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SPECIALE CARCERE | |
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| Sei qui: Città di Torino >> Informagiovani >> Rivista Informagiovani >> Num. 02/2000 | ||
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Ricomincio
da dove?
"Quando esci non hai molte possibilità: o hai la fortuna di riuscire a metterti in proprio, oppure devi rivolgerti alle cooperative sociali". di Sergio Capelli Il lavoro è un diritto sancito dalla Costituzione della Repubblica Italiana. Già, un diritto, ma non per tutti: oggi trovare un lavoro è molto difficile per chiunque, ma, per chi non ha una fedina penale più che linda, è probabilmente più semplice trovare il proverbiale ago nel pagliaio che trovare un impiego. Il tasso di scolarizzazione media dei detenuti delle carceri italiane non è certo altissimo (significativo è il fatto che sia maggiore il numero degli analfabeti, pari al 2% della popolazione carceraria italiana, di quello dei laureati, 1%) e ciò, sicuramente non aiuta a trovare lavoro: il 32% dei detenuti ha la licenza di scuola elementare, il 34% quella di scuola media inferiore, mentre solo il 7% possiede un diploma (3% Diploma di scuola professionale, 4% Diploma di scuola media superiore). Tuttavia una buona percentuale di detenuti ha precedenti esperienze di lavoro: a livello nazionale, considerando i detenuti che hanno comunicato la propria condizione lavorativa, il numero degli occupati non risulta molto differente da quello dei disoccupati (25% contro 28%), sebbene le disparità a livello regionale siano molto evidenti. Significative sono anche le statistiche sulla tipologia dell'impiego: i due terzi della popolazione carceraria nazionale occupano la posizione professionale di operaio, il 13% lavorano in proprio, mentre solo l'8% sono liberi professionisti, il 5% imprenditori e il 3% dirigenti o impiegati. Formazione e lavoro in carcere Esperienze lavorative precedenti, dunque, ma non solo. Alcuni hanno avuto la possibilità di fare nuove esperienze e di apprendere nuove competenze durante il loro periodo di detenzione: circa 11500 detenuti risultano infatti come lavoranti, per lo più alle dipendenze dell'amministrazione penitenziaria. Solo il 22% dei detenuti lavoranti, infatti, appartiene ad altre categorie (artigiani, lavoranti in proprio, ammessi al lavoro esterno, lavoranti a domicilio, soci di cooperative). Il numero dei lavoranti è costante da ormai dieci anni, ma, essendo cresciuta a dismisura la popolazione carceraria nazionale, ne risulta sempre più esigua la percentuale: dal 44% del 1990, si è infatti passati al 22% del primo semestre del 1994, per poi attestarsi appena sopra il 23%. Ma il lavoro non è l'unica possibilità che l'Amministrazione carceraria dà ai detenuti. In molte delle carceri italiane è possibile frequentare corsi scolastici di diversi livelli: si va dalle scuole elementari (sono sempre di più i detenuti di nazionalità straniera che non conoscono bene l'italiano) alle scuole medie, dalle scuole professionali (che rappresentano la maggioranza dei corsi) fino all'università. Proprio a Torino, infatti è stato recentemente aperto un polo universitario interno al carcere delle Vallette. Ma i corsi interni non sono l'unica possibilità per i detenuti: molto spesso, infatti, grazie all'opera di volontari che mantengono i contatti con le scuole, si possono seguire dei corsi di studi non presenti all'interno delle strutture carcerarie e superare gli esami come privatisti. Purtroppo il numero dei corsi è sempre molto basso (dal 1990 ad oggi non si è mai superata la soglia dei 500 corsi annui), nonostante il numero degli iscritti sia cresciuto nel tempo, passando dai meno di duemila iscritti del 1991 agli oltre 4000 del primo semestre 1998, e nonostante i risultati conseguiti dai frequentanti non siano molto dissimili da quelle di un qualsiasi Istituto Professionale frequentato da normalissimi studenti. Lavorare dopo: le cooperative sociali Insomma il carcere, almeno in questo e seppur con moltissimi limiti, tenta di essere quello strumento di rieducazione che dovrebbe essere. Ma il vero problema è il dopo, il passaggio da una realtà come quella della detenzione alla libertà quotidiana con le sue esigenze. E' proprio in questo caso che il lavoro svolge un ruolo fondamentale nella ri-socializzazione dell'individuo, offrendogli nuove opportunità di sperimentarsi nel rapporto con il denaro, nell'organizzazione del proprio tempo e del quotidiano, nella possibilità di progettare il proprio futuro. Un impiego è sicurezza economica, possibilità di mettere in atto una capacità, patente di normalità. Una patente spesso negata a chi esce dal carcere. "Quando esci non hai molte possibilità: o hai la fortuna di riuscire a metterti in proprio, oppure devi rivolgerti alle cooperative sociali". Cooperative sociali, ovvero cooperative che curano l'inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati (ex-tossicodipendenti, ex-detenuti...). L'inserimento lavorativo svolto in cooperative sociali è, ad oggi, lo strumento più utilizzato che supplisce alle carenze strutturali di una società che non offre sbocchi idonei a chi vive una situazione di forte disagio e non è in grado di rispondere a quei criteri di efficienza produttiva che sono ormai l'unico parametro valido per giudicare un individuo. La sfida lanciata dalle cooperative sociali è coniugare economia e sociale, accoglienza e produttività, ovvero sperimentare nel concreto forme di economia solidale. Una sfida che non viene a sufficienza valorizzata dalle istituzioni, una sfida onerosa non solo in termini economici, ma anche e soprattutto in termini di responsabilità verso le persone che intraprendono questo percorso. Generalmente i soggetti vengono segnalati alle cooperative dai servizi sociali, siano essi i Ser.T (Servizi per le Tossicodipendenze delle A.S.L.), gli assistenti sociali del Comune o dei C.S.S.A. (Centro Servizi Sociali Adulti) o il Ministero della Giustizia per quel che riguarda i detenuti in semilibertà, ma non mancano i casi in cui siano i singoli a proporsi alle cooperative. Da quel momento in poi ogni ente ha le sue modalità: assunzioni dirette, borse lavoro, stage, corsi. "Oltre il muro" è una cooperativa legata al Gruppo Abele che dà lavoro a 23 ragazzi, 18 dei quali soggetti svantaggiati. "Per lo più - ci racconta Daniel Pittuelli, responsabile della cooperativa - ex detenuti con problemi di tossicodipendenza. Tutti i ragazzi, però, devono avere alle spalle un percorso fatto di strutture sociali, dalle quali ci devono essere presentati. Una volta selezionati, i ragazzi sono assunti con una borsa lavoro, generalmente per sei mesi o un anno, al termine della quale, se tutto è andato bene, saranno assunti a tempo indeterminato". Un bel mondo, quello delle cooperative, ma non tutto è rose e fiori. "Inutile negare l'esistenza di problemi: ce ne sono anche qui, come dappertutto - continua il Sig. Pittuelli - Alcuni dei ragazzi che lavorano qui non hanno mai lavorato in precedenza: in genere sono privi di quella che si può definire cultura del lavoro. Inoltre, poiché il lavoro che facciamo noi ("Oltre il muro" si occupa archiviazione ottica di documenti e di data-entry ndr) non è eccessivamente sfibrante dal punto di vista fisico, è più adatto ai ragazzi malati, e ciò significa un maggior assenteismo e più contratti part-time. Unendo le due cose, il rischio è quello di vedere calare la nostra concorrenzialità sul mercato". La cooperativa è infatti a tutti gli effetti sul mercato: ha committenti pubblici e privati e lavora senza interruzioni. "Mentre i nostri committenti pubblici sapevano perfettamente che tipo di cooperativa fossimo, quelli privati, temendo che non fossimo in grado di rispettare i loro standards produttivi e qualitativi, ci hanno commissionato dei lavori solo dopo una visita di persona nei nostri laboratori. Comunque sia, mai nessuno si è lamentato del nostro lavoro". "Il vero problema - ci racconta Daniel - è che anche noi dobbiamo essere selettivi: è una questione di sopravvivenza. Proviamo a fare una scala ideale, come se fossimo ancora a scuola: se le aziende "normali", vista l'ampia possibilità di scelta che hanno, possono permettersi di selezionare i candidati che hanno ottenuto una valutazione dal 9 in su, noi accettiamo i candidati che hanno ottenuto la sufficienza, anche a fatica. Più giù non possiamo scendere. Credo che per i non sufficienti, che non sono poi tantissimi, gli enti pubblici dovrebbero creare dei lavori assistenziali. Non è bello da dire, ma credo che sia l'unica soluzione, l'unica cosa che potrebbe veramente aiutarli ad arrivare alla sufficienza". |
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