![]() |
LAVORO | |
|
|
||
| Sei qui: Città di Torino >> Informagiovani >> Rivista Informagiovani >> Num. 02/2000 | ||
|
|
||
|
LA
CARRIERA INTERNAZIONALE:
UNA PASSIONE CRESCIUTA SOTTO LA MOLE L'intervista che segue è il racconto di un'esperienza di un amico torinese, innamorato del mondo e disposto ad impegnarsi per gli altri. di Dario Destefanis L'intervista che segue è il racconto di un'esperienza di un amico torinese, innamorato del mondo e disposto ad impegnarsi per gli altri. Non una persona fuori dal comune, non un figlio di ambasciatore ministro., ma molto più semplicemente una persona seria e determinata che è cresciuta culturalmente in un ambiente che da anni vede la nostra città impegnata con l'Università, l'Istituto Universitario di Studi Europei, la SIOI - la Società Italiana per l'Organizzazione Internazionale e il suo movimento studentesco -, l'I.L.O., ecc. in uno sforzo comune per formare giovani preparati per le carriere internazionali. Insomma un esempio per chi sta compiendo i suoi stessi passi ed è assalito da dubbi e ripensamenti. Allora Laurence, da dove nasce la tua passione? Saranno stati gli anni '90 con i suoi conflitti perlopiù etnici, localizzati e cruenti. Sarà stata una maggiore visibilità dell'ONU nel tentare di risolvere questi conflitti. Sarà stata un'esperienza di volontariato in un campo profughi in Slovenia durante la guerra in Jugoslavia, quando ancora frequentavo la facoltà di Scienze Politiche di Torino. O l'interesse per le diverse culture che si affacciavano nella nostra città con l'arrivo di migranti di tutti i continenti. Questi elementi hanno sicuramente alimentato una passione per un lavoro che potesse contribuire, anche in piccola misura, a migliorare le condizioni di uomini, donne e bambini meno fortunati. Raccontami le tue esperienze fino ad oggi. Da dove sei partito? Ho conseguito la laurea in Scienze Politiche a Torino nel 1996 con una tesi sull'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (ACNUR). Era da poco terminata la devastante guerra fratricida nei territori della Bosnia-Erzegovina e la comunità internazionale desiderava offrire un segno forte per portare stabilità nella ex-Jugoslavia. Fu così che, attraverso una ONG italiana e i volontari delle Nazioni Unite (UNV), mi ritrovai nella regione balcanica per oltre un anno ad organizzare e monitorare elezioni politiche, dapprima con l'Organizzazione per la Sicurezza e la Co-operazione in Europa (OSCE) e successivamente con le Nazioni Unite. Cosa facevi concretamente? Negoziare con sindaci, partiti politici e commissioni elettorali. Assicurare la registrazione dei votanti, verificare che le campagne elettorali avessero un andamento corretto e nel rispetto delle regole stabilite. Il tutto si svolgeva in un clima di stordimento post-bellico, quasi la gente fosse reduce da una pesantissima ubriacatura: rancore, timore ed incertezza per il futuro, rabbia per aver perso tutto - nel migliore dei casi "solo" il lavoro e l'abitazione - servizi di base educativi e sanitari molto spesso inutilizzabili. Erano questi gli elementi dello scenario che si presentava ai miei occhi. Accolto in principio con diffidenza e molto spesso interlocutore passivo sulle cause del conflitto appena passato, ho successivamente trovato un'accoglienza che ancora rimane viva nella mia memoria: inviti a pranzo in case semplicissime con quel poco che si poteva offrire, piccoli doni come segno di riconoscimento per una collaborazione avvertita positivamente, partite a calcio e via dicendo. E poi, cos'è successo? Dopo la Bosnia-Erzegovina ho lavorato al confine tra la Croazia e la Serbia, in quella regione chiamata Slavonia Orientale e anche in Albania. Queste sono state esperienze sul campo ma non sono le uniche. Certo, nella seconda metà del 1997 ho collaborato in Italia con l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), organismo intergovernamentale con sede a Ginevra, per la realizzazione di una campagna informativa destinata ai profughi della ex-Jugoslavia. Tale campagna aveva lo scopo di far conoscere i benefici e l'assistenza messa a disposizione dal governo Italiano a quei profughi bosniaci presenti sul territorio nazionale che avessero desiderato rientrare a casa. Successivamente, nel 1998, ho seguito il Master Europeo in Diritti Umani e Democratizzazione, organizzato dall'università di Padova. Questo corso, sponsorizzato dalla Commissione dell'UE, mi ha permesso di mettere a fuoco a livello teorico alcuni elementi e problematiche incontrate precedentemente sul campo. A questo punto sei ripartito e l'esperienza se non sbaglio è ancora in corso. Si, all'inizio del 1999, in seguito alla devastazione dell'uragano Mitch che ha causato circa 10.000 morti e milioni di dollari di danni in paesi che già soffrivano di debolezze strutturali, sono partito per il Costa Rica, in America Centrale, per conto dell'OIM come funzionario di cooperazione tecnica, posto che occupo attualmente. Da dove nasce questo nuovo incarico? L'incarico affidatomi in Costa Rica rientra nel Programma Esperti Associati, iniziativa di cooperazione multilaterale finanziata e realizzata dal Ministero degli Affari Esteri italiano. Attraverso il programma l'Italia fornisce un contributo significativo al rafforzamento delle capacità operative delle Organizzazioni Internazionali; ai giovani esperti interessati ad impegnarsi nella cooperazione, viene offerta l'opportunità di compiere un'esperienza professionale ed umana di eccezionale valore e di essere parte attiva della comunità internazionale. Spiegami un po' meglio questa iniziativa. Il Programma Esperti Associati trae origine da una risoluzione del Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite enunciata nel 1961 e l'adesione italiana è stata data dalla metà degli anni Settanta. Dopo qualche anno di limitata sperimentazione, la partecipazione si è estesa alle numerose Agenzie Specializzate, al Segretariato dell'ONU e relativi organi, ed ha assunto la configurazione di un vero programma. Quali requisiti sono necessari per poter partecipare al programma? Un'età non superiore ai 30 anni (33 per i laureati in medicina e chirurgia), una laurea conseguita a conclusione di corsi universitari della durata minima di quattro anni, l'ottima conoscenza parlata e scritta della lingua inglese. Titoli preferenziali sono una formazione post-universitaria, esperienza professionale pertinente e la conoscenza di altre lingue di lavoro delle Nazioni Unite (francese, spagnolo, arabo, cinese e russo). ACNUR, Organizzazione Mondiale per la Sanità, UNESCO, UNICEF, il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP), Banca Mondiale sono solo alcune delle istituzioni che partecipano al programma Esperti Associati. Quanti sono gli italiani che vi partecipano? Ogni anno vengono selezionati una trentina di giovani italiani che assieme partecipano ad un corso di formazione di due settimane che si tiene presso il Centro Internazionale di Formazione dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) a Torino. In conclusione, che professione è questa? La professione di funzionario internazionale, pur offrendo moltissime soddisfazioni, non è esente da disagi e da pericoli: orari di lavoro spesso più lunghi di quelli ufficiali, assegnazioni in paesi distanti con conseguenti disagi per coloro che hanno una famiglia, in paesi dove la vita culturale può essere aliena alle nostre abitudini o dove non è possibile inserirsi, in zone geografiche minate e/o militarizzate dove la minaccia di un'aggressione è sempre incombente. Cosa ti stimola ed entusiasma ad andare avanti? Ciò che stimola è la passione per il proprio lavoro e per i risultati, quelli di poter anche solo offrire delle condizioni di vita accettabili a chi non ha potuto scegliere In questi anni e durante questo girovagare Laurence è riuscito anche a sposarsi e ad avere uno splendido pupo. Benjamin. Dal nome promette bene. |
|