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| Sei qui: Città di Torino >> Informagiovani >> Rivista Informagiovani >> Num. 01/1999 | ||
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UN GIOCO DA
BAMBINI di Giovanni Monaco Siamo all'Avana, un caldo che sale agli occhi: nel bar il ragazzino ha la folla intorno, di fronte a lui un uomo con la barba, pensoso. In mezzo c'è la scacchiera e le dita di José Raul, dita ancora da bambino, sfiorano i pezzi con amore, costruendo geometrie imbattibili. Il barbuto si intristisce e schiaccia il sigaro a metà con il tacco dello stivale. E' il 1897 e Capablanca, il futuro campione del Mondo, ha soltanto nove anni, ma tra la borghesia sudaticcia della capitale cubana è già un personaggio, "il genio". Il gioco dei quadretti bianchi e neri, è quello dei geni. E i tanti che affollano le "società scacchistiche" di tutte le lande ambiscono anche a questo, far lavorare le proprie cellule grigie, sperando che si agitino così bene da sconfiggere a uno a uno, tutti quelli al di là del tavolino. Non vogliono ammetterlo nemmeno con se stessi, ma è così. Studiano le aperture, ricostruiscono gli incontri, venerano i grandi cercando di carpirne tattiche e strategie, si danno uno stile personale, ci mancherebbe. Poi capita come a Riga, un altro bambino. Michail Nemchovic Tal, cognome lettone, nome e patronimico russi (nel 1948, quando Tal ha dodici anni, il Paese è un pezzo dell'orso sovietico). Sono cinque anni che Michail passa alcune ore con gli occhi, lo sguardo, il cervello e le mani sopra le 64 caselle. Ma solo quel giorno, per orgoglio, scatta l'interruttore che ne farà il campione del Mondo. La camera è di ghiaccio, le dita bastoncini insensibili, il corpo tutt'uno con il pastrano che lo avvolge su strati di indumenti apparentemente inutili. E c'è il cugino che gioca con il bianco, altrettanto imbacuccato: malgrado la stufa al massimo il suo fiato è fumo a intermittenza. Forse anche la scatola cranica di Tal in quel momento è in freezer, perché si prende un matto del barbiere dal cugino. Un'onta che per il suo orgoglio pre-adolescenziale si trasforma nell'avvio di una carriera martellante. Nel '53 è campione lettone, nel '57 campione di tutta l'Unione, nel '60 sfida Botvinnik per il titolo mondiale, battendolo secco, 12,5 a 8,5. Ma lo scenario può ancora spostarsi, attraverso l'oceano. Adesso siamo a Chicago, di fronte al Grande Lago. Nella periferia, è lì il nostro ragazzino. I tempi sono prossimi, Bobby ha sette anni ed è il 1950. Chi sta di fronte a lui (c'è sempre qualcuno) è sulla carrozzina e non è un antagonista puro. Gli spiega, arrabbiandosi fugacemente, l'arte. Robert James Fischer, detto Bobby, ancora adesso si considera il vero campione del Mondo, perché la sfida finale con Karpov non c'è mai stata. Problemi con la Federazione e con il suo carattere. Oggi è più vecchio, ma il suo talento, quello che una volta ha invocato il presidente degli Stati Uniti pregandolo di accettare l'incontro con il russo, è sempre quello del bambino. Un talento tumultuoso, arrembante, una capacità di mutare tattica e strategia che lo ha portato a essere imbattuto per sempre e che adesso lo frena a riemergere dal letargo dell'invincibile. Quel talento che aveva intuito il suo maestro, il semiparalizzato signor Collins, l'uomo sulla carrozzella che ha saputo coltivare e sospingere uno dei più grandi ingegni scacchistici di tuti i tempi. L'altro fanciullo della storia arriva nella metà degli anni '30, vicino a Tiblisi in Georgia. Un genio difensivo, una ponderatezza di eccezione, un ruminare di posizioni attendistiche. Lontano dallo scintillio di Bobby, dall'eleganza aggressiva di José Raul, distante dalla classe cristallina di Michail Nemchovic. Eppure fu il più grande talento difensivo della storia dei quadratini, quello di Petrosjan. Lo stesso che sfianca i compagni di partite nella "Casa dei giovani pionieri" della capitale georgiana. L'avversario non guarda neanche più la scacchiera, gli occhi li punta sul faccione ancora glabro del piccolo armeno immigrato. Lui odia, almeno ora, Tigran Vartanovic Petrosjan, intento a fissare la scacchiera da quindici minuti esatti. La partita è iniziata da tre ore e ormai l'impazienza è un gesto palpabile. L'antipatia per l'armeno, malvestito, odoroso, con gli occhi come una rana, è diffusa tra tutti i giovani pionieri. Ormai è consolidata tra i tavolacci in legno, passa per i pezzi consunti dall'uso, si insinua nel bianconero degli scacchi opachi di tempo. Eppure lui batte tutti, li distrugge e li sconfigge. A sedici anni è campione della Georgia, poi si costruisce la fama di "imbattibile" (non vince tanti tornei, ma non perde quasi mai a furia di patte) fino al titolo mondiale del '62. Altro carattere, quello del bimbo cubano. Erano i finali il suo forte. Una semplicità disarmante: nessuna combinazione complicata da romantico, arrivava al dunque nella maniera più lineare possibile. A questo punto, quando bisognava concludere, era un maestro imbattibile. Le sue semplici linee di gioco celavano un'attenzione spasmodica alle combinazioni finali, simulata ma ad orologeria. In questo modo, mentre la partita si svolgeva come una matassa, Capablanca traeva anche da impercetttibili vantaggi posizionali, la spinta propulsiva per i suoi finali travolgenti. Inutile, però, in un articolo sugli scacchi, dilungarsi su tecniche e tornei: gli appassionati li conoscono, gli esterni non se ne curerebbero. Meglio parlare dei bambini degli scacchi, cercare di trasmettere la magia del mondo delle caselle e dei pezzi in armi, chissà che qualche nuovo adepto si aggiunga alle schiere. In Prussia, è qui che c'è il bambinone. Uno già adulto a dieci anni, che mette paura da subito ai vecchi campioni. E che diventerà ufficialmente il primo campione mondiale: Emanuel Lasker. Una foto che circola oggi, lo ritrae baffuto mentre sfoglia con sufficienza un libro dietro a occhialetti da pignolo. Ancora imberbe il protagonista, durante una pausa degli studi matematici, avvenne la sfida. In una stanzetta che si immagina buia e ordinatissima. La competizione è con se stesso, è lui che sta oltre la scacchiera. Siede con la mano sul mento, da questo lato. Poi, dopo aver spostato il pezzo, sposta anche il proprio corpo sull'altra sedia. Interminabilmente, alla luce fioca della lampada a olio; è il 1878. Sin dall'inizio ha giocato "contro", anche contro se stesso. Era innato e fanciullesco anche quel carattere di gioco che faceva muovere tanto male gli avversari. Non difensivo in senso stretto, piuttosto uno che sa sfruttare gli errori altrui e che, appena può, li provoca alla ricerca dell'invincibilità. Giusto come paradigma delle cose umane: restò campione del mondo per 26 anni, dal 1896 al 1921. Capelli in disordine e sguardo a trapano. E' Praga lo scenario della partita tra il piccolo Wilhelm e l'amico Bob. Sicuramente in un appartamento della grassa borghesia tedesca che nel 1846 (Wilhelm Steinitz aveva dieci anni) spadroneggiava nella capitale ceca. Per cui alti soffitti, lampadari in cristallo di Boemia, tappeti accoglienti, penombra, stufe in ceramica che con efficienza combattono il gelo esterno. Fuori, tutta la poesia della città. Ha sempre le dita tra i capelli, Wilhelm, incurante delle bellezze architettoniche; la sua partita è una tormenta di neve, aggredisce a folate l'avversario, lo attacca da destra e da sinistra, cerca le posizioni più complicate perché vincere non sarebbe sufficiente. Bisogna giocare bene. Steinitz, di lì a pochi anni, sarà il primo professionista della storia degli scacchi. Abbandonerà gli studi di ingegneria per dedicarsi soltanto al gioco. Sarà ufficiosamente campione del Mondo dal 1866 al 1894, sino quando sulla sua strada si scontrerà con Emanuel Lasker, l'unico capace di batterlo in due partite. Lo sconfitto ha ormai una folta e lunga barba, i capelli li ha salutati quasi tutti ma gli occhi sono rimasti quelli che perforano. Tutti gli altri incontri Steinitz li vinse: con Bird, Blackburne, Dubois, Schiffers, Mackenzie, Zucketort. E anche con il grande Larsen, proprio nel '66, privandolo dello scettro di campione. Gli ultimi bambini della lista hanno vissuto la fanciullezza in diretta con quella di molti tra noi. O in leggerissma differita. Come Garry Kasparov. Nero di capelli (di ciuffo, addirittura) e di carnagione, di sopracciglia e di occhi. Baku, capitale dell'Azerbaigian: qui nasce l'enfant prodige per antonomasia, uno con la fronte così bassa e l'intelletto così alto da irridere ogni teoria lombrosiana. A dieci anni (è il 1973) è già candidato maestro, titolo che gli viene conferito nel 1978; l'anno dopo, a 16 anni, partecipa al primo torneo internazionale e lo vince con un punteggio da favola: 11,5 su 15. Ovviamente il match della vita è quello con Anatolij Karpov, altro bambino della storia degli scacchi. Settembre 1984, Mosca; Karpov è più anziano ed esperto, Kasparov appena ventunenne ed irruentissimo. Forza il gioco, cerca subito la posizione vincente, la sua foga è il punto debole: sfruttandola, Karpov si porta subito sul 4 a zero. Ma l'azerbaigiano, andato ancora sotto 0 a 5, si fa attendista. Comincia la serie interminabile di patte: dopo oltre tre mesi di match si è a 30 partite, con il risultato inchiodato, senza poter arrivare al 6-0 definitivo. Poi comincia la rimonta e Kasparov si porta sul 3-5, ma qui c'è la decisione che ha condizionato il mondo degli scacchi sino a oggi: il presidente Fides Florencio Campomanes annulla l'incontro, perché troppo lungo e venuto a noia ai "media". Il vero guardiano di tutte le cose. Solo nel 1985, con regole nuove e dopo una battaglia snervante, Kasparov riuscì a diventare campione del Mondo, sconfiggendo Karpov di misura. Gli altri fanciulli degli scacchi, quelli di oggi, possono essere Nigel Short, nato nel '65, l'indiano Viswanathan Anand, del '69, grandissimo ma dalla tenuta pricologica un po' vacillante, il russo Gata Kamsky, classe '74. Le bambine? Sinora il maschilismo ha imperato, ma da qualche tempo si è affacciata alla ribalta la giovane ungherese Judith Polgar. Una la cui infanzia è dietro l'angolo. |
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