SPECIALE CARCERE

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marzo/aprile 2000

 
 
 










 

Dalla gogna alla cella
Prima del diciannovesimo secolo la prigione veniva utilizzata raramente per la punizione dei reati. E questo sia in Europa che negli Stati Uniti. 
 di Maria Abbrescia
La maggior parte delle città, piccole o grandi che fossero, aveva un proprio carcere, ma generalmente era molto piccolo e non poteva accogliere più di tre o quattro detenuti alla volta. Veniva usato per gli ubriachi, che vi smaltissero la sbornia, oppure per gli imputati che attendevano il processo. I criminali in attesa di essere giustiziati trovavano posto nelle prigioni più grandi, nelle principali città europee. Ma erano istituzioni molto diverse da tutte quelle che furono costruite a partire dall'inizio del 1800.

La disciplina carceraria era molto elastica oppure non esisteva affatto. Tanto che a volte i condannati a morte venivano gettati in celle sotterranee e l'unica persona che vedevano era il carceriere. Ma più spesso, se giudicata in base ai criteri moderni, l'atmosfera delle prigioni era libera e tranquilla. Jonathan Atholl, uno storico del crimine, ha descritto la vita di una delle prime prigioni londinesi, Newgate. Era un luogo pieno di attività, affollato di visitatori per buona parte della giornata. Fatto evidentemente non insolito, nel 1790 un condannato organizzò un ballo nel carcere, con tè, musica e danze.
Le principali forme di punizione fino al diciannovesimo secolo erano la gogna, la marchiatura a fuoco, le frustate e la forca. E generalmente erano eseguite pubblicamente e con una discreta partecipazione. Alcune esecuzioni richiamavano migliaia di persone. Il condannato poteva tenere un discorso per dichiararsi innocente o giustificare le proprie azioni. La gente applaudiva o fischiava a seconda di come giudicava queste dichiarazioni.
L'origine delle prigioni moderne va trovata nelle workhouses, e non nelle carceri e nelle celle. Le workhouses risalgono al diciassettesimo secolo e furono costruite nella maggior parte dei paesi europei alla fine del feudalesimo, quando molti contadini non riuscendo più a trovare lavoro in campagna diventavano dei vagabondi. Nelle workhouses potevano mangiare, ma dovevano trascorrere lì la maggior parte della giornata e lavorare duramente. Nelle workhouses venivano anche internati i malati, gli anziani, le persone affette da disturbi e malattie mentali.
Le prigioni, i manicomi e gli ospedali vennero distinti gli uni dagli altri nel corso del diciottesimo secolo. I riformatori, schierati contro le punizioni tradizionali, ritenevano che privazione della libertà fosse un mezzo più efficace per fronteggiare i crimini. Lo sviluppo dei diritti di libertà individuale a livello politico portò a riconoscere l'omicidio come il crimine più grave, poiché uccidere una persona rappresenta l'attacco estremo ai suoi diritti individuali. L'idea e la consuetudine di punire i condannati in pubblico cadde gradualmente in disuso, non costituendo più una sorta di spettacolo. Infatti si attribuiva alle prigioni lo scopo di educare i criminali ad abitudini di disciplina e conformità. Da allora la condanna è stata associata alla correzione del comportamento criminale, al fine di riabilitare il trasgressore per il suo rientro nella società.
La detenzione è un modo di punire i criminali e proteggere la popolazione. Ma il principio sottinteso al sistema carcerario è la "promozione" dell'individuo. E' naturale domandarsi se le prigioni abbiano davvero questo effetto. In genere i detenuti non subiscono più maltrattati fisici, anche se questi sono tutt'altro che sconosciuti. Oltre a quella della libertà i detenuti subiscono altre privazioni. Sono privati di un reddito, della compagnia di familiari e amici, dei rapporti eterosessuali, e in alcuni casi dei propri vestiti e degli oggetti personali. Spesso vivono in condizioni di sovraffollamento e devono accettare rigorose misure disciplinari.
Piuttosto che a educare il loro comportamento alle norme sociali, queste condizioni tendono a creare una spaccatura tra i detenuti e la società esterna. Le abitudini e gli atteggiamenti che apprendono in prigione sono molto spesso totalmente opposti a quelli che in teoria dovrebbero acquisire. Non sorprende che il 60% dei maschi rilasciati dopo una condanna detentiva vada incontro a un nuovo arresto entro quattro anni dal primo reato. Percentuale resa ancora più alta dal fatto che alcuni di quelli che tornano ad attività criminose non vengono catturati.
La vita carceraria e la sua durezza, anche se non sembrano riuscire a riabilitare i detenuti, possono sicuramente dissuadere gli altri. Ci troviamo dunque di fronte a un problema molto complesso: rendere le prigioni dei luoghi in cui sia del tutto sgradevole vivere forse aiuta a scoraggiare potenziali trasgressori, ma rende estremamente difficile raggiungere lo scopo riabilitativo.
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