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STUDENTI:
PROVE TECNICHE DI INDIPENDENZA
di Giulia Capotorto
Che sia un periodo particolare,
quello vissuto dagli studenti "di fuori" trasferiti a Torino
per l'università, non è difficile capirlo anche solo osservando
la fauna infreddolita e assonnata che affolla le stazioni di provincia
il lunedì mattina. Zaini, libri, la prima sigaretta della giornata
e già si parla di esami, di ritrovi pomeridiani, di inviti a
cena ("porto le scaloppine di mia madre e le lasagne avanzate della
domenica"). Questi ultimi, merita ricordarlo, sono ambitissimi
il lunedì sera, giorno di abbuffate studentesche, quando, magicamente,
lo zaino svelerà ogni bendidio casalingo e si stapperà
finalmente il vino rosso, quello buono, fatto da un certo zio che sta
nelle Langhe.
Tuffo nella libertà e dipendenza dalla famiglia: sono questi
gli estremi entro cui si muovono gli studenti fuori sede. Le prelibatezze
culinarie della mamma, farcite di amorevoli consigli, e la paghetta
settimanale, grondante ovvie raccomandazioni, fanno parte della vita
degli apprendisti torinesi quanto i Murazzi, il mercato di Porta Palazzo,
le scope e i detersivi.
Gli alloggi "da studenti", trovati per passaparola o attraverso
gli annunci in bacheca, si assomigliano un po' tutti. Sono di solito
minuscoli, quasi sempre bui, molto spesso in cima a un numero incalcolabile
di scalini. Un po' scombinati, ma allegri, come i loro abitanti. Non
manca mai un lavandino che perde, un citofono rotto (e annesso lancio
di chiavi dalla finestra), un vicino insonne, acerrimo nemico degli
stereo. Ecco, insomma, un piccolo mondo, una geografia studentesca dai
percorsi preferenziali: dall'alloggetto verso case analoghe, il discount,
l'università, i locali (meraviglia!) e la stazione da cui, carichi
di libri e di biancheria da lavare, si farà ritorno a casa.
La nuova libertà non è sempre facile da gestire, almeno
all'inizio. Per chi proviene da pappe pronte e da premure materne, può
comportare un piccolo shock la capriola nella nuova situazione abitativo-studentesca.
La convivenza, intanto, a dispetto di ogni saggia precauzione, è
SEMPRE un punto interrogativo. Che tu scelga di convivere con la vecchia,
fidata compagna di liceo oppure, a caso, ti rivolga al succitato annuncio
in bacheca -"studentessa di Lettere cerca compagna per condividere
ecc. ecc."- la situazione, solitamente, non varia granché.
Si fanno scoperte insospettate sul conto degli altri, come sul proprio,
è innegabile. Lo "sregolato" per eccellenza può
scoprire un'insospettabile idiosincrasia per il classico dentifricio
spremuto al centro, per la tazza (dell'altro, ovviamente) abbandonata
da giorni sul tavolo "dove si studia, accidenti", può
non sopportare gli amici-parassiti (dell'altro, ovviamente) che fanno
razzia in frigo: "chi ha finito il MIO yogurt?". E i turni
delle pulizie, gli orari inconciliabili di studio e di MTV, il fidanzato
onnipresente, le aborrite telenovele
Naturalmente, più
lo spazio è piccolo, più la lista si allunga.
Occhio, poi, all'accoppiata Politecnico/Palazzo Nuovo. Al proverbiale
antagonismo aggiungete il generalmente diverso impegno scolastico: la
periodica trasformazione dei 35 mq in un ring è garantita. A
volte la convivenza esplode; più spesso si fa pace, tra attacchi
di ridarella, altro cardine sonoro degli alloggi da studenti.
Se poi la decisione ricade sul collegio universitario, tutta un'altra
serie di dinamiche verranno ad aggiungersi a quanto fin qui narrato.
Anche la vita comunitaria di qualsiasi collegio torinese riserva una
buona dose di sorprese. Chi sceglie questa possibilità per far
contenti i genitori, per sfuggire a tentazioni extra scolastiche, si
accorgerà ben presto di essere capitato in un altro dei piccoli
mondi universitari, dalla geografia specifica e con regole proprie.
Intanto, occorre sfatare il mito del collegio-prigione; la realtà
è molto diversa dalle immagini ottocentesche che abbiamo più
o meno tutti stampate in mente. D'accordo, qualche controllo in più
rispetto all'alloggio da studenti, è innegabile; ma altrettanto
innegabile è il risultato dato dalla somma di 50, 100 ragazzi
che vivono sotto lo stesso tetto. Vale la pena citare la trama fittissima
di rapporti sotterranei, che presto le matricole collegiali dovranno
imparare a gestire (un po') a loro spese. Chi, appena arrivato, spera,
ad esempio, nella tanto agognata camera singola, spesso farà
i conti con una norma consuetudinaria abbastanza comune all'interno
dei collegi. I diritti e i privilegi si acquisiscono con l'anzianità.
È frequente, addirittura, che l'ingenuo novizio venga sottoposto
a qualche "battesimo" d'ingresso, nel più classico
stile goliardico-studentesco. Una volta ambientati, saranno mille le
occasioni di divertimento e di incontri.
E che dire delle feste? Spesso sono famose anche al di fuori delle mura
dei collegi, preparate (e pubblicizzate) molto accuratamente, in un
clima febbrile da "grande evento". Non è difficile
capire, a questo punto, come non siano poi molti gli studenti collegiali,
entrati magari senza troppo entusiasmo, disposti a barattare la loro
stanza con l'alloggetto di cui sopra!
Per tutti, comunque, collegiali o no, i periodi festaioli si alternano
a ritiri spirituali con curve legate al calendario degli appelli e al
risveglio intermittente della propria coscienza. Su una durata fuori
sede media di quattro, cinque anni (varcato questo limite, gli scrupoli,
ahimè, bussano alla porta), si riscontrano sensibili variazioni
comportamentali.
Il primo anno è generalmente il più esplosivo. Di solito
questo periodo è sinonimo di "festa", accompagnata,
per alcuni almeno, da amnesia temporanea sulla causa della rivoluzione
esistenziale in atto. Gli esami, insomma, non sono sempre il primo dei
pensieri delle matricole inurbate; i libri, poi, poco più di
un espediente comunicativo. Tra i corridoi di ogni università,
le biblioteche, i bar, si celano mille sirene, al cui canto è
arduo resistere.
A titolo informativo (i genitori, giunti fin qui, si saranno posti qualche
legittimo dubbio sul valore educativo degli studi universitari), occorre
aggiungere che il periodo di frenesia libertaria, solitamente endemico,
si conclude abbastanza presto. I danni sono, per lo più, di entità
trascurabile. Resteranno i ricordi, quelli sì, da rispolverare,
pochi anni dopo, con una punta di nostalgia. Dal secondo anno in poi,
la situazione si normalizza: un po' di scrupoli, la necessità
di recuperare il tempo (e gli appelli) perduti. Per quasi tutti gli
studenti fuori sede la vita riprende le sue scansioni pressoché
regolari, senza escludere, ovviamente, qualche nuova impennata rovinosa.
Poi, laureati o no, la pacchia finisce. E allora inizia la ricerca,
un po' più problematica, a dire il vero, di un'indipendenza reale,
questa volta conquistata. Ma "quegli anni di Torino" non si
scordano più.
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