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marzo/aprile 2001

 
 
 
 




 
 
MAMMONI SI DIVENTA
Controllate sul dizionario. "Mammone" è spesso intraducibile in altre lingue.
Si deve aprire il concetto e ricorrere a giri di parole. In tedesco, per esempio e ritraducendo in italiano, mammone è spiegato come uno "molto attaccato alla madre", mentre il mammismo è un "esagerato amor materno verso figli adulti".

di Luigi Urru

Che sono poi le definizioni date anche dal monolingue. L'assenza di vocaboli adeguati in tedesco, inglese, danese, svedese e chissà quanti altri idiomi non è certamente un fenomeno di povertà lessicale: più banalmente, loro i mammoni non li hanno e di mammismo avranno sentito parlare sì e no un paio di volte per televisione, in quei reportage socioculturali sul Bel Paese trasmessi dalla Bbc o dalla Deutsche Welle. Come gli spaghetti al dente e l'ampolla di San Gennaro, anche la mamma che lava i calzini, stira le camicie e rimbocca la federa del letto disfatto del figlio trentenne esiste solo da noi, nello stivale. Mamma dei miei stivali! Altrove si fanno beffe di te, del tuo affannarti attorno al figlio grande, colmarlo di premure e colmarti di preoccupazioni, tenerlo imbozzolato in uno stadio senza svezzamento possibile. Mai lasciarlo andare, educarlo come vorrebbe il termine che, per rimanere in campo linguistico, viene da ex-duco, conduco fuori, porto all'autonomia, all'occasione do una pedata d'incoraggiamento. Ché poi, lui o lei, il figlio o la figlia, a casa ci stanno comodi e non si tolgono più l'abitudine al ragù materno. Sanno bene che da mammà non ci sono bollette da pagare, scadenze di affitto, e anzi dalle sue tasche e da quelle del babbo-pantalone arrivano regolari contributi per lo studio, magari ancora la paghetta settimanale - alle elementari ci compravi il ghiacciolo, al liceo il motorino e adesso la macchina. Il figlio e la figlia sanno bene che fuori è dura, l'indipendenza una scommessa rischiosa e tutto sommato in rotta con la tradizione cattolica che prescrive l'abbandono del nido genitoriale solo per sposarsi e fondarne uno nuovo. Meglio allora rimandare, mettere a tacere la voce della fierezza personale (esisterà ancora?), rinunciare a una parte di autonomia e negoziare pragmaticamente sulle serate fuori, gli orari del rientro, le visite della morosa, le vacanze da soli e i piatti da lavare.
Forse una volta non era così. "Desbroujte" in piemontese non significa solo "spicciati, fai in fretta", ma anche, in tono un po' brusco, "forza, te la sai cavare da solo". "Date n'andi" invita ad accelerare il ritmo e insieme a darsi uno scossone, lasciar perdere gli atteggiamenti infantili per assumere responsabilità adulte badando innanzi tutto a se stessi.
Non si tratta, lo ribadiamo, di quisquilie semantiche. Le difficoltà di traduzione rilevate in apertura trovano piena eco nei dati statistici: secondo l'Istituto di Ricerca sulla Popolazione del Cnr, i due terzi dei giovani italiani tra i venticinque e i trent'anni vive con i genitori. In Francia e in Gran Bretagna sono invece uno su cinque. Solo la Spagna e la Grecia, altri paesi mediterranei, si avvicinano alle nostre percentuali. E solo in Italia, in Spagna e in Grecia il fenomeno si è accentuato drasticamente nel corso degli ultimi due decenni. Nel 1995 erano mediamente dieci in più rispetto al 1987 i giovanottoni in casa di mamma e papà. In Danimarca e Svezia, manco a dirlo, la percentuale negli stessi anni è scesa ancora di un paio di punti, dal 32 al 29 e dal 28 al 26 per cento rispettivamente. Che il maschio latino, scoperti i piaceri del caffelatte pronto sul tavolo del mattino, sia in estinzione? Non combatta più per le donne e neanche per la propria vita? Anziché machi e macaronì come i loro padri, l'Istat e i dipartimenti di sociologia di università varie squarciano il velo su giovani italiani vulnerabili e propensi all'ovomaltina.
Poco interessati alle sorti del maschio latino, invece molto a quella che Umberto Eco chiamava "la contemplazione tragica del vuoto", importanti commentatori hanno messo mano alla penna e alle sirene d'allarme; alcuni si sono stracciati le vesti, indignati di fronte a una gioventù che non ha fatto la guerra (ci mancava anche quella!) e vive rannicchiata nell'alveo familiare, viziata da un benessere recente e poco conflittuale. Per un Pietro Citati, che dalle colonne del quotidiano Repubblica ha assolto le debolezze dei trentenni e ha confessato per loro un'intenerita simpatia, esistono uno, forse dieci, Eugenio Scalfari che, al contrario, fustigano una generazione con il complesso di Peter Pan, incapace di approdare all'età adulta, incapace di scelte, incapace di crescere lontano dalle sottane materne.
Come ha ricordato Romeo Bassoli, la parola sacrificio è assai demodé tra i giovani italiani. Negli Stati Uniti si viene naturalmente allontanati da casa tra i sedici e i diciotto anni. Alla stessa età, gli inglesi dei college fanno le prove generali di un'autonomia ormai dietro l'angolo. I tedeschi sanno che entro gli anni dell'università devono imparare a camminare con le proprie gambe, sopra tutto economicamente. Il prezzo è chiaro: studiare e lavorare, rinunciare alle comodità borghesi dei genitori, essere obbligati a condividere un appartamento con altri giovani magari conosciuti solo attraverso un'inserzione nella rubrica "Wohngemeinschaft", alloggio in comune. In breve, s'impara molto presto a gestire e decidere tutto da sé, rimboccarsi le maniche ed essere disposti a sacrifici per i propri obiettivi. È anche vero che all'estero lo Stato aiuta ben più di quello italiano, con borse di studio, prestiti d'onore, finanziamenti vari e a vario titolo, crediti speciali per situazioni di "financial hardship". E a questo si aggiunga un sistema scolastico e universitario più integrato con il mondo del lavoro, il cui mercato, infine, è più flessibile del nostro e prevede, tra le sue maglie strette, nicchie adatte a studenti, lavoratori a tempo parziale, ragazze-madri, e poi praticantati, volontariati retribuiti, stage dove muovere in piena responsabilità i primi passi della carriera.
Tuttavia. Tuttavia la situazione dei mammoni d'Italia mostra un lato oscuro che le lacune dei paracadute sociali non bastano a giustificare. La ricerca menzionata afferma che la maggioranza dei 25-30enni riceve soldi dai genitori anche quando ha già un lavoro. E che, pur occupati, i giovani incapaci di uscire dalla casa paterna contribuiscono per appena il cinque per cento alle spese di condominio, trasporto e viveri.
Negli anni Settanta la famiglia era "ariosa come una camera a gas", oggi è ovattata come un giardino d'infanzia, più comoda della suite di un hotel. Cosa tratterrà mamma e papà dal porre l'aut aut al figlio che ha scambiato la cameretta dei giochi con una stanza d'albergo e il tinello con una reception dove ordinare gratis? I sociologi parlano di "appagamento per il raggiunto equilibrio emotivo tra generazioni". Se senti i diretti interessati, cascano dalle nuvole come fosse la cosa più ovvia di questo mondo preparare alla prole pappa e pantofole per trent'anni di fila. Oppure ti sciorinano i doveri cui loro sono orgogliosi di non venire meno. Dietro la mascherata di un'ingenuità sprovveduta e tanta prosopopea della generosità - a volte rinfacciata negli inevitabili screzi casalinghi - ci sono dinamiche di potere, controllo a oltranza dei figli, angoscia di stare soli e sentirsi inutili. Nonostante la guerra per alcuni, le barricate del maggio per altri, sono anche loro, i papà e le mamme d'inizio millennio, che dimostrano la stessa assenza di maturità e d'indipendenza che rimproverano ai figli.
La famiglia lunga all'italiana è il prodotto di una simbiosi, dove le coccole non sono gratuite e i propri comodi si pagano agli altri e a se stessi. Giuseppe Gesano, direttore dell'IRP, spiega il suo disagio: "Sento che la centralità della famiglia non è positiva, rappresenta un problema per la crescita di una generazione e per il complesso della società. Sono convinto che i figli debbano essere più indipendenti: la famiglia può essere un momento, anche lungo, ma non tutto ciò che possono sperimentare come relazioni affettive forti".
Vallo a dire a tale Alessandra Intonti, 35 anni, stilista di Napoli, che racconta la sua storia, pardon "scelta di vita", all'Espresso: si è sposata da due mesi "ma con mamma e papà ci sto benissimo". Il marito l'aspetta ancora nella casa nuova.

 

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