colbert. Prove "inconfutabili" dimostrerebbero invece che fu Papa Alessandro VII ad inventare la tassa sul tabacco. Il Monopolio del tabacco in Francia fu introdotto tra il 1661, anno in cui venne chiamato al Ministero delle Finanze Colbert, e il 1674 anno in cui si sa per certo che vennero regolamentate le tabaccherie. A Roma la privativa sul tabacco fu introdotta da Papa Alessandro VII Chigi con i chirografi del 21 agosto e del 15 dicembre 1655, provvedimenti che rappresentano un vero record mondiale. L'uso che si fece all'inizio del tabacco (allo stato verde, essiccato, polverizzato) fu a scopo di medicamento per numerosissimi mali, ragion per cui divenne dominio dei farmacisti. Il suo impiego come prodotto voluttuario è successivo. Dapprima s'adoperò per fiuto, sotto forma di polvere anche aromatizzata da aspirare nelle cavità nasali, e a tale tipo di consumo dettero un contributo notevole le dame della buona società. L'abitudine di fumarlo fu introdotta dall'Inghilterra a partire dal 1590 e fece proseliti, specie nel popolino e tra i soldati, cosicché la configurazione sociale del "vizio" si presentò diversa da quanto si sarebbe indotti a ritenere. L'uso del tabacco ben presto degenerò in abuso e determinò la reazione dei medici che denunciarono i danni che arrecava all'organismo. Ciò indusse Papa Urbano VIII a condannare coloro che aspiravano il tabacco in chiesa. Ma i governanti dell'epoca compresero che il tabacco poteva costituire una fonte d'entrate per le pubbliche finanze per cui, con il pretesto della tutela della salute, istituirono i primi vincoli fiscali esercitati a mezzo di appalti a privati o di monopoli gestiti direttamente. La coltivazione del tabacco in Italia si mantenne limitata fino al secolo scorso. A Roma la prima fabbrica pontificia di tabacco venne costruita da Benedetto XIV a metà del diciottesimo secolo in Via Garibaldi perché potesse sfruttare, come forza motrice, il copioso getto d'acqua proveniente dalla sovrastante fontana dell'Acqua Paola, al Gianicolo. Fu sempre Papa Benedetto XIV, fanatico sostenitore del fumo, ad abolire il 21 dicembre 1757 la tassazione sul tabacco, eliminando di fatto la privativa stessa. Da quel momento a Roma fu resa libera la semina, la raccolta e la commercializzazione del tabacco sia greggio che lavorato e fu permesso a chiunque di importare tabacchi esterni nel territorio dello Stato Pontificio senza pagare alcun tipo di dazio o gabella. Questo portò ad un crollo del prezzo di vendita al pubblico del tabacco. Si dovette aspettare che i francesi entrassero a Roma perché fosse reintrodotta nello Stato Pontificio la privativa dei tabacchi. Con l'unificazione del Regno d'Italia ed una legislazione unica della produzione il nostro Stato divenne il primo produttore continentale di tabacco. Da allora al 1970, anno di abrogazione del monopolio della coltivazione e del commercio del greggio, l'esercizio del monopolio dei tabacchi è stato gestito direttamente dallo Stato nella figura di organismi diversi che si sono succeduti: 1862-1868 Direzione Generale delle Gabelle 1868-1883 Regia Cointeressata 1884-1927 Direzione Generale delle Privative 1928- Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato Il Parlamento ha approvato la trasformazione dell'AAMS in "Ente Tabacchi Italiani", Eti, un ente pubblico economico, in vista della successiva trasformazione in Spa.

Attacchiamoci al filtro!
Filtro, o caro. La salvezza in un rotolino di sostanze filtranti è difficile da trovare, ma tutti la cercano. Fino al 1957 si fumava soprattutto la sigaretta senza filtro, ma dal 1963 in poi le sigarette con filtro hanno eseguito un sorpasso degno di Schumacher: in Italia, oggi, coprono l'87% delle vendite totali. I filtri più comuni sono quelli di acetato di cellulosa, di carta, di cotone e di cotone misto a carta; esistono filtri che contengono combinazioni di carbone attivo, carta e acetato di cellulosa o altro materiale filtrante di vario genere. Inoltre se ne possono associare di più o meno lunghi o addirittura più filtri, fatti con materiali diversi. Mentre nel 1966 la maggior parte dei filtri commerciali poteva rimuovere il 25-40% del catrame, i filtri usati adesso lo riducono del 60% circa. Oggi si producono sigarette con un minore contenuto di catrame nel tabacco e con carta più porosa, così da ridurre la quantità di catrame inalato. I filtri trattengono però solo una parte delle sostanze in sospensione nel fumo, in quanto sono inefficaci sull'ossido di carbonio e sulle nitrosammine e - naturalmente - non servono affatto per quanto riguarda il fumo passivo. Per quanto riguarda l'ossido di carbonio, la situazione rasenta l'assurdo. In una sigaretta classica la ventilazione che avviene attraverso la carta diluisce un po' i gas. I filtri però sono raramente porosi: così, nella maggior parte dei casi, essi imprigionano i gas dentro la sigaretta e li convogliano verso i polmoni. Chi fuma la sigaretta fino alla fine, secondo calcoli fatti, assorbe circa il 40% in meno di nicotina di chi fuma senza filtro, ma il 28% di ossido di carbonio in più. Dopo il semplice filtrante a carbone attivo, la tecnologia ha reso disponibile le sigarette a filtro ventilato e, ultimo in ordine di tempo, il sistema "Calibro Smoke Control", che affida al fumatore il controllo del condensato catramoso (Tar) della combustione del tabacco: con una semplice rotazione del filtro è possibile ridurre il Tar della metà. Paradossalmente il filtro migliore è la sigaretta stessa, almeno nel primo terzo, quando il fumo è meno carico di sostanze tossiche: buttarla via prima di superare la metà potrebbe essere una protezione efficace. Attualmente si stanno studiando filtri ad alta selettività, che non selezionano tutto il fumo, ma solo le sostanze maggiormente dannose, allo scopo di consentire di continuare a fumare, fumando però una sigaretta "sicura" che conservi il gusto del fumo. Tuttavia un filtro davvero efficace è difficile da costruire, a causa della quantità delle sostanze in gioco e del loro diverso comportamento. Inoltre esso priverebbe la sigaretta del suo aroma, così che il fumatore non esiterebbe a rifiutarla.

 

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