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SPECIALE CARCERE | |
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| Sei qui: Città di Torino >> Informagiovani >> Rivista Informagiovani >> Num. 02/2000 | ||
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Una
questione difficile
"Le carceri italiane sono afflitte da una cronica congestione che ne rende precaria la tenuta e che, soprattutto, confonde le funzioni di pena e di custodia" batte una notizia Ansa di qualche settimana fa. È l'impietoso giudizio sulla situazione carceraria espresso dal Procuratore Generale della Cassazione, asserzione che riassume in sé il nocciolo del problema carcere affrontato negli ultimi mesi, o forse negli ultimi anni, da più parti della società italiana. di Maurizio Dematteis I numeri parlano da soli: secondo il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria i detenuti presenti nelle strutture carcerarie italiane sono 51.740, di cui solo il 54% è condannato e il resto in attesa di giudizio o di appello, a fronte di una capienza regolamentare degli istituti penitenziari di 43.117 e "tollerabile" di 48.000 unità. Una situazione difficile, un'eredità pesante ricaduta sulle spalle del neo insediato alla direzione generale del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria (D.A.P.) Giancarlo Caselli, al quale spetta un lavoro tutt'altro che semplice. Ma a monte dei problemi ai quali dovrà far fronte il Direttore generale del D.A.P., le politiche in materia carceraria si dividono grosso modo in due filoni: coloro che rivendicano maggiori diritti per la popolazione reclusa e l'incentivo delle pene alternative alla reclusione, e chi sostiene una "linea dura" per dare una risposta alla richiesta di maggior sicurezza che si leva da più parti della popolazione civile, soprattutto in seguito a alcuni reati commessi da detenuti in regime di semilibertà. Ma torniamo indietro nel tempo per analizzare le principali tappe del dibattito legislativo: nel 1975 viene varata una riforma penitenziaria (Legge 354) che, per la prima volta nel nostro Paese, prevede le cosiddette "misure alternative al carcere", cioè la possibilità, per alcuni rei, di scontare la propria pena al di fuori degli istituti di reclusione. Si tratta di regimi di semilibertà come la detenzione domiciliare o l'affidamento in prova ai servizi sociali. Successivamente, il 10 ottobre 1986, viene approvata all'unanimità la Legge 663 (Legge "Gozzini") che potenzia il discorso delle pene alternative; è il momento di massima apertura legislativa nel nostro Paese nei confronti del sistema carcerario. "È da oltre un decennio - sosteneva Guido Neppi Modona, professore di diritto e procedura penale presso l'Università di Torino, in un'intervista rilasciata al periodico Aspe nel 1996 - che gli operatori giudiziari più attenti all'applicazione e all'esecuzione delle sanzioni detentive denunciano la progressiva crisi dei principi di certezza, prevedibilità e uguaglianza della pena carceraria. Le misure alternative al carcere hanno indubbiamente avuto il significato di una svolta storica nel rompere l'ineluttabile del nesso tra pena detentiva e sua esclusiva e intera esecuzione all'interno del carcere. La possibilità di scontare in tutto o in parte la pena anche fuori dalle istituzioni carcerarie ha aperto squarci importanti verso gli obiettivi di recupero sociale del condannato e verso l'attuazione del principio costituzionale secondo cui le pene devono tendere alla rieducazione dello stesso". Dopo il 1986 tuttavia, nel nuovo ordinamento entrano varie restrizioni che, in parte, svuotano la riforma nel suo significato. L'applicazione della Gozzini, almeno fino ai primi anni '90, non interessa che una minima parte dei detenuti, mentre via via i livelli di sovraffollamento carcerario crescono. Arriviamo alla fine del 1998, quando viene approvata la Legge 165 (Legge "Simeoni"), che ancora una volta cerca di incentivare il discorso "pene alternative". Si solleva immediatamente una polemica sul nuovo ordinamento: "Saranno scarcerati 9000 detenuti" titola "Repubblica". Il giorno dopo Sandro Margara, l'allora Direttore generale del D.A.P., dalle colonne dell'"Unità" replica: "Sui giornali di questi giorni imperversano dichiarazioni polemiche sui rovinosi effetti della legge in questione, aventi tutte una caratteristica comune: gli autori delle dichiarazioni sembra davvero che non conoscano la legge in questione, nonché la realtà a cui si riferisce. (.) La legge aveva una sola finalità: dare a tutti la possibilità, fermi restando i limiti massimi di pena già previsti, di richiedere da liberi l'ammissione a una misura alternativa e di avere, da liberi, la possibilità di ottenere una decisione (buona o cattiva) di un tribunale di sorveglianza. Senza la "Simeone" questa possibilità c'era, tutta intera, ma era riservata a chi sapeva cogliere il momento compreso tra la definizione della sentenza e l'esecuzione dell'ordine di carcerazione". La "Simeone" in questo modo pone rimedio alla disparità di trattamento precedente che ricadeva principalmente sui soggetti deboli, privi di una difesa adeguata. Il resto è storia di questi giorni, carceri strapiene, aumento dei recidivi, difficili condizioni di lavoro all'interno degli istituti e dibattito acceso intorno alle possibili "restrizioni" o "concessioni", con alcuni pseudo colpi di bacchetta magica spacciati come soluzione di un problema ben più complesso: "Nel caso di arresti domiciliari bisogna garantire che il soggetto non si muova dal domicilio: il controllo elettronico a distanza, il cosiddetto "braccialetto elettronico", può andare benissimo", (Carlo Leoni, responsabile giustizia dei DS, Asca, Roma, 27/07/99); "Nei prossimi giorni presenteremo delle proposte di legge che rivedono in senso restrittivo sia la Legge Gozzini che la Legge Simeone" (Giancarlo Fini, segretario DN, Adnkronos, Morlupo, 17/09/99); "Polemiche superficiali, ondivaghe, volgari. Comprendo chi parla senza conoscere, sull'onda dell'emotività - riferendosi ai crimini commessi da detenuti sottoposti a misure alternative - ma capisco meno chi questi problemi li dovrebbe conoscere. Le misure alternative sono importantissime. (.) Ideologicamente pericoloso l'uso del braccialetto, domani lo si potrà utilizzare contro i rom, gli omosessuali", (Sergio Cusani, ex finanziere finito in carcere in seguito a Tangentopoli, Ansa, Roma, 23/09/99). Ma uscendo per un momento dal dibattito sulle politiche, esiste un altro piano di lettura del fenomeno: la vita quotidiana all'interno degli istituti penitenziari. Tralasciando il problema dei sei Ospedali psichiatrici giudiziari ancora esistenti sul territorio (1.148 reclusi circa), e delle cinque Case lavoro (strutture poco conosciute dove vengono inviati, dopo una "normale" pena carceraria, i "delinquenti abituali, professionali, per tendenza" o recidivi a tempo indterminato, 260 persone circa), all'interno delle carceri la vita è tutt'altro che serena, sia per i detenuti che per chi ci deve lavorare. Si parte dai problemi di convivenza tra culture diverse, per passare a quelli sanitari, droga, alcol, suicidi o tentati suicidi, fino ad arrivare a quelli infrastrutturali. "Nei giorni scorsi sono stato a Catania.- spiega Giancarlo Caselli in un articolo di "Repubblica" del 21/12/99 - Nella documentazione preparatoria al viaggio ho trovato scritto che in uno dei due istituti della città (Catania, Bicocca, costruito nel 1987) non esiste collegamento alla rete idrica. (.) Mancando l'allacciamento alla rete, l'approvvigionamento avviene a mezzo di un'autobotte che effettua 14 carichi di acqua al giorno (140.000 litri), per un costo complessivo di 213 milioni annui". Una notizia che può far sorridere, un esempio del solito mal costume italico, emblematico però della disorganizzazione strutturale. Ma questi problemi, seppur gravi e urgenti, passano in secondo piano rispetto ad altri: 13.567 reclusi (più di un terzo del totale) tossicodipendenti, oltre 1.500 sieropositivi, circa 118 affetti da AIDS, 545 alcodipendenti (fonte "Annuario sociale 1999" del Gruppo Abele). Altro fattore preoccupante è il numero di suicidi: ogni anno all'interno del carcere centinaia di persone tentano di togliersi la vita e, fortunatamente, solo alcune decine ci riescono (nel 1988 ci sono stati 51 suicidi e 933 tentati suicidi). Eppure le carceri dovrebbero avere personale competente, psicologi in grado di valutare lo stato psichico del recluso, educatori in grado di seguire i progetti di reinserimento. Ma anche per quanto riguarda il personale i problemi non mancano: 46.000 dipendenti (quasi un rapporto 1 a 1 detenuti-dipendenti) lavorano nelle carceri italiane, eppure gli amministratori lamentano carenze di personale. Il problema è forse di tipo organizzativo: ben 41.000 dipendenti appartengono alla polizia giudiziaria, mentre gli operatori, educatori, psicologi ecc., sono appena 5000. "Il nostro ruolo si è sempre più appiattito sulla burocrazia e sulla stesura delle relazioni - sostiene Ida Fornataro, educatrice della casa di reclusione di Rebibbia a Roma - le misure alternative hanno perso di vista il trattamento educativo finendo per essere funzionali alla pace carceraria. Può accadere di trovare un educatore per 250 detenuti; a Civitavecchia, nel 1995, il carcere ne è stato privo per mesi". Giancarlo Caselli si trova quindi alla guida di una gigantesca macchina colma di problemi; soluzioni univoche non se ne vedono, e forse la riorganizzazione dovrebbe passare attraverso la riduzione del numero dei detenuti. |
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