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LETTURE
SULL'ABITARE
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Augé
Marc, Nonluoghi. Introduzione a un'antropologia della
surmodernità. Elèuthera 1993.
La Cecla Franco, Mente locale. Per un'antropologia
dell'abitare. Elèuthera, 1993.
La Cecla Franco, Perdersi. L'uomo senza ambiente.
Laterza 1988.
Perec Georges, Specie di spazi. Bollati Boringhieri.
Remotti Francesco, Luoghi e corpi. Antropologia
dello spazio, del tempo e del potere. Bollati Boringhieri 1993. |
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FUORI
DI CASA
Ai boscimani del
deserto del Kalahari bastano due rametti ricurvi incrociati a un'estremità
e poggiati per terra. Per loro, uomini della boscaglia dediti alla caccia
e alla raccolta di frutti,
è questa la casa: senza tetto, senza porte e finestre, senza acqua
corrente e persino senza tv.
Uno spazio effimero tracciato al suolo entro il quale trascorrere la notte.
Case di questo genere dalle nostre parti non se ne vedono. Chi dorme sotto
le stelle è, anzi e all'opposto, un senza dimora.
di Luigi Urru
Per chiamarla casa dev'essere almeno
un pertugio tra quattro pareti e un soffitto; e sul pavimento avere
un materasso disteso sui pallet sottratti a un cantiere. E tuttavia
non ci siamo ancora: si tratta sempre solo di una camera spartana.
Mancano l'angolo cottura, il guardaroba e la lavatrice, un sofà
morbidoso dove accucciarsi di sera. E poi il bagno, con tazza, doccia,
vasca e bidet. E magari un pezzo di balcone. Con due arie ancora meglio.
E la vista sulla collina. E un bel portoncino a doppia mandata che gli
altri stiano fuori quando lo dico io, e vengano dentro di nuovo quando
lo dico io. Se non sono io a cercarli, a casa loro.
Ma questo, in fondo, già lo facevano i nostri boscimani: entrare
e uscire, delimitare il pubblico e il privato, fissare soglie e 'vigilare'
ai confini. Perché dire casa, abitare, non è altro che
un definirsi spazialmente, suscettibile di mille interpretazioni e variazioni.
Nelle pagine che seguono ne abbiamo esplorato alcune, a Torino, su e
giù per dritte vie e scaloni attorcigliati, di ballatoio in ballatoio,
di comignolo in comignolo. Abbiamo bussato a soffitte di immigrati e
chiesto permesso sull'uscio di camere di collegio; abbiamo incontrato
figli unici e famiglie numerose, studenti, lavoratori e disoccupati;
chi la casa ce l'ha nel cuore ovunque vada e chi mai lascerebbe quella
dove vive; abbiamo annusato il profumo del caffè e ci siamo fatti
raccontare quello del bianco appena dato. Abbiamo scoperto che una casa
ha molte più stanze di quelle che si vedono.
Oppure molte di meno. È un luogo d'intimità e di cura
di sé ma anche di conflitti; da mostrare con fierezza ad amici
e compagni di scuola e da usare come nascondiglio nei giorni di melanconia.
Una finestra sul mondo e al tempo stesso una finestra oltre la quale
non essere visti. Abbiamo scoperto che ci sono case amate, desiderate
e sognate e altre di cui si ha nostalgia; case che senti tue appena
ci metti piede oppure ti restano estranee dopo anni di "convivenza"
e tentativi falliti di farle tue.
Contrariamente a quanto dicono gli slogan pubblicitari, non basta rifornirsi
all'Ikea (ma potrebbe essere qualunque altro grande magazzino) per trasformare
la "house" di mattoni in "sweet home". Ci vuole
almeno quella che altrimenti suona come la trilogia del kitsch: cuore,
fiori e notti d'amore. E poi la chiave infilata nella toppa dopo avere
fatto le scale di corsa, in una notte di temporale che ci ha lasciato
fradici e desiderosi solo del nostro letto. Altre volte sarà
invece il senso di solidarietà verso gli altri condòmini,
come scrivono Annamaria Ferrero e Massimo Di Nonno di un loro vicino
di casa giramondo sedentarizzato. La vecchia scusa del caffè
non ha fallito neanche questa volta: ha permesso ai due nostri cronisti
di decollare per un viaggio di ringhiera che ha toccato tutti gli abitanti
del loro palazzo nel centro cittadino.
La maggior parte dei giovani italiani vivono la casa (dei genitori)
come un nido da abbandonare il più tardi possibile, quasi sempre
nell'imminenza del matrimonio, senza altre esperienze intermedie di
convivenza con amici o partner.
La casa prigione obbligata da cui evadere alla prima occasione appartiene
al passato del secolo scorso, quando ancora esistevano scontri generazionali
e impeti d'indipendenza che ora, in anni di buonismo opportunista, sono
stati definitivamente estirpati.
Anche per i mammoni più bolsi esiste tuttavia un periodo di forzato
allontanamento dalla famiglia di origine. Quei quattro cinque anni di
università nel capoluogo subalpino, provenienti magari dalla
più provinciale landa cuneese e nel cuore solo il desiderio di
tornarci. Tocca allora adattarsi allo spazio di una camera di collegio.
Il San Giuseppe, l'Einaudi, il don Orione in città sono nomi
noti ai più. Maschile o femminile; cattolico o laico; ci entri
per merito o per merito bancario del papà; hai regole d'ingresso
e d'uscita, orari, orari di visita per gli amici, prescrizioni per i
pasti - nessun fornelletto in camera - fai pipì in un gabinetto
comune. Giulia Capotorto si è chiesta se queste situazioni sono
comunque domestiche, e quale rapporto s'instaura tra gli abitanti e
i luoghi che abitano. Come essi costruiscono spazi personali, ricchi
di ricordi e di amici, da pochi, anonimi metri quadri, per giunta tornando
ogni fine-settimana alla casa vera, fuori Torino, da papà e mamma.
Gli studenti sono fonte di sorprese, non solo nei collegi
L'università è alle spalle nel giro di qualche anno: secondo
le statistiche molti tornano dove sono partiti e aspettano la decisione
del matrimonio per mettersi "in proprio". Il trasloco più
impegnativo di tutta la vita è quello del grande balzo lontano
dalle ali di mamma chioccia. Ce lo racconta Fabrizio Cellai, fresco
di questa esperienza, punteggiata di scatoloni, oggetti perduti e alle
volte ritrovati, amici e percorsi quotidiani disposti secondo un nuovo
orientamento. La scelta è andata a un appartamento centrale,
al piano alto e senza ascensore: spese ridotte all'osso, locali, uffici,
cinema e biblioteche sotto casa - l'ideale per un giovane che voglia
mettere radici.
Ci vorranno alcuni anni prima di conoscere volti, anfratti e colombi
del nuovo quartiere e lo spaesamento iniziale potrà intimorire.
Abitare è una questione di tempo, anzi, come dicono gli antropologi,
una "dimestichezza con forme particolari di spazi e di tempi".
Abitare è acquisire un'abitudine allo spazio nelle sue geografie
particolari, di pianerottolo, d'isolato, di rione. Prima dell'abitudine,
però, c'è la fase dell'esplorazione creativa che Walter
Benjamin ha descritto per la sua Berlino: "Non sapersi orientare
in una città non vuol dire molto. Ma smarrirsi in essa, come
ci si smarrisce in una foresta, è una cosa tutta da imparare".
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