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marzo/aprile 2001

 
 
 
 


 
 
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Casa sono i muri, la città, il paese dove vivi, ma è anche dove sei nato, dove senti le tue radici,
un posto che hai lasciato forse lontano, ma non smetti di portarti dentro.

di Annamaria Ferrero

In questi tempi più che mai in movimento, dove tutti si spostano in cerca di qualcosa e le città cambiano continuamente faccia, può capitare di abitare nel cuore di Torino e sentirsi nel cuore del mondo. Così il vecchio palazzo di ringhiera in cui viviamo si trasforma in un microcosmo, dove ogni appartamento racconta un pezzo di mondo, e attraversarlo diventa un lungo viaggio. Alla scoperta di questi vicini così lontani, con il vecchio pretesto di prendere il caffè insieme, abbiamo cercato di capire cosa significa per ognuno di loro "casa". C'è chi sta qui da una vita, altri che sono di passaggio, persone che hanno scelto questa casa, altre che ci sono capitate. Qualcuno si è spostato di poco, qualcuno viene da molto lontano. C'è chi segue gli studi, il lavoro, l'amore, il destino. Chi si affeziona ai luoghi, chi sta bene dappertutto, chi continua a sentirsi a metà. Per qualcuno casa è dove tornare, per qualcun altro quella che sta lasciando. Gente che torna ogni fine settimana, ogni estate, una volta sola in dieci anni, qualcuno che sa di non poterlo più fare.

Lei qui la chiamano tutti Adriana, ma il suo nome in Albania è Lefteri. Significa libertà. 34 anni, da quattro è arrivata in Italia con Agim (45 anni), suo marito, e da un anno si è fatta raggiungere da due sorelle, Raimonda (32) e Valbona (23). Per ora abitano tutti e quattro in una camera: "Facciamo sacrificio per risparmiare qualche soldo". Ha messo il copriletto della festa, Lefteri, e scherza: "La gente penserà: si sono trovati apposta per la foto, non può essere che vivono tutti lì dentro. Tu scrivi che dietro la porta ci sono altre stanze". Poi racconta: "Adesso non so se voglio stare in Italia o in Albania. Avevamo messo assieme con mio padre qualcosa per fare due mattoni, ma poi dico: cosa andiamo a fare là? È un paese tutto distrutto. Dispiace, perché Albania è bella. Durazzo, la mia città, è proprio vicino al mare, si può fare turismo, si può fare tutto, ma non c'è strade, non c'è luce, non c'è niente. Adesso è strano: adesso non mi sento qui e non mi sento là, anche se la maggior parte penso di restare qui. Qui sto bene, nella casa, nel quartiere, ci salutano tutti. Sono contenta, anche se lavoro dalle sette di mattina alle otto di sera tutti i giorni. Ma quando prendo lo stipendio non è che penso: adesso cosa faccio, pago l'affitto o mangio o cosa? Qui si può vivere, anche comprarsi un vestito, cioè, si possono fare progetti." Forse per questo, secondo Edgar (32 anni) "chi riesce a stare fuori per un po' di anni, non torna indietro". Lui è a Torino già da due. A Guayaquil, in Ecuador, ha una figlia di 8 anni, che adesso vive con la nonna e nove zii. "Voglio rimanere qui, portare anche Caterine, tornare al mio paese solo una volta all'anno, per le vacanze". Gli altri ecuadoregni che dividono l'appartamento con lui sono qui da meno tempo e progettano invece di rientrare nel loro paese. Elisabet (30 anni) viene da un paesino della provincia di Los Rios, dove era impiegata in un ufficio. Qui assiste un nonno. Il suo sogno è quello di tornare entro tre-quattro anni e comprarsi una casetta là: "Querria tener mi casa en Buena Fé." "Quiero volver a mi país con soldi" ride Mariela, che ha solo 20 anni e viene da Mocache. Pedro (52 anni) continua a rammendarsi un pantalone, ma mentre scandisce poche parole in spagnolo ci fissa con uno sguardo indelebile di tristezza e dignità. Lui a Buena Fé ha cinque figli. È qui da quattro giorni e durante il viaggio gli hanno rubato tutto: "Vengo a buscar mejores días porque en mi país, Ecuador, estamos en una crisis totalmente dura". Betty (37 anni) è arrivata quattro mesi fa e a Quevedo ha lasciato un figlio piccolo. Suo marito vorrebbe raggiungerla, ma lei non sa se avrà la forza di restare. Non riesce ad abituarsi al nostro inverno, troppo freddo, né a quello che mangiamo. "Extraño mucho mi país" dice: mi manca molto il mio paese. Sono tante le donne che da vari paesi lasciano tutto per venire qui, perché l'unico modo di aiutare la famiglia è a distanza. Baby (40 anni), viene da Los Baños Laguna, Filippine. Qui si è trovata bene, in questi primi quattro mesi, ma le mancano il suo paese e suo marito: "I like here in Italy, but I miss my country and my husband." Per ora è ospite a casa della sua amica Jessy (46 anni), che racconta: "In nove anni solo una volta tornato a Filippine. Non lo so prossimo viaggio. Mi manca miei figli, prima, ma adesso a posto miei documenti comincio a chiamare: due stanno qui da quasi due anni. Altri due ancora a Filippine, di 20 e 10 anni. Prima questa casa non voglio perché troppo grande, adesso no, adesso bene, qui, insieme". Betsy (32 anni), è invece arrivata con una parte della sua famiglia: "Sono l'ultima di quindici fratelli, cinque sono in Perù, dieci in Italia. Prima vivevo con loro, adesso da tre anni sono venuta in questa casa. Mi hanno sempre fatto tutto loro, ma per diventare grande devo imparare a stare da sola. È duro stare da sola, ma questa casa va bene per me, no? Ogni tanto andiamo in Perù, in due o tre insieme, partiamo. In Perù non c'è tecnologia, macchine, ma c'è di tutto, le cose migliori: la gente è allegra, gli piace la musica. Ho nostalgia del Perù, certo, ma qui si riesce a risparmiare un po' di soldi. Non so se voglio tornare, magari mi sposo qua, non so. Non ho premura." Sì, perché in Italia ci si può anche fermare per amore. Per questo Ellise (39 anni), di Norwalk, nel Connecticut, ha lasciato gli States una decina di anni fa: "Ho la fortuna di andare a casa, l'altra casa, una volta l'anno, ma il posto dove sto è il mio 'home'. Di America qui ce n'è anche troppa: cornflakes, McDonald, film. Non mi manca niente di là, a parte le persone, e una sensazione di spazio." Con Ivano (43 anni) si sono conosciuti a New York, e dopo un periodo di viaggi hanno deciso di stabilirsi qui. Lui prima di questa ha avuto altre case a Torino, "ma questa casa è particolarmente casa, per questo senso di solidarietà che ho subito sentito con le persone". Basta dire che le loro due bambine, Zazie ed Esme, considerano i vicini come dei veri nonni. Loro, Cesarina (73 anni) e Augusto (77), sono gli abitanti storici del palazzo: sono qui da quarantaquattro anni, "quando la casa era ancora un gioiello". Augusto è arrivato a Torino nel '35, da Pistoia: sua sorella lavorava in un ristorante e lui, ancora troppo piccolo, lo mettevano su uno sgabello a lavare i piatti. Poi è diventato un cantante. Mentre prendiamo il caffè in salotto è sempre Cesarina che racconta, ma lui ha messo su un vecchio disco, e la sua voce, graffiata dal fruscio del vinile, riempie la stanza. "Sono venuta ad abitare in questa casa nel '46, da sposa. Questo era il mio sogno fin da bambina, facevo ridere tutti perché dicevo: da grande mi sposo e vado a stare a Torino. Ma della campagna ho solo bei ricordi: i ricordi dei giochi." Di restare in Italia per amore è successo anche a Florence (30 anni), capitata qui per studio: "Sono venuta in Italia con l'Erasmus, poi ho conosciuto il mio ex fidanzato, suonava il violino anche lui. Mi sono detta: l'Italia, la musica, l'amore, perché no? Mi sento bene qua, ho iniziato la mia vita lavorativa qua. Sai, lasci casa a 19-20 anni e poi è tutto da fare. Adesso a Grenoble torno solo per le feste." Molti vengono a Torino per studio anche da altre città italiane, come Vittorio (30 anni), che dice: "Alla fine non sei né carne né pesce. Casa mia adesso non è né Torino né Foggia. Foggia è solo l'ultima città dove i miei si sono fermati: non c'è un posto che io so che è della mia famiglia. Da quando sono arrivato, ho girato sette case, ma queste sono tutte case dove sai che poi ti sposti. E poi in futuro potrei andare in qualche altra città: casa è dove uno ha un'attività, un interesse, gli amici." Ma sentire di non appartenere a un posto può essere difficile, e non è solo questione di distanze. Raffaella (26 anni), che divide l'appartamento con Vittorio e Rossella, finito il liceo a Cuneo si è iscritta all'università a Torino: "I primi mesi sono stati durissimi, perché sentivo moltissimo la mancanza dei miei, anche se tornavo ogni fine settimana. Poi invece è successo il contrario: sono dovuta rientrare per un anno ed è stata una tragedia. Perché Cuneo è di quelle città d'oblio: ci si sta così comodi che il tempo passa e non te ne accorgi, ma più ci stai e meno faresti. Io lì ho i miei amici, ma quello che voglio fare, quello che m'interessa, è qui. Così essere a Torino è desiderare di essere a Cuneo e essere a Cuneo è desiderare di essere a Torino. È un sentirsi a metà, per tanto tempo." Anche per Rossella (27 anni), l'attaccamento ai luoghi è molto forte, sia nei confronti di Torino - "è la mia città, la sento familiare, qui sento di avere sotto i piedi le mie strade" -, sia per il paese della madre, in Calabria, dove ha trascorso molte delle sue estati: "per me è proprio un legame di posti, ci sono delle sensazioni che ho soltanto lì. Non è orgoglio, è un sentirsi parte". La nostalgia per la propria terra è spesso legata ai luoghi della memoria, dell'infanzia. Francesco (30 anni), un altro studente, ci dice: "Ero partito con l'idea di stare in giro un po' di anni e poi tornare, ma più il tempo passa e più il brodo s'allunga. È un luogo comune considerarsi cittadini del mondo, ma se devo scegliere un posto, il posto più bello è casa mia, a Foggia: io là sto bene, ragazzi! Quelli sono posti pieni di ricordi, di quelli che becchi quando sei piccolo e non si tolgono più. Comunque, di sicuro torno, prima o poi, il posto ce l'ho già, al cimitero." È lo stesso legame che prova Stefano (30 anni): "Casa mia è ancora Palermo, anche se sono dieci anni che sono via. Anzi, la famiglia di mio padre è di questo posto vicino al mare, vicino a Messina, dove abbiamo una casa di villeggiatura, e questo è il posto delle radici, sai quello che quando sei vecchio tornerai: ecco io tornerò là." Con lui c'è Myriam (26 anni): "Ho vissuto sempre con i miei, adesso non mi sono ancora trasferita definitivamente, ma non vedo l'ora di cominciare quest'esperienza. Il particolare è che io e Stefano ci conosciamo da un mese: lui è amico di mie amiche e cercava qualcuno con cui dividere le spese. Questa sarà più casa quando diventerà più vicina a quello che io voglio, colorata, vivace, quello che per me è la casa: un nido, un posto dove star bene." Casa in questo senso è un posto che fa male lasciare, come per Angela (52 anni), che ha abitato qui fin da bambina, con i genitori, ma da pochi mesi si è sposata e andrà a vivere altrove. "Non ho voglia di parlare della casa. Credi che me ne vado di qui e lascio lembi di pelle in ogni stanza." Tra le persone che abitano nel palazzo da più tempo, anche Santa (64 anni), originaria di Monte San Giovanni, Reggio Calabria, è molto affezionata alla casa: "Non la lascerei mai, è da quando sono arrivata che abito qui". E ricorda la data esatta: "È dal '68 che sono a Torino, il 25 agosto. È mancato mio marito e sono venuta su con i parenti. Ma tutti gli anni torno al paese, anche due volte l'anno." Eppure non tutti quelli che ci vivono da tanti anni condividono questo attaccamento alla casa: Giuseppe (75 anni) è qui dal '77, "quando è andata a ramengo la ditta dove lavoravo. Qui ci sto perché ci sto, per non stare alla pioggia, ma sono stato in alloggi migliori. Ero molto affezionato alla casa di prima: Via Camino 2. Ci sono stato quarant'anni, da quando ne avevo sette. L'ho vista costruire, quella casa lì, ho visto fare le fondamenta." Nancy (42 anni) è invece appena arrivata in questo palazzo quando andiamo a trovarla. Il suo appartamento è ancora vuoto, in camera solo una lastra di marmo, su cui poggiamo tazzine e caffettiera, e il profumo di un bastoncino d'incenso che brucia. Nancy viene dalla Nuova Zelanda, ma ha vissuto in Australia, Giappone, Cina, Brasile. "Ho abitato in tanti posti diversi, ma non sono un viaggiatore, in un certo senso, non sono coraggiosa. Mi sposto perché la vita è così: s'incontra qualcuno, si parte. Le radici sono dentro, non nella terra dove sei nato, anche se mi piace tornare là, anche se ho un paese bellissimo. Questa è la mia prima volta in Europa. Potrei raccontarti molte cose, ma avere una casa, in questo momento, è la cosa più importante. La casa per me è uno spazio, non è cose. Adesso non ho niente, ma ho questo spazio." Anche Tania (32 anni) è nata in Nuova Zelanda, ma questo per lei "è solo un dato sulla carta d'identità. Mia mamma è calabrese e mio padre neozelandese. Io fino a cinque anni ho vissuto là, poi sono venuta via, ma dell'infanzia altrove non ho ricordi. È tutto un pezzo della mia vita che dev'essere finito da qualche parte. Comunque per me la mia casa è questa: la prima casa senza genitori. Anche quando cambierò casa, se cambierò, questa resterà sempre la mia casa." Piero (52 anni) prima ha avuto molte case: "tutto dove andiamo in giro c'è un posto dove ho abitato: una vita di traslochi". Adesso però si è fermato qui con Tania e la loro bimba Anita, di 2 anni, e anche per lui questa casa ha qualcosa di speciale: "qui, con il ballatoio, è come essere tornato alla mia infanzia. Fino a undici anni ho vissuto in una casa così, in una periferia incalzata dalla città, nei primi anni sessanta. C'erano casette bombardate, campi coltivati e buchi dove costruivano palazzi: era terreno fertile per i giochi, facevamo le bande ed erano posti incredibili." Posti incredibili. Ecco questo cos'è. Un posto pieno di storie che non sono solo storie di case, di modi diversi di abitare, sono vite accostate dal caso dietro le finestre dello stesso palazzo, unite da qualcosa in più di un unico indirizzo.
 

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