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SPECIALE CARCERE | |
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| Sei qui: Città di Torino >> Informagiovani >> Rivista Informagiovani >> Num. 02/2000 | ||
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Il
lavoro riabilita
Il lavoro, come tutti sanno, è un bene prezioso e ambito. Ma sono pochi i luoghi, come il carcere, in cui esso diventa quasi un miraggio irraggiungibile. di Stefania Milioti Lo dicono le cifre ufficiali, secondo le quali lavorerebbe poco più del 23% dei detenuti presenti nei penitenziari italiani. Di questi la stragrande maggioranza (10.253 persone) è impegnata in lavori di pulizia, di distribuzione del vitto o si occupa delle piccole manutenzioni alle dipendenze dell'amministrazione penitenziaria, ottenendo in questo modo un reddito simbolico, ma non una professionalità qualificata con cui guadagnarsi da vivere, una volta fuori di prigione. Il resto dei detenuti, in regime di semilibertà o di articolo 21, lavora fuori dal carcere. Se parliamo però di lavoro vero, che fornisce professionalità ed è gradito al mercato, allora il numero di privilegiati si fa ancora più esiguo: sarebbero infatti meno di 200, soci di cooperative, che effettuano in carcere lavori per conto terzi o sono impegnati in attività artigianali (dati: Fondazione Carcere e Lavoro). Strano perché il lavoro è considerato elemento centrale del "trattamento" del detenuto anche dall'Ordinamento penitenziario, secondo cui «non ha carattere affittivo ed è remunerato» e «l'organizzazione e i metodi del lavoro penitenziario devono riflettere quelli del lavoro nella società libera, al fine di far acquisire ai soggetti una preparazione professionale adeguata alle normali condizioni lavorative, per agevolarne il reinserimento sociale» (art.20 O.P.): ma poi entrano in gioco le lacune, i ritardi e le mancate risposte dell'Amministrazione penitenziaria e degli Enti Locali, che dovrebbero occuparsi dell'assistenza al "dopo-carcere", problemi antichi, a cui bisogna aggiungere l'andamento e le esigenze altalenanti del mercato del lavoro. Fuori di lì poi non è che la società dei liberi sia particolarmente interessata alla questione: anzi, parafrasando l'intervento di don Virginio Colmegna, direttore della Caritas ambrosiana, durante un convegno sull'argomento, impegnare risorse pubbliche e private per dare un'occupazione ai detenuti, quando c'è un sacco di gente a spasso, che non ha mai avuto problemi con la giustizia, sembra ai più un'autentica assurdità. Pochi sanno, però, che mantenere un detenuto in cella costa moltissimo allo Stato e che la disoccupazione è concausa sia del grande numero di recidivi, sia delle tante manifestazioni di malessere - suicidi, tentati suicidi, autolesionismo, proteste con rifiuto di cibo, largo consumo di psicofarmaci - all'interno del carcere. Fin da principio è stato il terzo settore, nella forma di associazioni o cooperative, ad occuparsi, pur nei limiti delle scarse disponibilità, dell'accoglienza, della formazione e, quando possibile, dell'occupazione di detenuti ed ex detenuti. Ed è sempre dal volontariato e dall'associazionismo che ancora oggi provengono gli stimoli più interessanti anche verso le istituzioni che cominciano a legiferare: risale a circa due anni fa la presentazione del disegno di legge Smuraglia («Modifiche alla legge 8/11/1991, n.381, - Disciplina delle cooperative sociali - per favorire il lavoro carcerario»), sollecitata dalle associazioni di volontariato, i cui capisaldi puntano, da una parte, a estendere le agevolazioni previste per le persone svantaggiate occupate nelle cooperative sociali a tutti i detenuti e non solo ai condannati ammessi alle misure alternative; dall'altra, ad allargare le agevolazioni anche alle imprese private e pubbliche che organizzano attività produttive o servizi all'interno degli istituti, oltre alla possibilità di sgravi fiscali per le imprese che assumono detenuti all'esterno «per periodi non meramente occasionali o per chi si impegna a svolgere attività formative». Attualmente il disegno di legge è fermo alla Camera. Ad oggi non sono poche le aziende che attraverso il passaggio delle borse lavoro o con un procedimento di assunzione diretta impiegano detenuti. «La formula delle borse lavoro funziona molto bene e ha dato ottimi risultati in molte zone del Paese», ci dicono alla CGIL bolognese, «Certo con alcune differenze: a Torino, per esempio, sono moltissimi i casi di assunzioni dirette, che eludono il passaggio della borsa lavoro, obiettivo sul quale investe molto anche il Comune di Napoli. Qui, in Emilia Romagna è invece ancora molto diffuso il sistema delle borse lavoro e sono tante le aziende interessate nei settori più vari che vanno dalla ristorazione alla manutenzione elettrica, all'industria dell'abbigliamento». Anche nel Sud del paese cresce l'interesse verso l'attuazione di progetti europei che permettano inserimenti lavorativi assistiti e assunzioni dirette per i detenuti. Nella realtà del terzo settore, un esempio indicativo è il Consorzio Nova Spes, cartello di associazioni e cooperative che operano nel sociale e che fanno riferimento alla Caritas, al Gruppo Abele, alla Compagnia delle opere no profit e alla Fondazione Exodus, che circa due anni fa ha rilevato l'attività della Spes, società in liquidazione che aveva in organico oltre 150 detenuti impiegati nella rilevazione dei dati contenuti nelle ricette farmaceutiche della Regione Lombardia. Oggi vi lavorano 200 persone, tutte regolarmente assunte dal Consorzio, e parte del lavoro viene esportato in Piemonte, dove ad occuparsene è la cooperativa Oltre il muro, già specializzata in lavori di data entry. In servizi informatici, fra le altre cose, è specializzata la cooperativa torinese Etabeta, che nei 12 anni di attività ha seguito i cambiamenti nelle richieste del mercato del lavoro e oggi dà lavoro a 13 persone nei settori della grafica per riviste e libri d'arte, nella programmazione di software, nel data entry, nel settore dei servizi per Internet, nel monitoraggio museale (inserimento dati su tutti i musei regionali) e in quello ambientale, attraverso squadre di controllo, richieste dall'Amiat, che raccolgono dati sull'attività dell'ente. Anche dentro il carcere di Rebibbia la scelta è stata quella di impiegare le risorse e l'intelligenza dei detenuti in attività spendibili anche all'esterno. Con l'aiuto di un gruppo di volontari Caritas, alcuni detenuti, già qualche hanno fa, ebbero l'idea di realizzare un cd rom sul Giubileo. In poco tempo crearono un percorso virtuale tra le basiliche romane, un programma interattivo che fornisce informazioni culturali, artistiche e religiose su monumenti e luoghi di culto. Poi sono arrivate le commesse dell'Istituto di ricerca Ismea di informatizzazione delle gazzette ufficiali che riguardano l'agricoltura, quella per la creazione di un cd rom delle riviste degli scout e ci sono già editori che vorrebbero commercializzare il cd rom sul Giubileo. Le nuove direttive europee in materia di riciclaggio di rifiuti, invece, hanno spinto numerose cooperative all'elaborazione di progetti in questo settore. Nello specifico della raccolta della carta da riciclare, per esempio, a Torino c'è il progetto Cartesio, ideato e condotto da un consorzio di cooperative. «Il progetto Cartesio cerca di conciliare attività di tipo imprenditoriale con le caratteristiche dell'imprenditoria sociale», spiega Tito Ammirati, presidente del consorzio sociale Abele Lavoro, «attraverso modelli organizzativi competitivi, ma flessibili, perché dobbiamo stare sul mercato che ha certe regole, facendo però lavorare persone, soprattutto nel caso dei detenuti, la cui vita deve sottostare anche ad altre regole. L'obiettivo è tenere tutto insieme: esigenza della persona e qualità produttiva». Che si tratti di tutela ambientale o manutenzione del verde, di assistenza ad altri carcerati o di servizi informatici di alto livello, quella della "qualità innanzitutto", del "saper stare sul mercato", sembra la parola d'ordine comune a tutte queste realtà: che poi significa sottrarsi alla logica dell'offerta pietosa o della carità. Alla realtà cooperativa, tipicamente italiana, e alle sue potenzialità di collocamento professionale, guarda con interesse l'Europa, che da tempo realizza progetti di formazione lavoro in regime di partenariato fra i paesi. |
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