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marzo/aprile 2001


 
 
 
 

 

 


LETTURE SULL'ABITARE
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Augé Marc, Nonluoghi. Introduzione a un'antropologia della surmodernità. Elèuthera 1993.
La Cecla Franco, Mente locale. Per un'antropologia dell'abitare. Elèuthera, 1993.
La Cecla Franco, Perdersi. L'uomo senza ambiente. Laterza 1988.
Perec Georges, Specie di spazi. Bollati Boringhieri.
Remotti Francesco, Luoghi e corpi. Antropologia dello spazio, del tempo e del potere. Bollati Boringhieri 1993.
FUORI DI CASA
Ai boscimani del deserto del Kalahari bastano due rametti ricurvi incrociati a un'estremità e poggiati per terra. Per loro, uomini della boscaglia dediti alla caccia e alla raccolta di frutti,
è questa la casa: senza tetto, senza porte e finestre, senza acqua corrente e persino senza tv.
Uno spazio effimero tracciato al suolo entro il quale trascorrere la notte. Case di questo genere dalle nostre parti non se ne vedono. Chi dorme sotto le stelle è, anzi e all'opposto, un senza dimora.

di Luigi Urru

Per chiamarla casa dev'essere almeno un pertugio tra quattro pareti e un soffitto; e sul pavimento avere un materasso disteso sui pallet sottratti a un cantiere. E tuttavia non ci siamo ancora: si tratta sempre solo di una camera spartana.
Mancano l'angolo cottura, il guardaroba e la lavatrice, un sofà morbidoso dove accucciarsi di sera. E poi il bagno, con tazza, doccia, vasca e bidet. E magari un pezzo di balcone. Con due arie ancora meglio. E la vista sulla collina. E un bel portoncino a doppia mandata che gli altri stiano fuori quando lo dico io, e vengano dentro di nuovo quando lo dico io. Se non sono io a cercarli, a casa loro.
Ma questo, in fondo, già lo facevano i nostri boscimani: entrare e uscire, delimitare il pubblico e il privato, fissare soglie e 'vigilare' ai confini. Perché dire casa, abitare, non è altro che un definirsi spazialmente, suscettibile di mille interpretazioni e variazioni. Nelle pagine che seguono ne abbiamo esplorato alcune, a Torino, su e giù per dritte vie e scaloni attorcigliati, di ballatoio in ballatoio, di comignolo in comignolo. Abbiamo bussato a soffitte di immigrati e chiesto permesso sull'uscio di camere di collegio; abbiamo incontrato figli unici e famiglie numerose, studenti, lavoratori e disoccupati; chi la casa ce l'ha nel cuore ovunque vada e chi mai lascerebbe quella dove vive; abbiamo annusato il profumo del caffè e ci siamo fatti raccontare quello del bianco appena dato. Abbiamo scoperto che una casa ha molte più stanze di quelle che si vedono.
Oppure molte di meno. È un luogo d'intimità e di cura di sé ma anche di conflitti; da mostrare con fierezza ad amici e compagni di scuola e da usare come nascondiglio nei giorni di melanconia. Una finestra sul mondo e al tempo stesso una finestra oltre la quale non essere visti. Abbiamo scoperto che ci sono case amate, desiderate e sognate e altre di cui si ha nostalgia; case che senti tue appena ci metti piede oppure ti restano estranee dopo anni di "convivenza" e tentativi falliti di farle tue.
Contrariamente a quanto dicono gli slogan pubblicitari, non basta rifornirsi all'Ikea (ma potrebbe essere qualunque altro grande magazzino) per trasformare la "house" di mattoni in "sweet home". Ci vuole almeno quella che altrimenti suona come la trilogia del kitsch: cuore, fiori e notti d'amore. E poi la chiave infilata nella toppa dopo avere fatto le scale di corsa, in una notte di temporale che ci ha lasciato fradici e desiderosi solo del nostro letto. Altre volte sarà invece il senso di solidarietà verso gli altri condòmini, come scrivono Annamaria Ferrero e Massimo Di Nonno di un loro vicino di casa giramondo sedentarizzato. La vecchia scusa del caffè non ha fallito neanche questa volta: ha permesso ai due nostri cronisti di decollare per un viaggio di ringhiera che ha toccato tutti gli abitanti del loro palazzo nel centro cittadino.
La maggior parte dei giovani italiani vivono la casa (dei genitori) come un nido da abbandonare il più tardi possibile, quasi sempre nell'imminenza del matrimonio, senza altre esperienze intermedie di convivenza con amici o partner.
La casa prigione obbligata da cui evadere alla prima occasione appartiene al passato del secolo scorso, quando ancora esistevano scontri generazionali e impeti d'indipendenza che ora, in anni di buonismo opportunista, sono stati definitivamente estirpati.
Anche per i mammoni più bolsi esiste tuttavia un periodo di forzato allontanamento dalla famiglia di origine. Quei quattro cinque anni di università nel capoluogo subalpino, provenienti magari dalla più provinciale landa cuneese e nel cuore solo il desiderio di tornarci. Tocca allora adattarsi allo spazio di una camera di collegio. Il San Giuseppe, l'Einaudi, il don Orione in città sono nomi noti ai più. Maschile o femminile; cattolico o laico; ci entri per merito o per merito bancario del papà; hai regole d'ingresso e d'uscita, orari, orari di visita per gli amici, prescrizioni per i pasti - nessun fornelletto in camera - fai pipì in un gabinetto comune. Giulia Capotorto si è chiesta se queste situazioni sono comunque domestiche, e quale rapporto s'instaura tra gli abitanti e i luoghi che abitano. Come essi costruiscono spazi personali, ricchi di ricordi e di amici, da pochi, anonimi metri quadri, per giunta tornando ogni fine-settimana alla casa vera, fuori Torino, da papà e mamma. Gli studenti sono fonte di sorprese, non solo nei collegi…
L'università è alle spalle nel giro di qualche anno: secondo le statistiche molti tornano dove sono partiti e aspettano la decisione del matrimonio per mettersi "in proprio". Il trasloco più impegnativo di tutta la vita è quello del grande balzo lontano dalle ali di mamma chioccia. Ce lo racconta Fabrizio Cellai, fresco di questa esperienza, punteggiata di scatoloni, oggetti perduti e alle volte ritrovati, amici e percorsi quotidiani disposti secondo un nuovo orientamento. La scelta è andata a un appartamento centrale, al piano alto e senza ascensore: spese ridotte all'osso, locali, uffici, cinema e biblioteche sotto casa - l'ideale per un giovane che voglia mettere radici.
Ci vorranno alcuni anni prima di conoscere volti, anfratti e colombi del nuovo quartiere e lo spaesamento iniziale potrà intimorire. Abitare è una questione di tempo, anzi, come dicono gli antropologi, una "dimestichezza con forme particolari di spazi e di tempi". Abitare è acquisire un'abitudine allo spazio nelle sue geografie particolari, di pianerottolo, d'isolato, di rione. Prima dell'abitudine, però, c'è la fase dell'esplorazione creativa che Walter Benjamin ha descritto per la sua Berlino: "Non sapersi orientare in una città non vuol dire molto. Ma smarrirsi in essa, come ci si smarrisce in una foresta, è una cosa tutta da imparare".

 

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