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| Sei qui: Città di Torino >> Informagiovani >> Rivista Informagiovani >> Num. 02/2000 | ||
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Euskadi
I Paesi Baschi sono un triangolo di terra situato nell'estremo nord della Spagna, ma non sono esattamente quello che appaiono a prima vista. di Donatella Sasso La piccola regione, o País Vasco come viene chiamata in lingua castigliana, è il frutto di secolari, estenuanti e ancora insoddisfacenti contrattazioni fra il governo centrale di Madrid e il popolo basco. In effetti gode di una certa autonomia dal 1979, ma soffre la separazione da altri due territori abitati da cittadini di origine basca: la Navarra e il Distretto dei Pirenei Atlantici, appartenente alla Francia. Percorrere il territorio basco significa attraversare due differenti Stati e paesaggi molto diversi, campagne verdissime e grigie aree industriali, località balneari e zone montane, città grandi e minuscole, ma tutte ricche di monasteri, chiese e musei. Un mondo variegato, dove però si mantengono in vita antichissime tradizioni comuni, espressione della compattezza socio-culturale dei Baschi. Presso di loro non sono mai fuori moda, neppure fra i giovani, danze e musiche popolari così come il tipico gioco della pelota. Si perpetuano ricorrenze coinvolgenti e uniche, come la Festa di San Fermín, resa celebre da Hemingway, che ogni anno vede Pamplona invasa da tori inferociti, inseguiti da uomini apparentemente coraggiosi. Anche nella parte francese è viva la tradizione della corrida, a cui si affianca la più moderna passione del surf. L'elegante e raffinata Biarritz ogni estate accoglie moltissimi turisti, attratti, oltre che dalle occasioni mondane, dalle gigantesche onde oceaniche, che si infrangono a due passi dalle case costruite sulla costa. L'alter ego spagnolo di Biarritz è San Sebastián, con la sua baia semicircolare, sormontata dal Monte Igueldo e dal Monte Urgell, conosciuta anche per il suo antico centro storico, che si contrappone in maniera armonica alla parte più recente, in ricercato stile Liberty. All'inizio del '900 la città si ampliò e divenne una famosa località balneare per i ricchi e i nobili dell'epoca, ma ancor oggi è molto vivace e frequentata, soprattutto in occasione dei Festival di cinema e di jazz. L'animazione tipica delle città basche non si riduce, però, alle grandi occasioni dei giorni di festa o ai mesi estivi, quando vi giungono turisti da tutto il mondo. Anche i centri meno frequentati dagli stranieri hanno sempre una parvenza di festosa allegria. La scultura del Guggenheim A Bilbao, un porto industriale sulle rive del fiume Nervión, non solo i quartieri centrali sono invasi da cittadini intenti in animate discussioni, ma anche le zone periferiche, dove i moderni palazzi multipiano sono immancabilmente ricoperti da miriadi di piastrelle rossicce. Dal 1997, però, la situazione è leggermente cambiata. Proprio sul fiume, dove giorno e notte si alternano camion, container e operai, è planato come un alieno il lucentissimo Museo Guggenheim, mastodontica opera dell'architetto Frank Gehry. Ma l'edificio non ha per nulla snaturato la struttura originaria della città, e forse proprio la sua totale estraneità al tessuto urbano lo rende così affascinante e attraente. La novità ha attratto nel giro di tre anni un numero impressionante di visitatori, che nei periodi di vacanza forma code infinite all'ingresso. Il Museo incarna il radicale rifiuto delle linee razionali e delle prospettive univoche dell'architettura moderna; è un tipico edificio postmoderno, capace di armonizzare le fluenti linee esterne con i multiformi spazi interni, che si lasciano attraversare secondo l'interesse e le curiosità di ciascun visitatore. Se lo si osserva da particolari angolature, astraendosi dal contesto in cui si trova, sembra improvvisamente di essere a New York o in qualche altra città americana, ai piedi dell'ultima magnificenza architettonica. Anche questa, però, è solo l'ingenua illusione di chi non ha mai oltrepassato l'oceano. La piazza è il vero ritrovo Nonostante la sua originalità e il suo indubitabile impatto scenico, il Guggenheim non si è trasformato in un punto di ritrovo per gli abitanti di Bilbao, come è accaduto altrove per edifici di particolare interesse e attrattiva. Questo perché il centro di ritrovo di ogni città spagnola rimane ancora oggi la piazza principale, in cui anticamente si svolgeva la corrida. Spesso ha una struttura quadrata, è percorsa da portici e chiusa come un'elegante stanza a cielo aperto, a cui si accede da stretti passaggi. Di giorno appare addormentata e claustrofobica, ma verso le otto di sera si risveglia con un brusio improvviso e insolito. Si tratta delle centinaia di abitanti locali, a cui si mescolano turisti incuriositi, che prendono d'assalto enoteche e bar per l'immancabile appuntamento dell'aperitivo serale. Nelle città basche, però, la gente non scende in strada solo per pura evasione, ma per il desiderio di partecipare alla vita sociale, per anticipare informalmente decisioni che dovranno, o dovrebbero, essere prese nelle sedi istituzionali. L'allegria e la spensieratezza, che in un primo tempo accolgono il turista, sono però solo una fragile superficie scalfita da piccoli particolari che progressivamente saltano all'occhio. Dalle finestre di quasi ogni condominio sventolano le tipiche bandiere basche con sfondo rosso, la croce di S. Andrea verde e la croce cristiana bianca, che simboleggiano il popolo, le leggi basche e la cristianità. Lungo le vie di città grandi e piccole appaiono striscioni con scritte incomprensibili in basco, che talvolta sono tradotte in spagnolo o in altre lingue e che inneggiano alla libertà e all'indipendenza. Ma più commoventi di tutto sono i cartelli artigianali appesi maldestramente, in cui compaiono liste di nomi e cognomi di persone forse scomparse, forse uccise o torturate. Nei Paesi Baschi vivacità e rabbia, orgoglio e dolore si confondono incessantemente. Nel 1995 mi capitò di trascorrere due giorni a San Sebastián. Il pomeriggio festoso e animato da turisti allegri venne interrotto da una manifestazione pacifica di numerose persone che recavano alcuni cartelli, ciascuno con una fotografia e brevi didascalie. Subito si radunò attorno una folla immensa di gente incuriosita, ma anche palesemente partecipe. Il corteo mi richiamò alla mente, forse in maniera impropria, manifestazioni analoghe, viste mille volte nei documentari sull'America Latina. La sera passò vivacemente, come in una qualsiasi località balneare in pieno agosto, ma attorno alle dieci, dalle strette viuzze del centro storico, apparve un gruppo di ragazzi con passamontagna neri, intenti a gettare violentemente bottiglie in mezzo alla folla. In un batter d'occhio furono dispersi da un numero incredibile di poliziotti in assetto di guerra, con scudi e manganelli, sbucati chissà da dove. Eppure la mattina successiva una massa altrettanto impressionante di persone, forse le stesse del giorno prima, si accalcava per vedere l'arrivo della Clásica di San Sebastián, la famosa corsa ciclistica, tradizionale tappa di Coppa del Mondo, che quell'anno vedeva come protagonista il navarro Indurain accanto a un Marco Pantani agli inizi della carriera. Le ragioni dei Baschi Ma quali sono le reali e profonde ragioni dei Baschi? Questo antico popolo mira alla conservazione di secolari tradizioni di forte impronta partecipativa e al riconoscimento della propria originale identità, che è caratterizzata essenzialmente dall'uso dell'Euskara, la difficilissima lingua locale. Per indicare che una persona è basca si utilizza un termine composto, euskaldun, cioè che parla il basco, mentre si designa sia il popolo sia il territorio con i due termini Euskal Herria, etimologicamente popolo della lingua basca. Solo nel 1900 Sabino Arana Goiri, fondatore del Partito nazionalista basco, utilizzando la radice eusko (basco) e il suffisso di (insieme, collettivo), inventò la parola Euskadi per denominare il territorio del paese. Questo neologismo acquisì subito una connotazione marcatamente politica e venne, infatti, scelto nel 1959 per denominare la formazione politico-militare Euskadi ta askatasuna, Paese Basco e libertà, meglio conosciuta come Eta. L'Euskara è considerato l'idioma più antico d'Europa, è privo di radici indoeuropee e di parentele evidenti con altre lingue ed è sicuramente originario della zona. Ancora oggi quasi tutte le insegne dei negozi, le indicazioni stradali e i manifesti pubblicitari sono scritti in Euskara, anche se accompagnati dall'immancabile traduzione in castigliano o in francese. Karl Wilhelm von Humbolt, filosofo tedesco, vissuto a cavallo fra sette e ottocento, sosteneva che ogni lingua possiede una forma interna, che esprime la peculiare visione del mondo del popolo che l'ha originata. Seguendo questa suggestione è facile desumere come l'indecifrabile modo d'essere dei Baschi sia stato frainteso, incompreso e osteggiato nel corso dei secoli da Spagnoli e Francesi. Guernica come simbolo Il disconoscimento e il tentativo di sottomettere il popolo Basco furono costantemente controbilanciati dalla strenua difesa di una secolare cultura. In Spagna la repressione si inasprì particolarmente con l'ascesa del franchismo e con la guerra civile, che vide i Baschi schierati compattamente a difesa della legalità repubblicana. La guerra culminò con il bombardamento dell'aviazione nazista, su esplicita richiesta di Franco, della città basca di Guernica, poi consegnato alla memoria collettiva dal celebre quadro di Picasso. Il periodo successivo al 1945, nonostante il passaggio dal franchismo alle libere elezioni a metà degli anni settanta, non significò una tregua nei confronti dei Baschi. Torture sui militanti di diversi partiti attribuite alla polizia spagnola dalla Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite, condizioni durissime in carceri invivibili, omicidi misteriosi perdurano anche ai giorni nostri. Il duro conflitto fra i due governi centrali, spagnolo e francese, e un movimento popolare compatto che ha in Eta la sua manifestazione più violenta e visibile, ma che si esprime in un ventaglio di partiti e associazioni, che vanno dalla destra nazionalista di matrice cattolica all'estrema sinistra, non sembra trovare soluzioni definitive. La strenua difesa di un'identità a rischio non si manifesta solo nell'attività politica, ma soprattutto in un'eccezionale partecipazione sociale alla vita pubblica. Numerosi sono i giornali e le trasmissioni radiofoniche in basco, che per le loro posizioni indipendentiste, sono spesso sottoposti a chiusure improvvise e inappellabili. Poiché l'uso legale del castigliano e del francese limita notevolmente la trasmissione dell'Euskara, sono state aperte molte scuole private e associazioni che, anche a costo di notevoli difficoltà economiche, tengono viva una lingua a rischio di estinzione. È certamente difficile seguire il ritmo dei Paesi Baschi, delle sue tangibili contraddizioni, ma soprattutto è difficile non lasciarsi coinvolgere e rimanere impassibili. Le periferie cadenti e povere delle città industriali e le alte onde dell'Atlantico, solcate da gioiosi surfisti, sono le opposte facce di un medesimo mondo, capace di incantare e commuovere. |
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