REPORTAGE

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marzo/aprile 2000

 
 
 
 
 
 
 









 

Soweto, Sud Africa
l'apartheid non è finita
Johannesburg, il cui nome afrikaans Egoli ne rievoca il passato glorioso di capitale mondiale dell'oro, è una città di profondi contrasti: le colline multicolori, gialle, rosse, bianche dei residui minerari, accanto agli scheletri degli impianti di estrazione in abbandono, convivono coi profili netti di modernissimi grattacieli, più vicini, nel nostro immaginario di Europei, alle metropoli statunitensi che a panorami africani.
 di Emanuela Mazzucchetti

Ricchi uomini d'affari che si muovono determinati da un ufficio a una banca, frettolosi, in sobrie "divise" da industriale, quanto mai anonime e uguali in tutto il mondo, convivono accanto a coloratissimi e vivacissimi mercati improvvisati, frutta, verdura, radio, calze, sistemate l'una accanto all'altra secondo una logica tutta africana. Il più importante e grande ospedale di tutta l'Africa convive accanto al negozio di medicina tradizionale, dove si preparano sul momento decotti di radici e di polveri misteriose.
Convivono. O forse è tutta apparenza.
Il moderno grattacielo sede di uffici è abbandonato: se ci si avvicina, i vuoti neri delle finestre dei primi piani parlano di una violenza e di una rabbia che non sono ancora del tutto risolte; l'uomo d'affari corre perché sente che questo non è più il suo posto, la città che riteneva di aver conquistato per sempre ora lo respinge, con grande fermezza.
Questa è la novità: 10 anni dopo la grande stagione della rivoluzione, 10 anni dopo la fine dell'apartheid, bianco e nero sono ancora due mondi distinti, per alcuni - percentualmente una minoranza, ma pur sempre ben individuata e organizzata - addirittura inconciliabili. Non è bastato rimuovere i cartelli che impedivano l'ingresso ai neri, il rischio è di non sapere cancellare nuove barriere più sottili, meno visibili ma ugualmente insidiose, bianchi contro neri, neri contro bianchi, ancora.
Johannesburg non è più la ricca metropoli di 10 anni fa: si è spopolata, i bianchi sono fuggiti di fronte all'avanzare della popolazione di colore, hanno spostato il centro dei loro commerci e dei loro affari. Il nuovissimo Hotel Carlton, un imponente grattacielo nella centralissima via Von Weilligh, destinato ad ospitare turisti, ma soprattutto riunioni di lavoro e viaggi d'affari, è chiuso, anzi sigillato da catene e lucchetti, le finestre protette da assi di legno inchiodate.
All'imbrunire, l'animazione che caratterizza le vie durante il giorno scompare come per incanto e la città cade nelle mani di una vera "corte dei miracoli", in cerca di espedienti per vivere, in cerca di denaro, di cibo. Dalle parole di chi ha deciso di lasciare la città, la casa e gli affari e di trasferirsi nei nuovi sobborghi in collina, emergono racconti allarmanti, che parlano di furti negli appartamenti e nelle auto, di crimini e omicidi; 10 anni fa in queste stesse zone si denunciava una violenza politica, ora si tratta solo di violenza.
Facciamo un passo indietro, allora: ritorniamo a Soweto, il cuore del movimento di liberazione dei neri, il luogo storico da cui tutto è cominciato.
"Soweto, l'unione delle South Western Township, è nata su iniziativa dei bianchi negli anni '40, per isolare in un'area ben delimitata gli squatter (occupanti abusivi) che erano dispersi disordinatamente nel territorio" racconta Thimothy, 25 anni, tassista, che vive proprio in quest'area urbana, in un appartamento di due camere all'interno di un edificio indipendente a due piani, un muretto bianco attorno a un metro di giardino. "Oggi, la maggior parte degli abitanti di Jo'burg vive qui, si calcola un numero (impreciso per difetto, l'ultimo censimento è del '95) di 4-5 milioni di persone. Nessun bianco ha alcuna idea di come sia la vita nelle township nere, pochissimi osano avventurarsi all'interno di esse. Per loro non si tratta che di un luogo da incubo, terra di droga e violenza". Quanto c'è di vero in questa analisi? In effetti la situazione è critica: l'affollamento provoca disagi, che, accompagnati da povertà e da un alto tasso di disoccupazione, determinano inevitabilmente un aumento della criminalità.
La prima impressione entrando in Soweto è di desolazione: una via principale apparentemente deserta, che tra salite e discese conduce al cuore della città; all'orizzonte, incassate nella collina, file interminabili di cubi di cemento: "E' la zona più povera, il Diepkloof Hostel, le vecchie case dei minatori di 60 anni fa che ora sono occupate da intere famiglie di operai o di disoccupati. Non esistono servizi igienici: è da qui che nel '94 sono scoppiati i disordini più gravi". Dall'altra parte, la sagoma inquietante delle due torri di raffreddamento della centrale elettrica, e case e baracche intorno. Un grigiore piatto avvolge la terra e le case, nonostante il cielo sia del solito intenso blu africano.
Filo spinato, mucchi di immondizia, tre cinema: "Sono chiusi, ora sta per riaprirne uno, l'Eyethu, due spettacoli costeranno 3 Rand": una cifra irrisoria (1R=300 Lire), se confrontata ai 12R dei cinema di Sandton, la nuova città satellite di Jo'burg, ultimo rifugio dei bianchi, centro commerciale e di affari, luci, colori e sfarzo creato dal nulla "a somiglianza", anche architettonica, della Johannesburg dei tempi della ricchezza e del potere, di 10 anni fa.
Ma allora, cosa è cambiato? "In città ci sono 436 scuole pubbliche, una scuola privata, un ospedale e due cliniche ben funzionanti; il governo ha costruito nuove case prefabbricate, con tre stanze, acqua e bagno esterno, ha dotato di bagni comuni le baracche; alcuni, più benestanti, hanno subaffittato il garage a un'altra famiglia. Molti hanno avviato delle imprese di lavoro personali, è nato un autolavaggio, dei negozi di alimentari e di liquori, un bar-ristorante. Ci sono ben 26 milionari, oggi, a Soweto!".
La vera novità è che le banche ora concedono anche ai neri dei prestiti in denaro: 10 anni fa era impedito loro anche il semplice ingresso in banca, ottenere denaro era possibile solo accettando interessi da usura: "Oggi, chiunque può ricevere un prestito per avviare un'impresa, per costruire un albergo o un locale pubblico; dovrà depositare il progetto che intende realizzare e sarà chiamato a restituire la cifra in modo dilazionato e dopo un certo tempo, anche due anni".
"Le opportunità per chi intende davvero fare qualcosa sono decisamente migliorate" insiste Mr. Mautloa, titolare del Masaleng Pub & Restaurant, aperto tutti i giorni dalle 4 del pomeriggio a mezzanotte. "Ho aperto un locale 5 anni fa, ora possiedo altri 3 negozi, ho 14 impiegati che pago 1000R al mese (300.000 Lire), verso regolarmente al governo il 40% delle entrate in tasse. Prima lavoravo in un supermercato a Johannesburg, ma ora tutto è cambiato". Il suo negozio di liquori ospita sul retro una sorta di pub, dove si può bere una birra e mangiare un panino: nulla di più normale, nulla di più straordinario per chi fino a pochi anni fa non poteva nemmeno immaginare di avventurarsi in imprese simili. Una guardia armata e in uniforme nera sosta di fronte al negozio, "Meglio premunirsi da rapine e garantire sicurezza anche ai clienti", proprio come ci siamo abituati a vedere nel ricco centro di Sandton, o di fronte alle case dei bianchi nei centri residenziali. Tutto, in un certo modo, normale, anche se di una normalità "strana", in qualche modo forzata.
"Nessuna guardia armata" ribatte invece Wandile Ndala, 42 anni, 5 figli, un altro dei "leggendari" milionari di Soweto: "Il mio locale gode dei favori del governo, vengono a cena da me ministri e deputati. Sono esattamente 10 anni che possiedo il Wandies Place, l'ho inaugurato nel '90, nel '91 ho avuto la licenza per servire alcolici. Questo locale è per la gente di qui, è per i turisti. L'anno prossimo aprirò un ostello per la gioventù, così ci verrà sempre più gente. Se il locale serve a tutti, non c'è ragione per volerlo distruggere. Niente sicurezza armata, dunque".
La novità più importante è dunque la nascita di una classe borghese nera, con nuovi imprenditori in grado di far pesare la propria presenza sul piano economico, indipendenti dagli schemi preordinati di produttività gestiti, ancora in modo esclusivo, dai bianchi. "La soluzione del problema dei rapporti tra bianchi e neri sta nel rispetto. Quando con la fine dell'apartheid abbiamo ottenuto il riconoscimento dei diritti di esseri umani, avremmo potuto organizzare una rivolta armata e cacciare dal territorio tutti i bianchi. Sarebbe stato un nostro diritto, no? Il mondo ci guardava, avremmo avuto chi ci avrebbe giustificati. Ma questa non era la soluzione. Se avessimo decretato guerra, il Paese sarebbe crollato definitivamente. Avremmo perso di colpo la classe dirigente senza poterla sostituire con un'altra, altrettanto abile. Ora siamo pronti. Siamo parte del governo, i nostri studenti si laureano e lavorano nelle università del Paese, la nuova generazione dei bianchi è più aperta dei loro padri. Ora il Governo deve mirare a convincere i bianchi a condividere con noi tutto il potere, soprattutto quello economico, oltre che quello politico: chi non vorrà accettare questo dovrà andarsene, il Governo ne dovrà facilitare l'uscita".
Le nuove generazioni dei bianchi sono in parte emigrate verso destinazioni più facili come l'Australia, la Nuova Zelanda, il Canada ("Dopo aver vissuto in un Paese così ampio, senza limiti di spazio e di movimento, non potrebbero resistere nella chiusa Europa; noi abbiamo deciso di non tornare più nel vecchio continente, i nostri figli ci andranno forse per turismo" dice con un misto di nostalgia e di distacco la titolare di una galleria d'arte a Sandton). S'intende: chi resta, sa di dover vivere in un modo completamente diverso da quello che fu dei loro nonni, e , fortunatamente, dei loro genitori. Ora la vita dei bianchi è barricata, in cittadelle circondate da guardie armate, tra mura contornate di filo spinato elettrificato, con cani addestrati all'attacco. All'interno dei parchi, ville da sogno, con piscine, opere d'arte e servitù: vestigia di un passato che i proprietari difendono spesso con ostinazione e contro ogni evidenza.
L'APARTHEID
L'apartheid (letteralmente significa "condizione di essere separati") è iniziato ufficialmente nel 1948 come programma elettorale del partito del Fronte Nazionale, al Governo -in coalizione con il partito Afrikaner- continuativamente dal 1948 appunto, al 1994. Il Group Areas Act (legge sulle aree per i gruppi) sanciva la separazione delle diverse aree residenziali tra bianchi e neri, il Separate Amenities Act (legge sulle strutture sociali separate) giustificava la creazione di spiagge, autobus, bagni, locali pubblici, scuole... separate; veniva istituito il divieto di matrimoni misti e l'obbligo per i neri di uscire di casa con uno speciale passaporto. Nel '58 uno dei teorici dell'apartheid, H.Verwoerd, faceva ancora di più: la politica di segregazione razziale doveva diventare politica per la negazione di tutti i diritti civili e di cittadinanza per i neri. L'obiettivo era di relegare l'87% della popolazione non bianca del Sud Africa in "riserve" isolate e poco visibili e di utilizzare i neri come forza-lavoro. Ancora oggi, nei dintorni delle grandi città si individuano le township, agglomerati informi di baracche e case di cemento ed eternit ad esclusiva popolazione nera. Normalmente sono situate a 8-10 km dal centro, una distanza che spesso gli operai colmano a piedi, due volte al giorno, per raggiungere la fabbrica o la miniera, formando piccole file lungo le grandi arterie del traffico.
All'epoca della promulgazione delle leggi razziali, l'opposizione era rappresentata dall'ANC (African National Congress), il cui presidente Nelson Mandela veniva arrestato nel 1963 per cospirazione contro il governo e condannato all'ergastolo.
Nel 1976 esplodeva la violenza a Soweto: la polizia aprì il fuoco sugli studenti in marcia e ciò scatenò un'insurrezione nazionale che in un anno provocò oltre 1000 vittime. Nel '77 fu ucciso dalla polizia Steve Biko, leader del movimento di Presa di coscienza dei neri (Black Consciousness). Solo allora il mondo si risvegliò, denunciando finalmente l'inammissibilità di questo stato di fatto, ma le tiepide riforme del presidente Botha non miglioravano la situazione interna (ed esterna) del Sud Africa. Nel 1990, dopo 350 anni di dominio dei bianchi, il nuovo presidente De Klerk non poteva che cedere alle pressioni mondiali (e alla necessità di dare nuova credibilità sul piano economico e della finanza internazionale al Paese): liberò Mandela dal carcere e ne fece così il simbolo della nuova Africa. Gli occhi del mondo si fissarono sui due protagonisti: feste, celebrazioni, incontri, il premio Nobel, libere elezioni, Mandela presidente del Sudafrica. Poi i riflettori si sono spenti, a Mandela è
succeduto il nuovo presidente Mbeki; il Sud Africa sta muovendo i primi passi in modo autonomo:
ora più che mai ha bisogno dell'attenzione del mondo.
E. M.

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