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SPECIALE CARCERE | |
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| Sei qui: Città di Torino >> Informagiovani >> Rivista Informagiovani >> Num. 02/2000 | ||
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Memorie
di uno spazio ristretto
Intervista a chi ha vissuto dall'altra parte delle sbarre di Sergio Capelli Jeans e felpa di marca, capelli corti e ordinati, due occhi azzurri che spiccano su un viso abbronzato ("Mi faccio la lampada tutte le settimane, ho imparato ad avere cura di me"), battuta pronta e sorriso accattivante. Un ragazzo come tanti, insomma. Eppure Paolo (nome fittizio, ndr) ha vissuto, come dice lui, dall'altra parte delle sbarre; "Ho pagato tutti gli sbagli che ho fatto". Non ci vuole dire per quanto è stato detenuto ("Sicuramente più di te - afferma dopo essersi accertato della pulizia della mia fedina penale - ma meno, molto meno di Riina") né per quale motivo, ma ci tiene a precisare che è fuori da due anni, due anni nei quali ha vissuto "regolarmente". "Quando sei fuori non ti rendi conto di cosa voglia dire stare lì. E' terribile, sei solo, senza contatti, se non del tutto episodici, con quello che era il tuo mondo, la tua vita. Ti rendi conto di quanti fra coloro che ti chiamavano 'amico' sono realmente tali e vedi tutti gli altri, anche quelli che tu consideravi come fratelli e che magari sono fuori solo per un caso fortunato, voltarti le spalle. Inizialmente ti senti solo, isolato". E poi? "E poi capisci che devi fartene una ragione. In quel momento il tuo mondo è un altro. Vivi come in una dimensione parallela dalla quale puoi avere contatti episodici con il "mondo reale", ma che è una cosa completamente diversa, che ti cambia completamente, in meglio o in peggio." In meglio o in peggio? "Certo: in meglio o in peggio. Io ho visto ragazzi iniziare a bucarsi in carcere, ho visto gente uscire e rientrare con imputazioni più gravi nel giro di pochi giorni, ma conosco anche ragazzi che, pagando, hanno capito i loro sbagli, che si sono sinceramente pentiti e che, come ho fatto io, sono diventati 'regolari'. Dipende tutto da come affronti l'esperienza e dalla gente che ti circonda. Quando entri per la prima volta sei debole, fragile e influenzabile. Basta un cattivo maestro per rovinarti, così come è sufficiente un buon esempio per salvarti." I dati statistici dicono che oggi la popolazione carceraria sta cambiando radicalmente: cresce sempre di più il numero degli extracomunitari... "E' assolutamente vero: i nordafricani e gli slavi sono molti. Credo che oggi il carcere sia il miglior esempio di società multietnica. Gli stranieri tendono a fare gruppo con i loro compaesani, ma quando riesci a stabilire un contatto ti rendi conto di come siano diversi, ma nello stesso tempo uguali a noi. Voglio dire: hanno usanze, abitudini e religioni completamente diverse dalle nostre, ma alla fine erano lì con me. Non nel senso che sono tutti pazzarielli come lo ero io, ma che sono tutti uomini come me e te." Prima dicevi che il carcere è come una dimensione parallela. Come hai vissuto il ritorno al mondo reale? "Il ritorno al mondo reale è una cosa strana: lo aspetti come un bimbo aspetta il giorno di Natale fin dal primo istante che passi dentro, poi quando arriva ti fa una paura fottuta. Io ho visto amici voltarmi le spalle, la mia fidanzata andarsene con un altro, i rapporti con la mia famiglia (in particolare con mio padre) deteriorarsi giorno dopo giorno fin da quando mi hanno arrestato. Sono uscito con sulle spalle il mio sacco, avendo la sensazione che fosse l'unica cosa che mi restasse. Invece sono stato fortunato: mio fratello era lì ad aspettarmi per portarmi a casa. Piano piano sono riuscito a ricostruirmi una vita." Ed oggi cosa fai? "Oggi lavoro nel negozio di mio padre. Ma io sono stato fortunato. Non tutti hanno un'attività di famiglia, e trovare un lavoro per un ex detenuto non è per niente facile, per non dire che è praticamente impossibile: o ti metti in proprio (ma come?), oppure l'unica scappatoia sono le cooperative sociali. Non ti prendono nemmeno a fare il lavapiatti, se non hai la fedina penale più che pulita o, perlomeno, se succede è un caso raro. Io sono stato fortunato. Anzi sono stato doppiamente fortunato perché con il tempo sono riuscito a recuperare anche il rapporto con mio padre e la sua fiducia. Pensa che non era mai venuto a trovarmi quando stavo lì." Paolo finisce il caffè, mi saluta e se ne va ("Scappo. Oggi devo aprire io il negozio perché mio padre ha l'influenza. Pensa che è la prima volta da tre anni che sono solo dietro il banco"). Si allontana mescolandosi alla folla, perché ormai ne fa parte. "Ho capito di essere di nuovo una persona come le altre quando ho smesso di pensare in funzione al 'dentro' e al 'fuori', al 'qui' e al 'là'". |
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