![]() |
SPECIALE | |
|
|
||
| Sei qui: Città di Torino >> Informagiovani >> Rivista Informagiovani >> Num. 02/2001 | ||
|
|
||
|
HOME Casa sono i muri, la città, il paese dove vivi, ma è anche dove sei nato, dove senti le tue radici, un posto che hai lasciato forse lontano, ma non smetti di portarti dentro. di Annamaria Ferrero In questi tempi più che mai in movimento, dove tutti si spostano in cerca di qualcosa e le città cambiano continuamente faccia, può capitare di abitare nel cuore di Torino e sentirsi nel cuore del mondo. Così il vecchio palazzo di ringhiera in cui viviamo si trasforma in un microcosmo, dove ogni appartamento racconta un pezzo di mondo, e attraversarlo diventa un lungo viaggio. Alla scoperta di questi vicini così lontani, con il vecchio pretesto di prendere il caffè insieme, abbiamo cercato di capire cosa significa per ognuno di loro "casa". C'è chi sta qui da una vita, altri che sono di passaggio, persone che hanno scelto questa casa, altre che ci sono capitate. Qualcuno si è spostato di poco, qualcuno viene da molto lontano. C'è chi segue gli studi, il lavoro, l'amore, il destino. Chi si affeziona ai luoghi, chi sta bene dappertutto, chi continua a sentirsi a metà. Per qualcuno casa è dove tornare, per qualcun altro quella che sta lasciando. Gente che torna ogni fine settimana, ogni estate, una volta sola in dieci anni, qualcuno che sa di non poterlo più fare. Lei qui la chiamano tutti Adriana,
ma il suo nome in Albania è Lefteri. Significa libertà. 34 anni, da
quattro è arrivata in Italia con Agim (45 anni), suo marito, e da un
anno si è fatta raggiungere da due sorelle, Raimonda (32) e Valbona
(23). Per ora abitano tutti e quattro in una camera: "Facciamo sacrificio
per risparmiare qualche soldo". Ha messo il copriletto della festa,
Lefteri, e scherza: "La gente penserà: si sono trovati apposta per la
foto, non può essere che vivono tutti lì dentro. Tu scrivi che dietro
la porta ci sono altre stanze". Poi racconta: "Adesso non so se voglio
stare in Italia o in Albania. Avevamo messo assieme con mio padre qualcosa
per fare due mattoni, ma poi dico: cosa andiamo a fare là? È un paese
tutto distrutto. Dispiace, perché Albania è bella. Durazzo, la mia città,
è proprio vicino al mare, si può fare turismo, si può fare tutto, ma
non c'è strade, non c'è luce, non c'è niente. Adesso è strano: adesso
non mi sento qui e non mi sento là, anche se la maggior parte penso
di restare qui. Qui sto bene, nella casa, nel quartiere, ci salutano
tutti. Sono contenta, anche se lavoro dalle sette di mattina alle otto
di sera tutti i giorni. Ma quando prendo lo stipendio non è che penso:
adesso cosa faccio, pago l'affitto o mangio o cosa? Qui si può vivere,
anche comprarsi un vestito, cioè, si possono fare progetti." Forse per
questo, secondo Edgar (32 anni) "chi riesce a stare fuori per un po'
di anni, non torna indietro". Lui è a Torino già da due. A Guayaquil,
in Ecuador, ha una figlia di 8 anni, che adesso vive con la nonna e
nove zii. "Voglio rimanere qui, portare anche Caterine, tornare al mio
paese solo una volta all'anno, per le vacanze". Gli altri ecuadoregni
che dividono l'appartamento con lui sono qui da meno tempo e progettano
invece di rientrare nel loro paese. Elisabet (30 anni) viene da un paesino
della provincia di Los Rios, dove era impiegata in un ufficio. Qui assiste
un nonno. Il suo sogno è quello di tornare entro tre-quattro anni e
comprarsi una casetta là: "Querria tener mi casa en Buena Fé." "Quiero
volver a mi país con soldi" ride Mariela, che ha solo 20 anni e viene
da Mocache. Pedro (52 anni) continua a rammendarsi un pantalone, ma
mentre scandisce poche parole in spagnolo ci fissa con uno sguardo indelebile
di tristezza e dignità. Lui a Buena Fé ha cinque figli. È qui da quattro
giorni e durante il viaggio gli hanno rubato tutto: "Vengo a buscar
mejores días porque en mi país, Ecuador, estamos en una crisis totalmente
dura". Betty (37 anni) è arrivata quattro mesi fa e a Quevedo ha lasciato
un figlio piccolo. Suo marito vorrebbe raggiungerla, ma lei non sa se
avrà la forza di restare. Non riesce ad abituarsi al nostro inverno,
troppo freddo, né a quello che mangiamo. "Extraño mucho mi país" dice:
mi manca molto il mio paese. Sono tante le donne che da vari paesi lasciano
tutto per venire qui, perché l'unico modo di aiutare la famiglia è a
distanza. Baby (40 anni), viene da Los Baños Laguna, Filippine. Qui
si è trovata bene, in questi primi quattro mesi, ma le mancano il suo
paese e suo marito: "I like here in Italy, but I miss my country and
my husband." Per ora è ospite a casa della sua amica Jessy (46 anni),
che racconta: "In nove anni solo una volta tornato a Filippine. Non
lo so prossimo viaggio. Mi manca miei figli, prima, ma adesso a posto
miei documenti comincio a chiamare: due stanno qui da quasi due anni.
Altri due ancora a Filippine, di 20 e 10 anni. Prima questa casa non
voglio perché troppo grande, adesso no, adesso bene, qui, insieme".
Betsy (32 anni), è invece arrivata con una parte della sua famiglia:
"Sono l'ultima di quindici fratelli, cinque sono in Perù, dieci in Italia.
Prima vivevo con loro, adesso da tre anni sono venuta in questa casa.
Mi hanno sempre fatto tutto loro, ma per diventare grande devo imparare
a stare da sola. È duro stare da sola, ma questa casa va bene per me,
no? Ogni tanto andiamo in Perù, in due o tre insieme, partiamo. In Perù
non c'è tecnologia, macchine, ma c'è di tutto, le cose migliori: la
gente è allegra, gli piace la musica. Ho nostalgia del Perù, certo,
ma qui si riesce a risparmiare un po' di soldi. Non so se voglio tornare,
magari mi sposo qua, non so. Non ho premura." Sì, perché in Italia ci
si può anche fermare per amore. Per questo Ellise (39 anni), di Norwalk,
nel Connecticut, ha lasciato gli States una decina di anni fa: "Ho la
fortuna di andare a casa, l'altra casa, una volta l'anno, ma il posto
dove sto è il mio 'home'. Di America qui ce n'è anche troppa: cornflakes,
McDonald, film. Non mi manca niente di là, a parte le persone, e una
sensazione di spazio." Con Ivano (43 anni) si sono conosciuti a New
York, e dopo un periodo di viaggi hanno deciso di stabilirsi qui. Lui
prima di questa ha avuto altre case a Torino, "ma questa casa è particolarmente
casa, per questo senso di solidarietà che ho subito sentito con le persone".
Basta dire che le loro due bambine, Zazie ed Esme, considerano i vicini
come dei veri nonni. Loro, Cesarina (73 anni) e Augusto (77), sono gli
abitanti storici del palazzo: sono qui da quarantaquattro anni, "quando
la casa era ancora un gioiello". Augusto è arrivato a Torino nel '35,
da Pistoia: sua sorella lavorava in un ristorante e lui, ancora troppo
piccolo, lo mettevano su uno sgabello a lavare i piatti. Poi è diventato
un cantante. Mentre prendiamo il caffè in salotto è sempre Cesarina
che racconta, ma lui ha messo su un vecchio disco, e la sua voce, graffiata
dal fruscio del vinile, riempie la stanza. "Sono venuta ad abitare in
questa casa nel '46, da sposa. Questo era il mio sogno fin da bambina,
facevo ridere tutti perché dicevo: da grande mi sposo e vado a stare
a Torino. Ma della campagna ho solo bei ricordi: i ricordi dei giochi."
Di restare in Italia per amore è successo anche a Florence (30 anni),
capitata qui per studio: "Sono venuta in Italia con l'Erasmus, poi ho
conosciuto il mio ex fidanzato, suonava il violino anche lui. Mi sono
detta: l'Italia, la musica, l'amore, perché no? Mi sento bene qua, ho
iniziato la mia vita lavorativa qua. Sai, lasci casa a 19-20 anni e
poi è tutto da fare. Adesso a Grenoble torno solo per le feste." Molti
vengono a Torino per studio anche da altre città italiane, come Vittorio
(30 anni), che dice: "Alla fine non sei né carne né pesce. Casa mia
adesso non è né Torino né Foggia. Foggia è solo l'ultima città dove
i miei si sono fermati: non c'è un posto che io so che è della mia famiglia.
Da quando sono arrivato, ho girato sette case, ma queste sono tutte
case dove sai che poi ti sposti. E poi in futuro potrei andare in qualche
altra città: casa è dove uno ha un'attività, un interesse, gli amici."
Ma sentire di non appartenere a un posto può essere difficile, e non
è solo questione di distanze. Raffaella (26 anni), che divide l'appartamento
con Vittorio e Rossella, finito il liceo a Cuneo si è iscritta all'università
a Torino: "I primi mesi sono stati durissimi, perché sentivo moltissimo
la mancanza dei miei, anche se tornavo ogni fine settimana. Poi invece
è successo il contrario: sono dovuta rientrare per un anno ed è stata
una tragedia. Perché Cuneo è di quelle città d'oblio: ci si sta così
comodi che il tempo passa e non te ne accorgi, ma più ci stai e meno
faresti. Io lì ho i miei amici, ma quello che voglio fare, quello che
m'interessa, è qui. Così essere a Torino è desiderare di essere a Cuneo
e essere a Cuneo è desiderare di essere a Torino. È un sentirsi a metà,
per tanto tempo." Anche per Rossella (27 anni), l'attaccamento ai luoghi
è molto forte, sia nei confronti di Torino - "è la mia città, la sento
familiare, qui sento di avere sotto i piedi le mie strade" -, sia per
il paese della madre, in Calabria, dove ha trascorso molte delle sue
estati: "per me è proprio un legame di posti, ci sono delle sensazioni
che ho soltanto lì. Non è orgoglio, è un sentirsi parte". La nostalgia
per la propria terra è spesso legata ai luoghi della memoria, dell'infanzia.
Francesco (30 anni), un altro studente, ci dice: "Ero partito con l'idea
di stare in giro un po' di anni e poi tornare, ma più il tempo passa
e più il brodo s'allunga. È un luogo comune considerarsi cittadini del
mondo, ma se devo scegliere un posto, il posto più bello è casa mia,
a Foggia: io là sto bene, ragazzi! Quelli sono posti pieni di ricordi,
di quelli che becchi quando sei piccolo e non si tolgono più. Comunque,
di sicuro torno, prima o poi, il posto ce l'ho già, al cimitero." È
lo stesso legame che prova Stefano (30 anni): "Casa mia è ancora Palermo,
anche se sono dieci anni che sono via. Anzi, la famiglia di mio padre
è di questo posto vicino al mare, vicino a Messina, dove abbiamo una
casa di villeggiatura, e questo è il posto delle radici, sai quello
che quando sei vecchio tornerai: ecco io tornerò là." Con lui c'è Myriam
(26 anni): "Ho vissuto sempre con i miei, adesso non mi sono ancora
trasferita definitivamente, ma non vedo l'ora di cominciare quest'esperienza.
Il particolare è che io e Stefano ci conosciamo da un mese: lui è amico
di mie amiche e cercava qualcuno con cui dividere le spese. Questa sarà
più casa quando diventerà più vicina a quello che io voglio, colorata,
vivace, quello che per me è la casa: un nido, un posto dove star bene."
Casa in questo senso è un posto che fa male lasciare, come per Angela
(52 anni), che ha abitato qui fin da bambina, con i genitori, ma da
pochi mesi si è sposata e andrà a vivere altrove. "Non ho voglia di
parlare della casa. Credi che me ne vado di qui e lascio lembi di pelle
in ogni stanza." Tra le persone che abitano nel palazzo da più tempo,
anche Santa (64 anni), originaria di Monte San Giovanni, Reggio Calabria,
è molto affezionata alla casa: "Non la lascerei mai, è da quando sono
arrivata che abito qui". E ricorda la data esatta: "È dal '68 che sono
a Torino, il 25 agosto. È mancato mio marito e sono venuta su con i
parenti. Ma tutti gli anni torno al paese, anche due volte l'anno."
Eppure non tutti quelli che ci vivono da tanti anni condividono questo
attaccamento alla casa: Giuseppe (75 anni) è qui dal '77, "quando è
andata a ramengo la ditta dove lavoravo. Qui ci sto perché ci sto, per
non stare alla pioggia, ma sono stato in alloggi migliori. Ero molto
affezionato alla casa di prima: Via Camino 2. Ci sono stato quarant'anni,
da quando ne avevo sette. L'ho vista costruire, quella casa lì, ho visto
fare le fondamenta." Nancy (42 anni) è invece appena arrivata in questo
palazzo quando andiamo a trovarla. Il suo appartamento è ancora vuoto,
in camera solo una lastra di marmo, su cui poggiamo tazzine e caffettiera,
e il profumo di un bastoncino d'incenso che brucia. Nancy viene dalla
Nuova Zelanda, ma ha vissuto in Australia, Giappone, Cina, Brasile.
"Ho abitato in tanti posti diversi, ma non sono un viaggiatore, in un
certo senso, non sono coraggiosa. Mi sposto perché la vita è così: s'incontra
qualcuno, si parte. Le radici sono dentro, non nella terra dove sei
nato, anche se mi piace tornare là, anche se ho un paese bellissimo.
Questa è la mia prima volta in Europa. Potrei raccontarti molte cose,
ma avere una casa, in questo momento, è la cosa più importante. La casa
per me è uno spazio, non è cose. Adesso non ho niente, ma ho questo
spazio." Anche Tania (32 anni) è nata in Nuova Zelanda, ma questo per
lei "è solo un dato sulla carta d'identità. Mia mamma è calabrese e
mio padre neozelandese. Io fino a cinque anni ho vissuto là, poi sono
venuta via, ma dell'infanzia altrove non ho ricordi. È tutto un pezzo
della mia vita che dev'essere finito da qualche parte. Comunque per
me la mia casa è questa: la prima casa senza genitori. Anche quando
cambierò casa, se cambierò, questa resterà sempre la mia casa." Piero
(52 anni) prima ha avuto molte case: "tutto dove andiamo in giro c'è
un posto dove ho abitato: una vita di traslochi". Adesso però si è fermato
qui con Tania e la loro bimba Anita, di 2 anni, e anche per lui questa
casa ha qualcosa di speciale: "qui, con il ballatoio, è come essere
tornato alla mia infanzia. Fino a undici anni ho vissuto in una casa
così, in una periferia incalzata dalla città, nei primi anni sessanta.
C'erano casette bombardate, campi coltivati e buchi dove costruivano
palazzi: era terreno fertile per i giochi, facevamo le bande ed erano
posti incredibili." Posti incredibili. Ecco questo cos'è. Un posto pieno
di storie che non sono solo storie di case, di modi diversi di abitare,
sono vite accostate dal caso dietro le finestre dello stesso palazzo,
unite da qualcosa in più di un unico indirizzo. |
.
|
||||
|
|
||||
|
||||
|