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VITA SOCIALE | |
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| Sei qui: Città di Torino >> Informagiovani >> Rivista Informagiovani >> Num. 01/1999 | ||
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MEDIATORI CULTURALI Quasi l'80% dei detenuti dell'istituto minorile Ferrante Aporti di Torino è maghrebino (subito dopo ci sono gli albanesi, i rom e gli italiani). E' stato anche di fronte a questa realtà che è nata l'esigenza di una nuova figura professionale, quella dei mediatori culturali. di Fabrizio Cellai Chi sono e cosa fanno? Lo abbiamo a due addetti ai lavori: Mongi, educatore tunisino trentaduenne della cooperativa sociale Sanabil che dal 1995 lavora al Ferrante Aporti grazie alla collaborazione con il progetto Itaca del Comune di Torino e Florence, giovane mediatrice camerunense dell'associazione Alma Mater che, oltre a gestire un Centro di accoglienza per donne straniere, opera in diverse strutture pubbliche. "Il mediatore culturale deve saper costruire un ponte tra due culture, quella dei ragazzi del carcere e quella italiana. Un ponte che sappia rompere il muro di isolamento dietro al quale si rifugiano questi giovani immigrati che alle spalle hanno storie difficili di droga, furti, emarginazione" spiega Mongi. Scalfire il muro non è facile, soprattutto quando ci si scontra con la diffidenza dei ragazzi che spesso non riescono a comunicare perché hanno paura di essere giudicati. Ecco perché il mediatore culturale dev'essere preparato ad affrontare situazioni in cui il primo passo è conquistare la fiducia dei ragazzi. La formazione dei mediatori avviene solitamente tramite corsi annuali di 600/700 ore organizzati dal Comune di Torino o dalla Regione in cui si apprendono, oltre alle metodologie di lavoro e le tecniche di comunicazione, gli aspetti più importanti delle culture tra cui bisogna mediare. Florence è stata una delle prime a frequentare i corsi regionali per mediatori culturali: "Durante le lezioni si parlava di diritto pubblico e privato, di antropologia, ma anche di espressione corporea o di relazioni interpersonali con docenti italiani e stranieri. Il ruolo del mediatore culturale sta dunque rivestendo una posizione sempre più importante per i servizi sociali, assistenziali, sanitari e scolastici nel nostro paese. "Il livello professionale richiesto è molto elevato - precisa Mongi -. Non è più sufficiente essere stranieri o di madre lingua per poter mediare fra due culture". Ma i corsi non bastano; ci va anche la predisposizione. Recita un proverbio tunisino: "Chi non ha, non può dare". Significa che molto dipende dalle motivazioni personali del mediatore, dalla sua capacità nel saper creare un rapporto di fiducia e nel riuscire a dialogare con chi ha invece molte difficoltà a inserirsi nella società civile. Se questi sono i requisiti, la nuova professione è svolta soprattutto da educatori sociali stranieri: marocchini, egiziani, algerini o tunisini come Mongi. "Ciò non vieta che mediatore culturale possa essere anche una persona italiana. L'importante è conoscere la cultura dei ragazzi, partendo da una cosa banale ma essenziale: la lingua". Si tratta di uno sbocco occupazionale nel campo del sociale che si può inserire nell'attività delle cooperative sociali come Sanabil, formata da educatori e mediatori stranieri e italiani che oggi dà lavoro a una ventina di persone, o in associazioni come Alma Mater che dal 1990 gestisce un Centro di accoglienza per donne straniere e coinvolge oggi 30 mediatrici culturali. Con l'aumento degli stranieri e la nuova legge sull'immigrazione che prevede il ricongiungimento familiare sta crescendo la necessità di relazionare con questi nuovi cittadini che arrivano dai Paesi poveri del Sud del mondo. Ecco perché i mediatori culturali non operano soltanto in realtà come il Ferrante Aporti, ma sono presenti anche in altri contesti come gli ospedali o l'ufficio minori del Comune. Dice Florence: "Qui al nostro Centro di accoglienza diamo un primo aiuto alle donne senza documenti, molte delle quali hanno appena raggiunto il marito con al seguito tutti i figli, a chi cerca lavoro, a chi vuole mettersi in regola, ma non sa quali documenti sono necessari; insomma a chi è per qualche motivo in difficoltà. Un aiuto per spiegare quali sono i loro diritti e doveri; un aiuto per inserirsi in quelle strutture all'interno delle quali troveranno poi l'aiuto di altre mediatrici". Come succede per esempio all'ospedale Sant'Anna di Torino dove la mediatrice Kassida aiuta le donne incinta straniere a comunicare con i dottori: "La mia collega Kassida ha il compito di mettere in contatto due mondi completamente diversi - continua Florence -. Spesso ci sono barriere di carattere religioso e culturale che impediscono alle giovani partorienti di confidare al medico disturbi, malattie o anche solo di accettare le cure occidentali dell'ospedale, così diverse dai rimedi usati in patria". Anche in realtà come quella del Ferrante il compito principale del mediatore è quello di instaurare un rapporto di fiducia tra le parti. "Proponiamo molte attività - risponde Mongi - come i laboratori di preparazione al lavoro, di comunicazione multimediale, di sostegno scolastico. Laboratori che devono servire ai ragazzi per acquisire fiducia in se stessi e uscire dal ghetto in cui si sono cacciati". Nei corsi pre-professionali del mattino si cerca di insegnare un mestiere ai ragazzi che percepiscono anche un piccolo salario: dal pizzaiolo al muratore, dal meccanico al falegname grazie all'intervento di professionisti che spiegano i segreti del mestiere. Il programma di scolarizzazione in lingua araba avviato nel 1996 prevede una frequenza obbligatoria alle lezioni giornaliere ed è volto al recupero della cultura d'origine dei ragazzi maghrebini del carcere, tutti con un livello di istruzione assai basso. Molti di loro ,infatti, arrivano in Italia verso i 10-12 anni senza neanche completare la scuola elementare e nelle nostre città vengono subito mandati in strada a lavorare: prima gli accendini o i parabrezza delle automobili, poi lo spaccio, i furti e infine il carcere. Ed è al pomeriggio, quando scocca l'ora delle attività facoltative non retribuite, che diventa fondamentale l'azione dei mediatori i quali hanno il difficile compito di motivare i ragazzi ai vari laboratori di musica, teatro, pittura. O come quello di comunicazione nel quale è nata una redazione che ha dato vita al giornale "Butto la pietra", pubblicazione trimestrale in italiano e in arabo che raccoglie le storie personali, le esperienze maturate in prigione, le tradizioni dei Paesi d'origine, ma anche poesie, racconti, progetti e disegni dei ragazzi del Ferrante. "I mediatori non possono risolvere tutti i problemi - conclude Mongi -, ma sono indispensabili per portare avanti quel progetto di integrazione fra diverse culture che una città sempre più multietnica come Torino richiede da qualche anno". "Dobbiamo continuare ad aiutare l'inserimento delle persone straniere in difficoltà - aggiunge Florence -, soprattutto aiutarle a utilizzare quelle strutture pubbliche cui hanno diritto partendo dal servizio sanitario e dalle scuole". I progetti vanno avanti. All'associazione Alma Mater sono ormai oltre 300 gli iscritti che animano il Centro di accoglienza, mentre è stato confermato anche per i prossimi anni il lavoro dei mediatori culturali al Ferrante Aporti. Con una speranza: la speranza che la mediazione porti all'integrazione. Com'è successo con Wail, marocchino di 15 anni, arrestato 23 volte per spaccio di droga e che oggi lavora come apprendista in una ditta. Un lavoro che, con l'assunzione, gli darà diritto a chiedere il permesso di soggiorno non appena diventerà maggiorenne. Mediare per unire, ecco una nuova professione. |
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"BUTTO LA PIETRA" |
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Storie Ramadan: "Il comandante dà solo 2 succhi di frutta, un po' d'uva e un pezzo di formaggio al giorno. Noi vorremmo qualcosa in più: 2 uova e delle razioni un po' più grandi. Per l'interruzione del digiuno uno di noi va ad aiutare il cuoco a cucinare una zuppa tipica marocchina: gli ingredienti ci sono, ma i cuochi non sono abituati a cucinare la zuppa e quando manca uno di noi in cucina per aiutarli, la zuppa non viene bene. Alle 17 comincia l'interruzione del digiuno. Ai ragazzi musulmani che fanno il Ramadan è riservata una stanza per mangiare diverso da quella dove mangiano di solito. Una volta hanno mangiato un dolce arabo che si chiama Sciabbakia". Poesie Lezioni di bacio: "Io non so baciare - ma vorrei tanto imparare - se qualche ragazza mi volesse insegnare - deve solo venirmi a cercare - soprattutto se è simpatica, mora e magrolina - con gli occhi verdi e uno scooter bianco - sta in terza A e si chiama Francesca". Le rose: "Rosa gialla gelosia - c'è un altro in tua compagnia - rosa rossa passione amore - batte forte il mio cuore - rosa rosa amicizia affetto - ecco per me un bel mazzetto - rosa bianca purezza e candore - alla mia sposa con tutto l'amore - rosa nera rosa nera - per la persona che si dispera". Credevo: "Credevo che fossi diverso - credevo che stessi bene - con me, - credevo che potesse - cambiare qualcosa, - ma mi sono sbagliata, su di te - ed è bastato un solo perché - per distruggere il tuo amore - per me". |
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